Contributo per una corretta discussione sul XVIII Congresso del Partito Comunista Cinese

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di Giuseppe Amata

china-communist1. L’apertura del XVIII Congresso del PCC aveva sollecitato i mass media occidentali ad aprire i loro riflettori e commenti sull’importante assise, riconoscendo il peso che la Repubblica Popolare Cinese esercitava ed avrebbe maggiormente esercitato in futuro nella politica mondiale, grazie alla crescita della sua economia. Tutti i principali giornali internazionali, compresi quelli di casa nostra, avevano dedicato il giorno dell’apertura (8 novembre) l’editoriale a tale avvenimento con reportage nelle pagine interne, in cui esplicitamente si affermava che il PCC e la RPC erano ad una svolta, impressa dall’ala “riformista”, con l’allontanamento del Partito dall’ideologia tradizionale e con l’avanzata del liberismo nella politica economica del paese. In tal senso, in Italia, Corriere della sera, Repubblica e Televideo Rai (che aveva dedicato una rubrica all’avvenimento) erano accomunati dagli stessi commenti, il cui succo si esprimeva proprio nell’intestazione di una pagina di Televideo Rai: “Marx, Mao questi sconosciuti”.

Il giorno seguente (9 novembre), invece, i mass media anziché analizzare la relazione d’apertura di Hu Jintao ed informare correttamente i lettori l’hanno frettolosamente commentata con la chiosa: “La Cina promette di non cambiare” (e Televideo da parte sua ha subito cancellato la rubrica dedicata al PCC) e così il discorso informativo è stato chiuso, salvo alla fine dei lavori dare la notizia del nuovo segretario generale del partito Xi Jinping, descrivendone la figura secondo gli schemi tradizionali che risalgono all’epoca pre-gorbaceviana dell’Urss, consistenti nella contrapposizione tra riformisti e conservatori (i riformisti sono coloro i quali vogliono aprirsi al paradigma dell’economia capitalistica ed al modello politico di democrazia occidentale, i conservatori sono quelli che vogliono mantenere i caratteri originari e le peculiarità del sistema politico instaurato con le rivoluzioni). A loro dire Xi è un “riformista-moderato, condizionato dai conservatori che sono maggioranza nel Comitato permanente dell’Ufficio Politico del PCC (i sette che detengono il potere)”.

Molti militanti che in Occidente si dichiarano comunisti attingono le informazioni sulla Cina prevalentemente dalla stampa internazionale borghese e così esprimono giudizi errati, fuorvianti ed a volte tendenziosi che in ultima analisi fanno il gioco dell’imperialismo. Essi sostengono che anche la Cina fa una politica liberista, seppur in competizione con l’Occidente, esprimendo una contraddizione intercapitalistica. Questa posizione è fatta propria nella sostanza non solo da partitini, gruppi o circoli comunisti dell’Occidente ma, dispiace dirlo, anche dal partito comunista greco (KKE), almeno fino al recente passato.

2. In questo articolo, pertanto, si tenta di fare un discorso pacato ed approfondito sulla fase di sviluppo della RPC e sulla linea teorica che il PCC porta avanti, non per esprimere un giudizio di consenso o di dissenso, ma per dare un contributo alla discussione che deve riguardare non solo i comunisti della Cina o dei paesi del Terzo Mondo ma tutto l’Occidente, in riferimento alla fase storica che si è aperta con la grande crisi economica-finanziaria in pieno svolgimento ed al momento senza uscita, nonostante le illusorie speranze dei leader dei diversi paesi, primo fra tutti Monti, che dice di intravvedere la luce in fondo al tunnel. Qualsiasi discorso sulla trasformazione del modo di produzione capitalistico, come uscita dalla crisi, non può non tenere conto, come esperienza storica, di quanto realizzato dal PCC e dalla Repubblica Popolare Cinese. E non solo dal punto di vista ideologico e della teoria marxista, ma nei contenuti pratici del processo di trasformazione dalla vecchia formazione sociale capitalistica alla nuova formazione che si vuole costruire, la società socialista, nei tempi che stabilirà la storia e non nelle fantasie di militanti comunisti che seppur generosamente rimangono legati ad una visione utopistica del socialismo. Sviluppare pacatamente quest’analisi significa che una formazione sociale nel corso della sua trasformazione vive un lungo processo caratterizzato da continue contraddizioni di classe ed all’interno del popolo, la cui soluzione di volta in volta ne ripropone di nuove ed un Partito ancorato alla teoria marxista-leninista come ha detto il segretario del Partito comunista del Vietnam, Nguyen Phu Trong, in un recente discorso a Cuba, “avanza verso il socialismo passo dopo passo, creando orientamenti e linee guida;  (…) tanto più ci addentriamo nella realtà, diveniamo consapevoli del fatto che il periodo di transizione al socialismo è un processo lungo, molto difficile e complicato perché è necessario dare vita a un profondo cambiamento in tutti i settori della vita sociale”.

Personalmente mi ero da tempo convinto del contenuto di quest’affermazione dopo il crollo dell’URSS e di altri paesi cosiddetti socialisti e l’ho articolata in diverse mie pubblicazioni (in particolare in Socialismo come formazione sociale, 1991 e Il Progetto e la trasformazione vol.III, 2002), superando tutte quelle concezioni volontaristiche che facevano classificare, a quelli della mia generazione nella giusta lotta intrapresa al moderno revisionismo negli anni ’60 e ’70, i paesi in socialisti o meno, soltanto sulla base delle posizioni ideologiche del gruppo dirigente. Ho voluto citare il segretario del Partito comunista vietnamita perché l’esperienza storica di questo partito, partendo dalle peculiarità del Vietnam, segue un percorso indipendente ma parallelo all’evoluzione avvenuta in Cina negli anni ’80. Ed anche il partito comunista cubano, facendo tesoro della sua esperienza teorica e di quella di altri paesi socialisti dopo il crollo dell’URSS, muovendo dalle specificità di Cuba, ha avviato da circa due anni un processo di rinnovamento e di trasformazione dell’economia. Così altri paesi, come la Repubblica Popolare democratica della Corea, il Laos, la Cambogia, l’Angola, il Mozambico e tanti altri che hanno intrapreso da tempo un processo di trasformazione sociale, misurandosi con la pratica concreta della lotta di classe a livello nazionale ed internazionale, hanno attuato delle riforme economiche rispetto al precedente modello di economia centralizzata.

3. Ritorniamo al PCC. La sua base teorica aggiornata nei suoi congressi, compreso il XVIII, consiste nell’applicare e sviluppare creativamente il marxismo-leninismo, il pensiero di Mao Tzedong, la teoria di Deng Xiaoping sul socialismo secondo le caratteristiche della Cina, la triplice rappresentanza di Jang Zemin (“il partito deve rappresentare le esigenze sviluppo delle forze di produzione d’avanguardia, la direzione d’avanzamento della cultura d’avanguardia e gli interessi fondamentali della maggior parte della popolazione del paese”) ed infine il contributo di Hu Jintao sul concetto di sviluppo scientifico che consiste nel “migliorare costantemente il sistema di economia socialista di mercato mantenendo uno sviluppo economico costante, rapido, coordinato e sano; accelerare la costruzione della civiltà politica e spirituale, formando un quadro di promozione reciproca e sviluppo comune fra la civiltà materiale, quella politica e quella spirituale; lo sviluppo coordinato tra le città e le zone rurali; lo sviluppo coordinato regionale, lo sviluppo coordinato economico e sociale, lo sviluppo interno e l’apertura all’estero; lo sviluppo armonioso tra l’uomo e la natura, trattare bene le relazioni tra la costruzione economica, l’aumento demografico, l’utilizzo delle risorse e la protezione ecologica”.

Considerato che per la maggior parte dei militanti e degli studiosi è superfluo commentare marxismo-leninismo e pensiero di Mao, è invece d’importanza dibattere gli altri aspetti, perché sono quelli che rendono la discussione più attuale e portano anche a pareri diversi tra comunisti. La teoria di Deng è stata formulata dopo il 1978 (III sessione dell’XI CC) e consiste nelle riforme che sono state avviate nel processo di pianificazione centralizzata e apertura agli investimenti stranieri in Cina, con la creazione delle zone economiche speciali, con la differenziazione degli investimenti dapprima nel settore est, più ricettivo, e poi nel settore nord ed infine in quello ovest, per creare un’economia socialista di mercato. Tutto ciò ha provocato grandi contraddizioni sul piano economico e sociale, ma nello stesso tempo ha permesso alla Cina di avviare velocemente un processo di modernizzazione, tant’è che essa è diventata la seconda potenza economica del mondo, con un’economia stabile e multiforme, aperta alle grandi innovazioni e quindi competitiva ad ogni livello, tant’è che nel rapporto di Hu Jintao al XVIII Congresso si assegna l’obiettivo di raddoppiare il PIL del 2010 entro il 2020. Una base di partenza, dunque, per realizzare nel prossimo futuro “una società prospera e armoniosa”, per la quale però occorrono profonde trasformazioni sul piano sociale e territoriale, alle quali il partito nelle posizioni ufficiali dice di impegnarsi (ma come giustamente rileva Walter Ceccotti in Contropiano on line del 20 novembre, nella società civile influenzata dall’economia privata e nelle posizioni individuali di dirigenti anche di rango ci si spinge in direzione opposta), quali la riduzione della enorme divaricazione nel sistema reddituale-finanziario, nel livello di vita tra città e campagna, nello sviluppo regionale tra est ed ovest, nella lotta all’inquinamento che è notevolmente cresciuto e nel delineare uno sviluppo economico nel rispetto delle condizioni naturali d’esistenza, cioè a dire uno sviluppo ecologico che è il contrario dello sviluppo capitalistico. A differenza, quindi, della ex URSS che era competitiva con gli Stati Uniti soltanto nel settore militare-industriale ed in quello scolastico e della formazione, la Cina rappresenta nel mondo d’oggi una forza alternativa reale, stabile, e non solo ideologica o di preferenza di sistema (il socialismo) al capitalismo. Per realizzare queste trasformazioni occorre intraprendere grandi sfide, innanzitutto perfezionare una sovrastruttura socialista fondata sul diritto e abbattere la corruzione galoppante che, come ha ammonito Hu Jintao, può “minare addirittura l’esistenza del Partito e l’unità dello Stato”. Hu Jintao è stato molto netto nel rifiutare il modello parlamentare occidentale come termine di riferimento per migliorare il sistema politico cinese. Esplicitamente ha sottolineato che “laddove questo modello è stato importato negli ultimi venti anni, come negli Stati della ex Unione Sovietica ed in altri dell’Asia e dell’America Latina si è determinato un disastro”. Per quanto riguarda la corruzione e l’abuso di potere, a mio modesto avviso, non si possono sconfiggere solo con misure volitive o con semplici norme giuridiche punitive. Il caso Bo Xilan (accusato di proteggere la moglie nei suoi loschi traffici d’affari e nell’assassinio di un complice d’affari straniero, maturato nella primavera del 2012) o in passato altri casi coinvolgendo leaders del partito e dello Stato, per esempio il sindaco di Pechino (membro dell’Ufficio Politico del Partito) condannati a severe pene per corruzione (per dirla con Hu Jintao nessuno può essere al di sopra della legge; in tal senso un’inchiesta pare che sia stata aperta nei confronti del primo ministro Wen Jabao per “arricchimento illecito” sulla base del reportage del New York Times, proprio su richiesta dello stesso) dimostrano che occorre rafforzare in primo luogo la struttura socialista della società abbandonando pian piano metodi di impronta capitalistica che sono stati funzionali per la modernizzazione, ma che con una loro prosecuzione si trasformeranno nell’opposto. La corruzione non avviene solo per una degenerazione dei costumi, ma per la facile circolazione del denaro e del ruolo da esso assunto nello sviluppo economico. E’ chiaro che occorre tenere sotto controllo proprio la circolazione del denaro non solo di quello dell’economia privata, ma anche di quello che circola nell’economia pubblica. E qui il tema riguarda la direzione delle aziende ed in generale lo sviluppo della democrazia socialista che deve permettere, sotto la guida del partito, il governo dei produttori. E’ la riproposizione ad un livello superiore della vecchia questione sorta dopo il trionfo di ogni rivoluzione, su quale priorità si deve affermare tra sviluppo della produzione e sviluppo dei rapporti sociali. Entrambi devono camminare insieme, trascurare l’uno per assegnare un compito primario all’altro, come la storia delle rivoluzioni insegna, significa commettere errori che possono essere letali per il loro esito nel lungo periodo.

Anche per quanto riguarda la riforma dello statuto del Partito, a dispetto di quanto strombazzavano alcuni mass-media occidentali prima del XVIII Congresso facendo balenare la modifica del ruolo dirigente del partito, non è stata minimamente intaccata la sua struttura di partito leninista, fondato sul centralismo democratico, come recita il Programma generale approvato: “Il Partito comunista cinese è il distaccamento d’avanguardia della classe operaia cinese, nello stesso tempo quello del popolo e della nazione cinese, cosicché è il nucleo dirigente della causa del socialismo secondo le caratteristiche della Cina; (…) l’ideale supremo finale del partito è la realizzazione del comunismo”.

4. Tutti questi elementi ci permettono di affrontare una discussione approfondita che dovrebbe avvenire non solo a livello individuale ma in tutti i partiti, gruppi, circoli comunisti dell’Occidente e non soltanto sulla linea teorica e pratica della trasformazione sociale, ma anche sulla scelta dei gruppi dirigenti e sul ruolo collegiale della direzione. C’è molto da imparare sulla serietà come si selezionano i dirigenti in Cina, sulla loro funzione a tempo determinato negli incarichi di alta responsabilità. In Occidente, invece, la corsa al leaderismo dei politici maschera il potere reale dei grandi gruppi finanziari e manageriali che controllano e decidono le sorti dell’economia. L’Europa, al riguardo, si è normalizzata al sistema politico degli Stati Uniti e l’Italia, alla fine, è diventata la più americana nella scelta dei leaders. Basta vedere il clamore delle primarie che ingannano le masse, facendo loro credere che il cambiamento di un uomo politico significa il cambiamento della società. Discutere di teoria e pratica della trasformazione del modo capitalistico di produzione significa sviluppare l’analisi teorica che Marx e Lenin hanno fatto della società capitalistica ed imperialistica, che Mao, Ho chi min, Kim il Sung, Fidel Castro, Guevara e tanti altri hanno fatto delle società semi-coloniali per trasformarle in senso socialista senza accettare il sistema capitalistico, seppur attuando i loro successori, a partire dagli anni ’80, alcune misure di tipo capitalistico (come pensava Lenin al tempo della NEP e come ampiamente documentato nell’analisi storica di D. Losurdo), ma sotto il controllo del Partito d’avanguardia e dei lavoratori direttamente ed indirettamente produttivi di ricchezza sociale che si affermano con la costruzione della nuova società (al posto di quelli che nella vecchia società si chiamavano proletari, contadini, intellettuali).

In Occidente se vuole uscire dalla crisi del capitalismo e dalla crisi ambientale da esso generata con l’esasperazione della produzione dei valori di scambio non si devono affrontare gli stessi temi della transizione affrontata dai cinesi e dagli altri popoli (ecco perché nostro compito non è di accettare il socialismo secondo le caratteristiche della Cina, del Vietnam o di Cuba, ma di studiarlo per i suoi riferimenti universali; in ogni particolare c’è sempre l’universale!), ma si devono delineare ed attuare processi di trasformazione specifica per le condizioni di questi paesi che creino le condizioni per la transizione alla società socialista. Ecco quindi che la discussione deve interessare le categorie di studio e le forze sociali per compiere la trasformazione nelle condizioni attuali, che non sono quelle dell’epoca di Marx e nemmeno dell’epoca di Lenin, seppur la natura dell’imperialismo è quella descritta da Lenin. Costruire una società socialista fondata sull’ecologia, come afferma il PCC è una giusta enunciazione che va però va articolata nella realtà pratica con significato pratico. Che vuol dire ciò, che la prosperità ecologica significa soltanto una riduzione delle emissioni con innovazioni tecniche, fermo restando il predominio dei valori di scambio? NO! Una nuova società si dovrà reggere su nuovi valori, su valori sociali, a basso contenuto entropico, che prenderanno il posto gradualmente ma ininterrottamente dei valori di scambio; si dovrà reggere su un nuovo rapporto città-campagna che impedisca la cementificazione dissennata del territorio, su un nuovo modello di vita non fondato sul consumismo e sull’individualismo sfrenati; una nuova società si dovrà basare altresì su una nuova visione dell’internazionalismo che alla solidarietà con gli oppressi coniughi la ricerca della soluzione dei problemi comuni dell’umanità: la pace, la ricerca scientifica, la lotta alle malattie ed all’inquinamento. E’ su questi temi e su altri che si misureranno le sfide all’interno dei partiti comunisti e delle società in trasformazione. Per questo la discussione non riguarda solo il PCC, ma tutti quanti vogliono cambiare il mondo.