Cina, l’Italia segue la strada della cooperazione internazionale (nonostante la NATO)

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wang yidi Tatiana Santi, intervista a Francesco Maringiò

da https://it.sputniknews.com

Nel 2020 si celebrano i 50 anni delle relazioni italo-cinesi e l’Italia, pur legata alla NATO e all’Ue, potrebbe giocare nei suoi interessi la partita della cooperazione internazionale.


Non è casuale la scelta del ministro degli esteri cinese Wang Yi che parte da Roma per iniziare il suo tour di visite ufficiali in Europa: Roma e Pechino nel 2019 hanno firmato il famoso memorandum d’intesa sull’Iniziativa Belt and Road, provocando un gran grattacapo agli americani.

Quali sono le opportunità della cooperazione con la Cina per l’Italia? Qual è il ruolo geopolitico dell’Italia in bilico fra Stati Uniti e Pechino? Sputnik Italia ne ha parlato con Francesco Maringiò, presidente dell’Associazione italo-cinese per la promozione della Nuova Via della Seta, esperto di Cina.

— Inizia dall’Italia il tour europeo del ministro degli esteri cinese Wang Yi. Roma-Pechino, si tratta di relazioni speciali rispetto ad altri Paesi Europei?

— Il 2020 è l’anno nel quale si celebra il cinquantesimo delle relazioni diplomatiche tra i due paesi e la decisione cinese di scegliere l’Italia come prima tappa del tour europeo del ministro Wang Yi e, soprattutto, come primo paese europeo che la Cina visita dopo la pandemia da Covid-19, è un segnale chiaro di attenzione da parte di Pechino. 

Ma la Cina non intende lavorare per approfondire le divergenze che ci sono in seno all’Unione Europea, cosa che, per inciso, non aiuterebbe l’Italia in questo momento. Questo messaggio è esplicito nelle parole del capo della diplomazia cinese, nel corso della conferenza stampa a Villa Madama: la Cina guarda alla diplomazia europea come ad un partner affidabile ed in grado di fare da argine ai venti di unilateralismo, protezionismo e “nuova guerra fredda”.

A partire da questa cornice l’Italia può però giocare le sue carte: spesso il nostro Paese soffre dell’iniziativa politica di Francia e Germania verso la Cina (e non solo). Questa special relation italo-cinese rafforzata dalla firma del MoU sulla Via della Seta, può fornire, se ben agita politicamente, frecce all’arco dell’azione diplomatica italiana, che ha il compito di recuperare i ritardi accumulati sul terreno delle relazioni bilaterali commerciali. 

— Fra i nodi principali della visita c’è sicuramente il 5G. La posizione in merito dell’Italia è chiara?

— Il governo ha mosso dei passi decisivi in questa direzione nell’ultimo anno: prima varando la nuova normativa sul Golden power e creando un comitato ad hoc facente capo direttamente al Presidente del Consiglio; poi istituendo il Perimetro di sicurezza cibernetica nazionale, riguardante tutti gli ambiti dei sistemi informatici che hanno attinenza con la sicurezza nazionale. Ma queste strutture tecniche non tolgono al governo l’onere di una decisione tutta politica.

Con il discorso del Segretario di stato Usa Mike Pompeo sul “Clean network” è evidente il progetto politico di colpire (contro le ragioni economiche e tecnologiche) le compagnie cinesi operanti nel settore ed all’avanguardia nell’implementazione del 5G. L’Italia deve quindi scegliere, non tra Usa e Cina, ma tra una decisione politica (in pieno spregio anche al principio della libera concorrenza) subalterna ad interessi statunitensi ed una politica che, salvaguardando gli interessi nazionali, ponga sì tutti gli operatori - cinesi e non - al vaglio delle nostre strutture tecniche. Garantendo poi però la libertà di scelta rispetto alle migliori infrastrutture e le migliori società tecnologiche capaci di fornire le migliori infrastrutture necessarie per ammodernare il Paese. La scelta politica, pertanto, è se accettare il gioco della torre “Usa vs Cina”, oppure cambiare schema di gioco e scegliere, tra tutte le opzioni in campo, quella che è più utile al paese.

— Quali sono le opportunità della cooperazione italo-cinese per l’Italia e per le imprese italiane?

L’Italia ha storicamente perso terreno nelle relazioni commerciali con la Cina all’inizio degli anni ’90, proprio quando invece francesi e tedeschi ponevano le basi della loro importante penetrazione commerciale. Abbiamo ancora tanto terreno da recuperare ed è ovvio che le istituzioni sottolineino in ogni occasione che l’Italia vuole migliorare l’interscambio commerciale. D’altro canto, sia l’Italia che il continente europeo sono in forte contrazione economica ed il mercato cinese rappresenta oggettivamente un importante mercato di riferimento, senza il quale è difficile immaginare una ripresa.

Ma non bisogna dimenticare altri aspetti, non solo prettamente commerciali. Il primo riguarda la cooperazione italo-cinese nei paesi terzi, penso in particolare modo ai paesi dell’area Mena, il secondo riguarda l’attrazione degli investimenti cinesi. Sui giornali italiani si parla, per esempio, del rinato interesse cinese per Taranto, sia per il porto, che per l’acciaieria. Ricordo che tale progetto è nato negli anni ’90 su spinta di Romano Prodi, ma lungaggini italiane hanno fatto scappare gli investitori cinesi verso altri lidi. Oggi, con i nuovi progetti di realizzazioni di Zes e la nuova piattaforma logistica, la città dei due mari ha tutte le carte in regola per candidarsi a diventare uno degli hub della Belt and Road nella Mediterraneo.

— Qual è il ruolo dell’Italia nella «guerra» fra Cina e Stati Uniti?

— Il Ministro degli Esteri Luigi Di Maio, nel corso della Conferenza stampa con il suo omologo cinese, ha ribadito che l’appartenenza dell’Italia all’Ue ed alla Nato è solida, ma ha anche affermato che l’Italia è storicamente un ponte tra oriente ed occidente. Oggi credo che l’impegno principale sia evitare che il mondo sprofondi in una nuova guerra fredda, che sposterebbe le lancette della storia all’indietro ma, soprattutto, distoglierebbe energie fondamentali dalle urgenti priorità del mondo contemporaneo (come la lotta al Covid-19, che non è stata ancora vinta). Per fare questo, è necessario preservare il multilateralismo e la cooperazione internazionale, bandendo la mentalità a somma zero che alberga in alcune cancellerie dell’Occidente. È questa la partita, a mio avviso, che l’Italia deve saper giocare: è nel suo interesse peculiare e nell’interesse generale di un mondo di pace.