Europa, guardare agli Usa non aiuta a crescere

E-mail Stampa PDF

di Mario Margiocco | da www.lettera43.it

barack-obama-130114173113 mediumTutti cerchiamo di scrutare il futuro in cerca di segnali di ripresa economica, in questa che è la più dura recessione quasi a memoria d’uomo, visto che pochissimi ormai hanno vissuto quella degli Anni 30.

Qualcosa si muove. Governanti e banchieri centrali, con prudenza, lo dicono. Mario Draghi, presidente della Banca centrale europea, è stato prudentissimo, ma chiaro. E istintivamente, in Europa, si guarda con notevoli aspettative a un imminente scatto, o semi-balzo almeno, dell’economia americana, da sempre la nostra locomotiva, in gran parte nella realtà e ancor più nell’immaginario collettivo.

ORA SI PUNTA A RIDURRE IL DEBITO. Ma la pressione del vapore nella gran macchina americana è ancora insufficiente e per ora gran parte del lavoro della caldaia, che ingurgita carburante sotto forma soprattutto di liquidità creata dalla Federal reserve, è assorbito più dal lungo lavoro ormai di riduzione del debito, che non dalla produzione di potenza in grado di muovere bielle e ruote a un ritmo più sostenuto di quello assai debole attuale.


Siamo ancora cioè nella fase di pulizia dei detriti di una delle stagioni finanziarie più sconsiderate della storia, assai più che non in quella di costruzione del nuovo, che comunque da più parti cova sotto la cenere.

CRESCITA SOLO A FINE DECENNIO. L’Europa non cresce, l’Italia decresce, gli Stati Uniti in qualche modo vanno avanti, con una crescita statistica tuttavia nettamente sotto il 2%, e una crescita reale nulla.

Il mercato del lavoro, tra attivi e passivi (questi ultimi licenziamenti e tagli di organico del settore pubblico locale, soprattutto), è praticamente fermo da cinque anni. E nessuno può dire quando riprenderà. Così come nessuno può seriamente pronosticare a data approssimativa, ma credibile, una ripresa a tassi del 3% e oltre, come sarebbe conforme al passato a questo punto dalla fine (giugno 2009) della recessione ufficiale.

Tornerà questa crescita più sana? Certamente sì, ma forse alla fine del decennio, o quasi. La storia quindi rischia di essere ancora lunga, per chi aspetta la locomotiva americana.

Nel 2012 una leggera ripresa del mercato immobiliare negli Usa 

Molti hanno salutato con gioia ed entusiasmo una sensibile ripresa, negli Stati Uniti, del mercato immobiliare 2012 in varie aree, tra le 20 grandi zone metropolitane dal cui andamento l’indice-principe del settore, il Case-Shiller, cerca di trarre segnali omogenei di andamento di un mercato che in un Paese enorme è ancor più parcellizzato e locale che altrove.

Non va male: nel 2012 la discesa dei prezzi si è complessivamente fermata e ci sono state in alcune zone addirittura rialzi sui minimi precedenti di oltre il 10%. Ma non c’è nessuna garanzia che questo possa continuare nel 2013.

Una serie di fattori contingenti, soprattutto il rallentamento voluto dalle banche per vari motivi (non sempre nobili) dei pignoramenti e delle vendite concordate pre-pignoramento (short sales) ha creato un relativo calo dell’eccesso di offerta e quindi ha influenzato i prezzi.

«Potremmo vedere forse una certa tenuta di questi nuovi prezzi, in grado di neutralizzare l’inflazione, ma certamente non un vero boom», ha detto Bob Shiller di Yale, massima autorità in materia.

DEBOLI SEGNALI PER I CONSUMATORI. E allora, se non sarà la casa, che cosa potrebbe trainare una ripresa americana? Non il motore abituale, il consumatore.

La fine di alcune esenzioni fiscali (contributi per la pensione pubblica) fa sì che con il 2013 un reddito medio di 50 mila dollari debba pagare 1.000 dollari in più di imposte. Se si aggiunge questo alla stagnazione dei salari reali che dura da 15 anni almeno e al fatto che la crisi finanziaria ha quasi dimezzato tra il 2007 e il 2010 la ricchezza della famiglia mediana americana, si capisce come una vera ripresa da consumi sia prematura.

Il grosso delle perdite è legato all’immobiliare, e per questo ogni segnale di ripresa di questo settore è così importante. Ma è probabile che non si sia ancora arrivati a quello giusto e affidabile. Ripresine come quella del 2012 ci sono già state, dal 2007 in poi.

DEBITO PRIVATO RESTA ALTISSIMO. Il debito privato, che come sostiene uno studio di Alan M. Taylor della University of California, Davis (The great leveraging), è prima - e assai più del debito pubblico - la causa delle crisi finanziarie, resta altissimo, poco sotto il 300% del Prodotto interno lordo, quasi il doppio della media dal 1920 in poi, e non molto lontano dai picchi del 310% di cinque anni fa.

Il debito pubblico, aumentato di oltre il 50% dal 2008 proprio per stimolare l’economia e a causa del minore gettito, non può crescere oltre, anzi. Una qualche austerità si impone.

L'EUROPA NON GUARDI AGLI USA. Insomma, il lungo fischio che preannuncia una nuova partenza della locomotiva americana, nonostante le speranze, non ha ancora squarciato l’aria.

Forse è il caso di guardare un po’ meno la ripresa che viene da fuori, e puntare su alcuni punti di forza dell’Europa. Il manifatturiero per esempio, rimasto meno colpito che in America dall’ubriacatura finanziaria, e più variegato nonostante manchino alcune delle eccellenze tecnologiche su cui gli Stati Uniti possono contare.

Martedì, 15 Gennaio 2013