La UE e la BRI: un rapporto complicato

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europa cina mappadi Vladimiro Giacché

Troubles down the Road


Relazione al V Forum Europeo sulla via cinese: “L’approccio cinese e lo sviluppo europeo in una nuova era” (Academy of Marxism, Chinese Academy of Social Sciences – Associazione Marx XXI – Fondazione Gramsci Emilia Romagna – Istituto Confucio, Bologna – Edizioni MarxVentuno), Bologna, 14 ottobre 2018.

1. Considerazioni introduttive

Nel corso del III forum Italia-Cina, svoltosi a Roma 2 anni fa, avevo messo in luce alcune contraddizioni nel rapporto UE-Cina. [1] Queste contraddizioni derivavano a mio giudizio da tre fattori principali:


1) la natura in sé complessa delle relazioni economiche (mai soltanto economiche, ma sempre intrecciate a obiettivi politici e geopolitici, e comunque determinate dalla formazione sociale prevalente e dalla gerarchia di interessi conseguente);

2) la natura specifica dell’UE (non un’unione politica, ma tutt’altro che monolitica anche da un punto di vista economico; anzi, afflitta da una contraddizione specifica: il fatto cioè che proprio l’integrazione monetaria ha accentuato - per meccanismi sui quali esiste ormai abbondante letteratura - le differenziazioni interne e anzi la vera e propria divergenza economica tra gli Stati che ne fanno parte);

3) infine, il fatto che gli interessi dei diversi Stati dell’Unione non riescono a trovare una composizione armoniosa all’interno dell’UE.

Ritengo che da allora queste contraddizioni si siano aggravate e si stiano oggi ripercuotendo sugli accordi commerciali, sull’atteggiamento da tenere nei confronti degli investimenti diretti esteri (IDE) cinesi in Europa e anche nei confronti della Nuova Via della Seta (Belt and Road Initiative, BRI).

2. L’UE e la BRI: un atteggiamento poco costruttivo

A quest’ultimo riguardo sta sempre più emergendo un atteggiamento che vede nella BRI un progetto non da condividere, ma da ostacolare. Si è passati da uno “scetticismo passivo” [2] a qualcosa di peggio.

Vi è stato in primo luogo il tentativo di contrapporre il documento “Trade For All” alla BRI. Il 31 maggio dello scorso anno ho preso parte a una conferenza organizzata su questo argomento a Bruxelles dal Gruppo GUE/NGL presso il PE. [3] Ho partecipato al primo Panel, che aveva questo titolo: Global Economic and Trade challenges – two economic and development responses by the PR China (OBOR) and the EU (Trade for All) and their impact on EU-China relations. Nel prendere la parola per il mio intervento, dedicato ai fondamenti teorici della BRI, ho dovuto preliminarmente osservare che già “confrontare il progetto ‘OBOR’ (ora rinominato BRI) con il documento ‘Trade for All’ [4] è un compito piuttosto arduo. Infatti da una parte abbiamo un progetto di investimento, dall’altra un atteggiamento, un approccio metodologico e una lista di priorità. ‘Trade for All’ è un insieme di linee guida, una cornice metodologica per valutare opportunità di investimento (‘questa è la nostra precondizione per firmare quell’accordo commerciale’ ecc.).” [5] Vero è che non si può confrontare un progetto con una metodologia. Quest’ultima può al massimo essere applicata al primo. Ed è facile che lo sia per limitarne la portata, per porre dei vincoli. Questo è in fondo l’esito obbligato di quel “confronto”.

Ora facciamo un passo avanti ed esaminiamo un documento più recente: “Connecting Europe and Asia - Building blocks for an EU Strategy” del 19 settembre 2018, comunicazione congiunta da parte della Commissione Europea e dell’Alto rappresentante dell’Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza, indirizzata al PE, al Consiglio, al CESE, al Comitato delle Regioni e alla BEI. Anche qui troviamo molte osservazioni metodologiche, ma ben poco di concreto. Vengono indicati alcuni obiettivi su cui “l’UE si confronterà con i suoi vicini e con i suoi partners in Asia”. [6] Ma non vengono indicati i mezzi per raggiungerli, né il loro nesso con BRI.

E in effetti Oxford Analytica ha così interpretato il senso della comunicazione, in un commento del 3 ottobre 2018 a questo testo: “l’UE sta delineando una politica concepita in parte come un’alternativa ai progetti di trasporto cinesi, in parte come un loro complemento”. [7] Quanto agli impatti della nuova strategia europea, il commento afferma che essa “può incoraggiare alcuni stati dell’Est Europeo ad evitare di fare troppo affidamento sulla Cina”. Il commento ammette che “In Asia Centrale, l’UE può offrire ben poco in grado di travalicare le opportunità offerte dalla Cina in termini di connettività dei trasporti”. Né manca un cenno alla Russia: “sarà importante la risposta della Russia”, che – confidano gli autori del commento – “può trovare le iniziative dell’UE più attraenti rispetto all’espansione dell’influenza economica della Cina”. Sempre secondo Oxford Analytica, “l’obiettivo dichiarato” della comunicazione “non è quello di isolare la Cina, ma piuttosto di fornire alternative e di interloquire selettivamente con Pechino su progetti specifici”.

In realtà, un terreno di dialogo tra UE e Cina su questi temi esiste già da tempo: si tratta della EU-China Connectivity Platform, del 2015, che mirava a garantire che la BRI fosse un "open platform which adheres to market rules and international norms". Non più tardi del luglio di quest’anno, al summit EU-China svoltosi a Bruxelles, leader di entrambe le parti hanno formalmente apprezzato i progressi fatti grazie alla Connectivity Platform. Anche questo induce a pensare che la più recente comunicazione UE definisca una competizione rispetto alla BRI più che una collaborazione con il progetto.

Ma proviamo a capire i motivi profondi di quello che sembra un atteggiamento sempre più antagonistico della UE verso il progetto avviato dalla Cina.

3. Quali sono le motivazioni dell’atteggiamento UE?

Diversi motivi contribuiscono a spiegare questo atteggiamento.

(I) Primo: La BRI è un modello economico alternativo a quello prevalente in Occidente dagli anni Ottanta. Come ho avuto modo di rilevare nel Forum Italia-Cina del 2015, il progetto della BRI presuppone un modello di sviluppo multilaterale e di rilancio della crescita attraverso investimenti in asset reali, in particolare investimenti infrastrutturali. Questo modello è oggettivamente alternativo al modello di crescita occidentale basato su quello che Marx chiamava il “capitale produttivo d'interesse” (ossia la finanza e il debito), sul perpetuarsi di un signoraggio antistorico e la difesa di vecchie rendite di posizione. [8] Quest’ultimo modello, in essere dagli anni Ottanta, è entrato in crisi nel 2007 e la storia di questi ultimi anni della triade Usa-Ue-Giappone può essere letta come il disperato tentativo di rimetterlo in piedi. [9]

Questa oggettiva contrapposizione è stata recentemente confermata, partendo da un’altra angolatura, da Branko Milanovic, il quale, dopo aver osservato osservato che “the leading western nations have largely lost the ability, or become disenchanted, with large-scale projects” [10], nota che BRI rompe con la “developmental philosophy” del “Washington Consensus”, tutta imperniata sulla riduzione del ruolo dello Stato nell’economia, sui presunti vantaggi derivanti dal “lasciar fare” al mercato, dalle privatizzazioni, dalla libera circolazione dei capitali.

A questo approccio (divenuto egemonico con la fine dell’Unione Sovietica – ma entrato in crisi con il 2007/8 e la Grande Depressione che ne è seguita), la BRI contrappone una “activist view of development scaled up to the level of three continents”. Di fatto al modello di una crescita basata sull’ampliamento del capitale produttivo d’interesse (e sull’eliminazione di ogni ostacolo alla sua libera circolazione su scala mondiale) è qui contrapposto un modello basato su investimenti reali.

(II) Secondo: La BRI prefigura la costruzione di una realtà geopolitica alternativa alla preminenza dell’asse transatlantico. La BRI rappresenta un ponte tra Asia ed Europa. Questo progetto – come ci ha detto il prof. Zhang Xinping 2 anni fa al III Forum – “accorcia la distanza tra Asia ed Europa”. In termini strategici, in ogni caso, la creazione di grandi rotte di traffico tra Europa e Asia appare in grado di spostare il baricentro dei rapporti di forza a livello mondiale e lo stesso peso delle alleanze. Questo sarebbe conveniente per l’intero continente eurasiatico. Ma i fautori di un asse privilegiato transatlantico, anche in Europa, non la vedono così.

Più in generale, l’idea di un asse privilegiato UE-Usa è dura a morire. E questo nonostante il blocco del Transatlantic Trade and Investment Partnership (TTIP) degli Usa con l’Unione Europea (che era una sorta di mossa preventiva per contrastare l’affermarsi di un maggiore ruolo della Cina in termini commerciali), e nonostante la stessa presidenza Trump. L’“Economist” nel suo numero del 6 ottobre scorso ha espresso molto bene questo punto di vista, affermando che “l’Europa ha in comune con l’America molto più di quanto abbia con la Cina, per quanto l’attuale occupante della Casa Bianca possa piacere poco agli Europei”. [11]

E in effetti, allorché la Cina ha chiesto all’UE di fare fronte comune contro il nascente protezionismo Usa, l’UE si è defilata sperando di minimizzare i propri danni, e poi ha preferito trattare per conto proprio con gli USA. Di qui anche il rifiuto di Macron e della May di firmare un memorandum d’intesa sulla via della seta marittima.

(III) Terzo. È un ostacolo alle mire espansionistiche della Germania verso l’Asia Centrale

È questa la chiave di lettura della singolare dichiarazione del ministro degli esteri tedesco Gabriel (SPD), che ha accusato la BRI di “voler promuovere un sistema alternativo a quello occidentale che, a differenza del nostro modello, non è basato sulla libertà, sulla democrazia e sui diritti umani degli individui”. [12]

In effetti, come avevo accennato già due anni fa al III Forum Italia-Cina, il grande capitale tedesco sta riprendendo la direttrice di sviluppo verso Est che ne ha caratterizzato il percorso tra il 1900 e il 1945. [13]

Su questa strada la Germania incontra la Russia, ma inevitabilmente anche la Cina. E l’alleanza tra le due che sembra profilarsi.

In una ricerca della Stiftung für Wirtschaft und Politik (SWP, un think tank vicino al ministero degli esteri tedesco) si legge che „Non è nell’interesse tedesco ed europeo… che l’avvicinamento tra Pechino e Mosca vada a scapito della libertà di movimento dell’Europa su un piano globale e regionale“. [14] Ovviamente, la “libertà di movimento” di cui qui si parla non è quella genericamente europea, ma quella del paese guida dell’Unione Europea, ossia la Germania.

Come evitare che questo avvenga? Uno dei modi individuati dalla SWP è quello di offrire una sponda politica e diplomatica agli Stati che in Asia Centrale si sentono presi nella morsa dell’alleanza russo-cinese, e dando loro alternative operative. Le alternative a dire il vero sin qui non si sono viste, l’attivismo diplomatico tedesco in Asia Centrale da almeno 4 anni in qua sì, come confermano visite ad altissimo livello praticamente presso tutti quei paesi.

(IV) Quarto. La Cina vista come un concorrente

Più in generale, la potenza guida della UE, la Germania, coopera economicamente con profitto con la Cina sul terreno economico, ma – soprattutto in un’ottica di lungo periodo – vede la Cina più come concorrente che come partner.

In quest’ottica, la BRI è percepita come un modo (anche) per estendere la potenza cinese a livello globale e quindi essa deve essere ostacolata. Questo nonostante da parte cinese si sia più volte ribadito che la BRI non ha nulla a che fare con il Piano Marshall in quanto non ha “security and military implications”, puntando invece a una cooperazione mirata a migliorare la “infrastructure connectivity”. [15]

Sul punto restano valide le osservazioni sull’Europa a guida tedesca contenute in un articolo del marzo 2015 di Zhao Ke, dell’istituto per gli studi strategici internazionali della scuola centrale del PCC, pubblicato anche in lingua inglese in “Chinese Social Sciences Today”: 

“Ovviamente, la leadership della Germania in Europa diminuirà in misura considerevole i nostri costi di transazione con l’Europa. Ma non possiamo perdere di vista il fatto che gran parte dell’élite politica tedesca vede la Cina come uno sfidante piuttosto che come un vero partner”. Infatti, “si può notare che la politica del governo tedesco attuale nei confronti dell’Asia è in gran parte ispirata alla strategia del ‘larger West’, [16] e questo costituirà il maggiore problema nel futuro sviluppo delle relazioni sino-tedesche. Se il punto di vista tedesco sulla Cina resterà immutato, l’Europa a guida tedesca renderà senza alcun dubbio molto più difficile per la Cina gestire il suo rapporto con l’Europa nel lungo termine”. [17]

(V) Quinto. Si nutre la speranza che la BRI risulti un progetto economicamente fallimentare

Tra i motivi dello scarso impegno dimostrato nel sostenere il progetto della BRI può giocare anche la speranza che esso rappresenti un investimento fallimentare, in grado addirittura di causare il declino della Cina quale potenza mondiale. Non a caso sono comparsi di recente contributi imperniati sul paragone tra questo progetto di investimento e quelli sovietici in Siberia degli anni Settanta, che effettivamente giocarono un ruolo importante nel contribuire all’indebolimento economico dell’URSS. [18] Il presupposto, ovviamente, è considerare tutto dal punto di vista del confronto tra le potenze e trascurare gli aspetti cooperativi e di mutuo beneficio del progetto.

(VI) Sesto. I rapporti bilaterali sono considerati una minaccia alla diarchia franco-tedesca nella UE

La strategia bilaterale praticata con successo dalla Cina in relazione a BRI (e più in generale agli IDE cinesi in Europa) preoccupa da tempo sia la Germania che la Francia.

Già due anni fa la SWP ha proposto di stabilire meccanismi di informazione reciproca interni alla UE sui rapporti di ciascun paese con la Cina in relazione a BRI, usando a questo fine anche la piattaforma di connettività allora appena messa in piedi. [19]

Più di recente si è lavorato a un meccanismo di selezione degli IDE cinesi in Europa, con l’obiettivo di dare alla UE il potere di veto su determinati generi di investimenti. Lo scorso 13 giugno il Consiglio Europeo ha stabilito di iniziare negoziati col PE per arrivare a una decisione di questo tipo. Sulla stampa si è parlato soprattutto degli investimenti nel settore dell’alta tecnologia (in relazione ai quali peraltro gli stessi produttori tedeschi di macchinari di precisione hanno di recente affermato di preferire quali acquirenti le società cinesi agli hedge funds statunitensi). [20] In realtà il tema riguarda direttamente la BRI, e in particolare i porti sulla rotta. Non a caso un documento del Bruegel Institute dello scorso giugno al riguardo ha affermato: “Given their strategic relevance, we consider that the Council and the European Parliament cannot avoid taking maritime activities into consideration during their discussions on the EU framework for screening foreign direct investments”; [21] nella stessa direzione va il saggio di Duchâtel e Sheldon Duplaix già più volte citato. [22]

È evidente che stabilire un tale vincolo aumenterebbe ulteriormente i poteri della UE (limitando per contro la sovranità degli Stati membri su un tema strategico quale l’accesso alle coste), in una fase in cui emerge una crescente insoddisfazione tra i popoli europei per quelli che essa già possiede e per l’uso che ne fa.

Stabilire un tale vincolo sarebbe pericoloso. Ma sarebbe anche assurdo nell’attuale quadro istituzionale: è infatti assolutamente insensato pensare a un coordinamento europeo (o peggio ancora a veti) nel caso di investimenti oggettivamente concorrenti in paesi che si trovano in competizione tra loro su determinati settori. Quale senso avrebbe, per esempio, demandare alla UE una scelta tra Italia e Olanda quali porti di destinazione della BRI?

4. L’Italia e la BRI

Recentemente ha fatto discutere l’atteggiamento del governo italiano, che ha cambiato rotta rispetto al precedente governo nei confronti della linea franco-tedesca di limitare la libertà di movimento dei singoli Stati quanto a investimenti diretti esteri cinesi. [23]

In verità al riguardo il sottosegretario Geraci ha detto cose assolutamente sensate: “abbiamo 28 differenti economie con 28 interessi economici differenti”; e ha aggiunto “stiamo cercando di capire come l’Italia può essere il principale paese europeo partner nella BRI”, non a partire da finalità astratte, ma da una realtà geopolitica molto concreta: “la posizione italiana nel Mediterraneo”.

Hegel diceva che nessuno può uscire dal proprio tempo più di quanto possa uscire dalla propria pelle. Allo stesso modo, nessuno Stato può prescindere dalla propria posizione geografica. L’Italia è un ponte sul Mediterraneo.

Da questo punto di vista, essa è un punto di snodo obbligato delle merci sulla via della Seta marittima tanto per la rotta che porta alla Mitteleuropa (via Trieste), tanto per la rotta che porta all’Africa. Voglio essere più esplicito: la vocazione geografica dell’Italia non può esaurirsi nel diventare un punto di transito dei traffici da e per la Mitteleuropa, attraverso i porti di Trieste, Genova e Vado Ligure.

A questo proposito va senz’altro raccolto lo stimolo dell’ambasciatore cinese in Italia Li Ruiyu, che ha individuato nella cooperazione trilaterale Cina-Italia-Africa un importante terreno di cooperazione. [24] Questo significa, in concreto, fare della portualità meridionale (penso in particolare al porto di Gioia Tauro, ma non solo) un perno del rilancio della centralità dell’Italia nei traffici nel mediterraneo, soprattutto in direzione Nord Africa e Medio Oriente. A mio giudizio si tratta di un’occasione che l’Italia non può perdere per recuperare il proprio ruolo e per rilanciare l’infrastrutturazione e l’economia del Mezzogiorno.

Nell’articolo già citato di Follain e Mathieson si legge che “con il suo cambiamento di rotta verso la Cina, la coalizione populista italiana rischia di alienarsi l’Unione Europea esattamente come ha fatto in relazione all’immigrazione, alla politica fiscale e con il suo atteggiamento di irrisione nei confronti della stessa UE”. Se le cose stessero davvero in questi termini, non avremmo che una riprova del fatto che gli “interessi dell’UE” sono gli interessi dei Paesi più forti al suo interno, e al tempo stesso della necessità e urgenza di un riequilibrio di forza politica ed economica tra i Paesi dell’Unione.

Oggi ogni passo avanti in direzione di questo riequilibrio è un contributo alla stabilità dell’UE, al riequilibrio delle forze al suo interno e quindi a relazioni più equilibrate tra la UE e il resto del mondo. Anche in questo senso possiamo dire che lo sviluppo e il rafforzamento dei rapporti bilaterali Italia-Cina in relazione alla BRI è un contributo a qualcosa di molto più grande e molto più importante.

NOTE

1 Il testo del mio intervento si può leggere in: https://www.academia.edu/29676443/Aspetti_delle_relazioni_economiche_Cina-UE_Relazione_al_Forum_La_via_cinese_e_il_contesto_internazionale_Academy_of_Marxism_CASS_Associazione_Marx_XXI_Roma_15_ottobre_2016

2 La definizione è di M. Duchâtel, A. Sheldon Duplaix: “La Cina blu: la rotta verso l’Europa”, in “Aspenia”, n. 82, 2018, p. 134.

3 Understanding the One Belt One Road Strategy, and the Future of EU-China Trade and Cooperation Relations – Conference organized by the European Parliamentary Group of the European United Left / Nordic Green Left (GUE/NGL).

4 Trade for all – Towards a more responsible trade and investment policy, European Union, 2015.

5 Il testo del mio intervento si può leggere al seguente link: https://www.academia.edu/33926730/The_B_and_R_Initiative_and_its_theoretical_background_in_Understanding_the_OBOR_Strategy_Conference_Organized_by_the_EPG_of_the_European_United_Left_GUE-NGL_Brussels_European_Parliament_31_May_2017_Panel_I_.

6 In primo luogo, si legge nel testo, “contributing to efficient connections and networks between Europe and Asia through priority transport corridors, digital links and energy cooperation at the service of people and respective economies”. In secondo luogo, “establishing partnerships for connectivity based on commonly agreed rules and standards enabling a better governance of flows of goods, people, capital and services”. In terzo luogo, “contributing to address the sizeable investment gaps through improved mobilisation of resources, reinforced leveraging of EU’s financial resources and strengthened international partnerships”.

7 “EU offers fair dealing in its ‘Belt and Road’ response”, Oxford Analytica, 3 ottobre 2018.

8 Al riguardo si veda il mio “Dopo la grande recessione: investimenti multilaterali per lo sviluppo e la creazione di un nuovo ordine monetario globale. 30 tesi”, ora raccolto nel volume curato da A. Catone, La “Via Cinese”. Realizzazioni, cause, problemi, soluzioni, marxventuno editore, Bari, 2016, pp. 225-232.

9 Su questo rinvio a V. Giacché, Titanic Europa, Roma, Aliberti, 2012; cfr. anche “Leggere la crisi: stagnazione secolare o caduta tendenziale del saggio di profitto?”, in Società natura storia. Studi in onore di Lorenzo Calabi, a cura di A. Civello, Pisa, Edizioni ETS, 2015, pp. 269-284 (scaricabile da: https://www.academia.edu/25028210/Leggere_la_crisi_stagnazione_secolare_o_caduta_tendenziale_del_saggio_di_profitto_in_Societ%C3%A0_natura_storia._Studi_in_onore_di_Lorenzo_Calabi_a_cura_di_Andrea_Civello_Pisa_Edizioni_ETS_2015_pp._269-284 ) .

10 B. Milanovic, “The west is mired in ‘soft’ development. China is trying the ‘hard’ stuff”, in “the Guardian”, 17 maggio 2017.

11 “China’s designs on Europe”, “the Economist”, 6 ottobre 2018.

12 Cit. in M. Duchâtel, A. Sheldon Duplaix, “La Cina blu: la rotta verso l’Europa”, in “Aspenia”, n. 82, 2018, p. 132.

13 Al riguardo si veda la ricchissima documentazione raccolta in Europastrategien des deutschen Kapitals: 1900-1945, a cura di R. Opitz, Köln, Pahl-Rugenstein Verlag, 1977.

14 M. Klein, K. Westphal, “Russlands Wende nach China”, SWP-Aktuell, Stiftung Wissenschaft und Politik, Berlin, settembre 2015; http://www.swp-berlin.org/fileadmin/contents/products/aktuell/2015A78_kle_wep.pdf , p. 8.

15 Cfr. ad es. Gu Bin, “The Belt and Road Initiative is not a China’s Marshall Plan”, “Financial Times”, 7 agosto 2018. La separazione tra “economic interest” e “politics” è un punto di forza del progetto anche ad avviso di B. Milanovic (art. cit.).

16 L’autore definisce in tal modo una politica che tende a favorire e ad approfondire prioritariamente le relazioni euroatlantiche, e che in particolare appoggia il tentativo Usa di “ribilanciamento delle forze” in Asia a scapito della Cina.

17 Il titolo dell’articolo è eloquente: “Does ascendant Germany pose a challenge for China?http://www.csstoday.com/Item/3174.aspx . L’articolo uscì, forse non casualmente, alla vigilia della visita del presidente tedesco Gauck in Cina.

18 D. Fickling, “Soviet Collapse Echoes in China’s Belt and Road”, Bloomberg, 12 agosto 2018.

19 http://www.swp-berlin.org/fileadmin/contents/products/research_papers/2016RP02_gdh.pdf , p.6, 23.

20 U. Marx, “Lieber Chinesen als amerikanische Hedgefonds”, in “Frankfurter Allgemeine Zeitung”, 4 agosto 2018.

21 S. Pandya, S. Tagliapietra, “China’s strategic investments in Europe: The case of maritime ports”, Bruegel.org, 27 giugno 2018; http://bruegel.org/2018/06/chinas-strategic-investments-in-europe-the-case-of-maritime-ports/ .

22 M. Duchâtel, A. Sheldon Duplaix, cit., qui p. 157.

23 J. Follain, R. Mathieson, “Italy Pivots to China in Blow to EU Efforts to Keep Its Distance”, Bloomberg, 4 ottobre 2018.

24 Li Ruiyu, “Cina-Africa, alleanza strategica che può dare un ruolo all’Italia”, “Il Sole 24 Ore”, 5 settembre 2018.