Anche Genghis Khan contribuisce alla campagna anti-cinese

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Genghis Khandi Maria Morigi

EXPOSITION, “Fils du Ciel et des Steppes. Gengis Khan et la naissance de l'Empire mongol”

Avrebbe dovuto aprire il 17 ottobre allo Château des ducs de Bretagne, Musée d'histoire urbaine de la ville de Nantes, una grande mostra dedicata alla storia di Genghis Khan e dell'Impero mongolo. Il progetto, come le precedenti mostre presentate a Nantes con musei greci, colombiani o svedesi, è stato pianificato in collaborazione con il Museo della Mongolia Interna di Hohhot (Cina). 


Ma l'istituzione bretone in un comunicato stampa di pochi giorni fa, firmato dal direttore Bertrand Guillet, dichiara: "Abbiamo deciso di interrompere questa produzione in nome dei valori umani, scientifici ed etici che difendiamo", riteniamo di “aver subito censura rispetto al progetto iniziale”; perciò, continua il comunicato, "Siamo ora costretti a posticipare questa mostra all'ottobre 2024", spiegando di aver ricevuto "una ingiunzione delle autorità centrali cinesi di rimuovere dalla mostra elementi di vocabolario e una richiesta di modifica del contenuto accompagnato dalla richiesta di controllo di tutte le produzioni (testi, mappe, catalogo, comunicazioni da parte del Museo di Hohhot) ”. 

Faccio notare che i termini “incriminati” dall’ Amministrazione Nazionale per il Patrimonio Culturale Cinese (NCHA) quali “Gengis Khan”, “empire”, “Mongol” (in versione francese) non hanno corrispondenti nella terminologia/scrittura cinese. Faccio notare anche che, per buona collaborazione tra istituzioni straniere, ogni Amministrazione di Patrimonio culturale richiede il controllo sulle produzioni di testi, mappe e quant’altro, specie relativamente a mostre che abbiano una partecipazione di pubblico internazionale.

Senza entrare in dettagli che non mi è dato conoscere, possiamo senz’altro capire come anche questa improvvisa presa di posizione sia da ascrivere alla campagna mediatica lanciata dall’amministrazione USA (ed europea) indiscriminatamente su tutti i fronti contro la RPC, prendendo a scusa la conculcazione delle minoranze etniche e religiose in Xinjiang e Tibet, passando per la repressione dei filo-britannici di Hong Kong, per approdare ai contestatori della lingua cinese han nelle scuole primarie e secondarie della Mongolia interna. Evidentemente neppure gli affari culturali di difesa del patrimonio museale della RPC, sfuggono a questa logica di indebite interferenze.

Ecco infatti che Limes nell’articolo di Giorgio Cuscito del 11/09/2020 ci informa “… tra fine agosto e inizio settembre, una parte degli abitanti di questa regione autonoma (Mongolia interna) della Repubblica Popolare ha protestato contro il maggiore utilizzo del cinese mandarino (putonghua) previsto nel nuovo curriculum scolastico. Diversi genitori, insegnanti e studenti ritengono che questo provvedimento determini nel lungo periodo la scomparsa della tradizione mongola. Le tensioni sono degenerate in scontri tra cittadini e forze di polizia…”. Seguono analogie con il trattamento di soppressione (ipotizzata da Limes) della lingua Uigura in Xinjiang e altri riferimenti diritto-umanisti su cui sorvolo, visto che l’Occidente ha questa indiscutibile fede universale nella libertà. Tuttavia tali opinioni -semplicemente fuorvianti- dimostrano l’assoluta ignoranza sul regime di Amministrazione Autonoma in Cina e sui benefici scolastici concessi alle regioni autonome, borse di studio, pratica effettiva del bilinguismo con formazione e aggiornamento degli insegnanti ecc.. (vedi appendice)

E oramai si deve ammettere che siamo arrivati davvero “alla frutta” se, per infangare la Cina, si ricorre ad accuse “linguistiche”… ma forse verranno presto scoperti e fantasticamente documentati anche in Mongolia interna “campi di detenzione per dissidenti, eredi del grande condottiero Genghis”.

In realtà nella Mongolia Interna il separatismo è del tutto minoritario ed irrilevante. L’ idea di una Grande Mongolia (che racchiuda tutte le stirpi mongole) non ha presa, poiché gli stessi movimenti contrari al potere di Pechino – come il Partito del Popolo della Mongolia Interna – antepongono l’Autonomia in seno alla RPC ad un’eventuale unione con l’esterna Repubblica di Mongolia. Inoltre nella Mongolia Interna la paura dell’estremismo islamico non ha terreno su cui attecchire, perché è ben più grave problema ecologico e sociale la desertificazione che procede inesorabile, aggravata dalle errate politiche ambientali messe in atto ai tempi di Mao Zedong. Una situazione che oggi ha portato in cella alcuni ecologisti che protestavano in nome di allevatori ed agricoltori minacciati dalle sabbie del Gobi. 

Pechino sta già lavorando a consistenti programmi di recupero: il Great Green Wall, la foresta artificiale che fermerà il deserto. Ma dobbiamo riandare al 1978, quando fu approvato il Three North Shelter Forest Program, ovvero la più grande impresa di riforestazione mai tentata nelle 3 regioni a nord della Cina. Shelter forest significa “foresta di riparo”, ovvero una cintura di sicurezza capace di fermare anche le nuvole di sabbia. Si tratta del più grande piano ambientale in atto nel mondo, la cui conclusione è prevista realisticamente per il 2050. L’opinione pubblica della Mongolia interna non vuole davvero perdere i benefici di tutto questo, che piaccia o no ai francesi o agli americani.

Appendice: la Mongolia è la prima regione autonoma creata dal Partito Comunista Cinese (1947), in armonia con i principi politici di autonomia delle minoranze etniche. La Carta Costituzionale della RPC del 1982 (aggiornata al 2018) all’Art. 4 dei Principi Generali, stabilisce che tutti i gruppi etnici presenti nel Paese sono uguali innanzi alla legge, che lo Stato protegge i diritti legali e gli interessi delle minoranze etniche, vietando ogni tipo di discriminazione e di oppressione su base etnica, considerando penalmente perseguibile ogni atto che possa minare le basi dell’unità nazionale o istigare alla secessione. L’unità dello Stato è ribadita attraverso il saldo legame fra le nazionalità stesse, poiché “Tutte le regioni autonome sono parti inalienabili della Repubblica Popolare Cinese”. La Costituzione traccia il sistema dell’autonomia regionale in 16 articoli e al Capitolo 3, intitolato “Organi dell’autogoverno nelle regioni autonome nazionali” disciplina la materia. Per garantire l’efficienza e la praticabilità dell’intero sistema, alle regioni autonome (Mongolia Interna, Xinjiang, Guangxi, Ningxia e Tibet) sono riconosciuti diritti e facoltà amministrativo-gestionali: rappresentanza proporzionale al governo della regione autonoma (Art. 114), autonomia nella gestione delle finanze (Art. 117), libertà di sviluppare le proprie lingue, culture, tradizioni locali e religioni (Art. 119), organizzazione di forze di sicurezza locali per il controllo dell’ordine pubblico (Art. 120). Tali articoli vengono periodicamente aggiornati e implementati in base alle esigenze locali opportunamente segnalate al Comitato Centrale da parte dei responsabili locali eletti nei vari distretti e città interessate