Per farla finita una volta per sempre con la sinofobia

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cina statualavorodi Domenico Losurdo 

PREFAZIONE al libro di Fabio Massimo Parenti, Il socialismo prospero. Saggi sulla via cinese, Novaeuropa edizioni, 2017.

Un nuovo libro sulla Cina? Non ce ne sono già tanti ed essi non crescono a vista d’occhio? Non c’è dubbio: la Repubblica popolare cinese non cessa di attrarre l’attenzione del mondo intero. Dopo aver liberato dalla miseria centinaia e centinaia di milioni persone – un processo per la sua ampiezza e la sua rapidità senza precedenti nella storia – il grande paese asiatico sta ora bruciando le tappe dello sviluppo tecnologico. E ancora una volta, i risultati conseguiti o che si profilano all’orizzonte sono di portata storica: il monopolio dell’alta tecnologia per secoli detenuto dall’Occidente capitalistico, che spesso se ne è servito per assoggettare o tiranneggiare il resto del mondo, sta dileguando; si stanno realizzando le condizioni oggettive per la democratizzazione delle relazioni internazionali, alla quale peraltro continuano ostinatamente ad opporsi l’imperialismo e l’egemonismo.


La rinascita di un paese di civiltà millenaria, dopo la più grande rivoluzione anticoloniale della storia, mette in crisi i luoghi comuni di cui è intessuta la campagna anticinese portata avanti dal potere e dall’ideologia dominanti a livello internazionale. La Cina avrebbe fondato il suo prodigioso sviluppo sullo sfruttamento del lavoro a basso costo? Quante volte ci siamo imbattuti in questo ritornello? Ma ora leggiamo le informazioni e i dati riportati da organi di stampa, istituti, libri e autori insospettabili: «Secondo uno studio del Boston Consulting Group (Bcg), i salari cinesi crescono a due cifre dal 2000» (Danilo Taino, La «fabbrica Cina» si sindacalizza e gli investimenti tornano a Ovest, in «Corriere della Sera» del 5 febbraio 2013). È una tendenza che continua a manifestarsi, sostanzialmente immutata, ancora ai giorni nostri, nonostante la grave crisi scoppiata in Occidente nel 2008. Lo conferma, già nel titolo e sottotitolo, un articolo apparso recentemente sull’autorevole quotidiano italiano già citato: Superati i lavoratori di Messico e Brasile. Salari triplicati negli ultimi dieci anni. Un operaio in Cina viene pagato (quasi) come in Portogallo (Guido Santevecchi su «Corriere della Sera» del 28 febbraio 2017, p. 17).

Un altro luogo comune dell’ideologia dominante vede il gruppo dirigente al potere in Cina come ostile al popolo e interessato solo a difendere i privilegi di una élite ristretta. Ma come stanno realmente le cose? «Finora, ogni volta che gli operai di una fabbrica mostravano segni di insoddisfazione, il partito [comunista] spingeva per immediati aumenti salariali, per mantenere la pace sociale» (Taino 2013). È un’osservazione confermata da un illustre politologo statunitense, a suo tempo distintosi per aver celebrato i rapporti politico-sociali vigenti in Occidente come il compimento della storia umana e persino come la fine della storia. Ebbene: in Cina, allorché si verificano proteste di massa, i funzionari e gli amministratori locali sono sollecitati a fare «concessioni di vario genere» (di carattere monetario o normativo), e si tratta di sollecitazioni che trovano orecchie assai attente, dato che «un singolo incidente o occasione di disordine potrebbe significare la fine della carriera di un funzionario» (F. Fukuyama, Political Order and Political Decay, Profile Books, London, 2014, p. 381). Dunque, nella misura in cui interviene nel conflitto sociale, il potere politico agisce in modo opposto a quello denunciato dall’ideologia dominante. Sì, esso, pur senza perdere di vista le compatibilità economiche, si sforza in ogni modo di promuovere l’accoglimento delle rivendicazioni operaie e popolari.

Ma, forse, il luogo comune più diffuso dell’ideologia dominante è un altro. Alcuni anni fa, la grande stampa d’informazione strombazzava in tutto il mondo l’articolo di uno storico di successo e campione dell’ideologia dominante (Niall Ferguson), il quale accusava i dirigenti della Cina di essere «in conflitto aperto con la natura», anzi di aver dichiarato «guerra» alla natura («Corriere della Sera» del 3 agosto 2008). Questo quadro caricaturale era una sciocchezza nel momento stesso in cui veniva tracciato. Pur sottolineando la gravità del problema ecologico in Cina, un libro pubblicato tre anni prima negli USA riconosceva: 

«Il governo cinese ha inoltre imposto alle città di espandere enormemente le zone verdi. Shanghai ha fatto di più, radendo al suolo ampie  zone della città per crearvi parchi e giardini. Per soddisfare la richiesta del governo, si poteva semplicemente coprire l’area di zolle erbose e poi falciare l’erba. Ma a Shanghai su ogni nuova striscia di terra che viene creata si scaricano e vengono piantati camion e camion di fiori. Nel giro di qualche settimana vengono creati dei laghetti e sulle collinette vengono costruite delle graziose toilette […] Anche in fatto di giardini pubblici, Shanghai vuole essere all’altezza di Londra e Parigi. Per prendersi il posto che le spetta, la città ha anche stabilito che doveva disfarsi del tanfo e della sporcizia delle sue vecchie industrie. Nei dintorni più prossimi di Shanghai sono stati banditi gli stabilimenti di lavorazione della carta, le fonderie, le industrie chimiche e decine di altri tipi di ciminiere e scarichi». 

Peraltro, non si trattava solo degli sforzi di una città d’avanguardia: «la Cina è diventato il primo paese nell’uso dell’energia solare» (Ted C. Fishman, China SpA. La superpotenza che sta sfidando il mondo, Nuovi Mondi Media, Bologna, 2005, pp. 93-4 e 125).

Le frasi ad affetto dello storico e giornalista impegnato a cavalcare e possibilmente guidare la campagna anticinese erano clamorosamente smentite dall’onesta analisi empirica. Nel frattempo, la Cina ha consolidato il suo ruolo d’avanguardia nella produzione e nel consumo di energia rinnovabile. Ha finito col riconoscerlo nientemeno che il «New York Times» che, in tema di ecologia e difesa dell’ambiente, il 23 maggio 2017 («International Edition») pubblicava un editoriale dal titolo eloquente: Per il clima, guardare alla Cina e all’India. Per l’esattezza, il discorso verteva soprattutto sul primo paese; il secondo veniva aggiunto per il fatto che l’elogio solitario di un paese governato da un Partito Comunista era troppo per il «New York Times»! E, tuttavia, l’editoriale in questione era chiaro: la Repubblica popolare cinese sta mantenendo scrupolosamente gli obiettivi fissati nell’accordo di Parigi del 2015 e anzi li sta raggiungendo con notevole anticipo: «La presa di distanza dai combustibili fossili è stata molto più rapida e molto più accentuata di quanto la maggior parte degli esperti prevedesse […] Nello scorso anno la vendita di macchine elettriche in Cina è aumentata del 70%, in larga parte grazie ai generosi incentivi del governo». In conclusione: «Pechino e New Delhi stanno indicando la strada da seguire». È da aggiungere un particolare non trascurabile: la Repubblica popolare cinese è più che mai impegnata ad affrontare e risolvere il problema ecologico, e ad affrontarlo e risolverlo senza per questo rinunciare a uno sviluppo economico che sta conducendo sulla via del benessere il paese più popoloso della terra. Esso costituisce ormai un essenziale punto di riferimento per il Terzo Mondo nel suo complesso. Volgendo le spalle al Washington Consensus, fondato sul neoliberismo e produttore di un’impietosa polarizzazione sociale, i paesi liberatisi dal giogo coloniale e decisi a conquistare l’indipendenza anche sul piano economico guardano sempre più al Beijing Consensus, fondato sull’idea di sviluppo e sulla ricerca, per dirla con Deng Xiaoping, della «prosperità comune» all’interno di un singolo paese e sul piano planetario.

A proposito di Deng Xiaoping: anche nell’ambito dell’Occidente capitalistico non mancano coloro che riconoscono la sua eccezionale statura di statista. Mi limito qui a citare uno studioso statunitense (docente a Harvard), che in relazione per l’appunto a Deng Xiaoping si è chiesto: «C’è un altro leader nel ventesimo secolo che abbia fatto di più per migliorare la vita di un numero così alto di persone? C’è un altro leader novecentesco che abbia esercitato un’influenza così grande e così duratura sulla storia mondiale?» (E.V. Vogel, Deng Xiaoping and the Transformation of China, Harvard University Press, Cambridge (Mass.)/London, 2011, p. 690).

E, tuttavia, i luoghi comuni della campagna anticinese sono duri a morire. Ben venga allora un libro come quello curato ed edito da Fabio Massimo Parenti, che in modo chiaro e documentato analizza i successi, i problemi, le sfide, i progetti, i dibattiti, la politica interna e internazionale della Repubblica popolare cinese.

A uno sguardo più attento, i luoghi comuni della campagna anticinese si rivelano pregiudizi inveterati. Essi rinviano a un vecchio vizio dell’Occidente, che nel periodo di massima potenza e prepotenza ha maturato un atteggiamento di smisurata arroganza nei confronti delle altre culture, dei paesi e dei popoli via via assoggettati. L’espansionismo nei confronti della Cina ha visto svilupparsi all’interno dell’Occidente una vera e propria sinofobia, ovvero la tendenza a negare ogni dignità e ogni valore al paese di civiltà millenaria che veniva aggredito. Con le guerre dell’oppio iniziava per la Cina «il secolo di umiliazioni», che si concludeva solo nel 1949 con la fondazione della Repubblica popolare cinese. Ebbene, in modo diretto o indiretto, il libro curato ed edito da Fabio Massimo Parenti chiama la cultura europea e occidentale non solo a prendere piena e definitiva consapevolezza del fatto che il secolo delle umiliazioni è terminato, ma anche a fare i conti, realmente e sino in fondo, con le pagine più nere della storia dell’Europa e dell’Occidente. Sì, perché il secolo di umiliazioni del paese più popoloso del modo e di più antica civiltà ha coinciso con il secolo che ha visto l’Europa e l’Occidente accumulare una smisurata potenza (economica, tecnologica e militare) e utilizzarla per le imprese più infami. Diamo uno sguardo alle tappe più importante del periodo storico sfociato in Europa negli orrori della Germania nazista e in Asia nei crimini orrendi perpetrati da un imperialismo giapponese deciso ad imitare l’Impero britannico e ancor più il Terzo Reich.

1840: era l’anno della prima guerra dell’oppio, una guerra di narcotrafficanti dichiarati, ma essa non suscitava nella cultura occidentale l’ondata di indignazione che sarebbe stato lecito attendersi. Anzi, John Stuart Mill, un liberale di sinistra, non esitava a celebrare la guerra dell’oppio come una crociata per la libertà: «il divieto di importare dell'oppio in Cina» violava la «libertà [...] dell'acquirente» prima ancora che «del produttore o del venditore». Ancora oltre si spingeva un altro autore, entrato anche lui a far parte del pantheon dell’Occidente liberale. Mi riferisco a Tocqueville, che additava la guerra dell’oppio, la guerra dei narcotrafficanti, come un segno della grandezza dei tempi! Sì:

«Ecco dunque infine la mobilità dell'Europa alle prese con l'immobilità cinese! E' un grande avvenimento, soprattutto se si pensa che esso non è che il seguito, l'ultima tappa di una moltitudine di avvenimenti della medesima natura che spingono gradualmente la razza europea al di fuori dei suoi confini e sottomettono successivamente al suo impero o alla sua influenza tutte le altre razze [...]; è l'asservimento delle quattro parti del mondo ad opera della quinta. E' bene dunque non essere troppo maldicenti nei confronti del nostro secolo e di noi stessi; gli uomini sono piccoli, ma gli avvenimenti sono grandi».

Su un punto il liberale francese aveva ragione: l’aggressione contro la Cina era solo un momento di un fenomeno più generale, e cioè dell’avanzata irresistibile della «razza» europea e bianca. Erano gli anni in cui la Francia liberale della monarchia di luglio scatenava una guerra, a tratti genocida, per assoggettare l’Algeria; al di là dell’Atlantico, mentre schiavizzava i neri, la repubblica nordamericana accelerava il processo di espropriazione, deportazione e decimazione dei nativi.

La cultura europea e occidentale non era granché turbata da tutto ciò, e non si scomponeva neppure in occasione della seconda guerra dell’oppio, che pure sfociava nella distruzione a Pechino del Palazzo d’Estate. Lo scempio di un monumento di incomparabile bellezza era il punto di partenza per il trafugamento e il saccheggio di un’infinità di opere d’arte. Trafugamento e saccheggio che fanno pensare a quelli alcuni decenni più tardi messi in atto dal Terzo Reich. Aveva un tono quasi profetico il giudizio formulato da Victor Hugo: «Noi, europei, siamo i civilizzati, e per noi, i cinesi sono i barbari. Ecco che cosa ha fatto la civiltà alla barbarie. Agli occhi della storia, un bandito si chiamerà Francia, l'altro si chiamerà Inghilterra».

E, tuttavia, il grande scrittore era pressoché isolato. La furia espansionista e il delirio razzista erano diventati senso comune in Occidente, che per lo più disprezzava e odiava tutto ciò che era estraneo alla razza bianca, anzi alla «pura» razza bianca. A fine Ottocento, se dinanzi a certi parchi pubblici del Sud degli Stati Uniti campeggiava la scritta: «Vietato l'ingresso ai cani e ai negri»; a Shanghai, la concessione francese difendeva la sua purezza razziale mettendo bene in mostra il cartello: «Vietato l'ingresso ai cani e ai cinesi». E di nuovo vediamo prender forma e cominciare a infuriare l’ideologia successivamente ereditata dal Terzo Reich.

Si può dire che ogni tappa della sinofobia è stata al tempo stesso una tappa della preparazione ideologica e politica dell’orrore sfociato in Europa nel Terzo Reich e in Asia nell’Impero del Sol Levante. Voglio richiamare l’attenzione in particolare su una data. Nel 1882, dopo una lunga agitazione, gli xenofobi americani ottenevano o imponevano l’adozione di misure contro l’«invasione» dei cinesi. Subito tradotto in tedesco, il Chinese Exclusion Act era accolto con entusiasmo dalla «Neue Deutsche Volkszeitung», che nella legislazione sinofoba varata negli Stati Uniti indicava il modello della legislazione antisemita da varare in Austria e Germania: 

«E’ possibile tracciare graditi paralleli tra il divieto nordamericano di immigrazione che colpisce i cinesi e il divieto di immigrazione degli ebrei da noi rivendicato. Lo Stato più libero del mondo ha dimostrato che diritti e libertà devono essere limitati, quando lo esige l’interesse generale».

Alcuni decenni più tardi, e per l’esattezza negli anni ’20 del Novecento, in Germania si prendeva spunto dalla legislazione in atto negli Usa, enfaticamente elogiata, che vietava l’immigrazione di gruppi etnici indesiderati, per sostenere la tesi che in modo analogo il popolo tedesco avrebbe dovuto comportarsi nei confronti degli ebrei dell’Europa orientale e meridionale. Solo così sarebbe riuscito a custodire la sua purezza «nordica». Su questa linea si collocava Hitler in persona. In Mein Kampf possiamo leggere:

«Negando per principio l’immigrazione a elementi in cattiva salute ed escludendo rigorosamente determinate razze dall’accesso alla cittadinanza [come in primo luogo dimostrava il Chinese Exclusion Act], l’Unione americana professa già, sia pure nei suoi deboli inizi, una concezione che è propria del concetto völkisch [cioè razzista] di Stato».

Il capitolo più infame nella storia della sinofobia si svolgeva nel Novecento. Il secolo si apriva con la rivolta dei Boxer nel 1900: sia pure facendo ricorso a un’ideologia ancora confusa, il popolo cinese dimostrava di non voler più tollerare l’assoggettamento coloniale. La risposta a questa rivolta era la spedizione punitiva messa in atto congiuntamente dalle grandi potenze capitalistiche e imperialistiche dell’epoca. Arringando le truppe tedesche che si apprestavano a partire per l’Asia, Guglielmo II non lasciava dubbi sul tipo di guerra che esse erano impegnate a portare avanti: «Offrite al mondo un esempio di virilità e di disciplina! […] Non verrà concessa alcuna grazia e non saranno fatti prigionieri. Chiunque cadrà nelle vostre mani cadrà sulla vostra spada!». Non bisognava lasciarsi inceppare da esitazioni e scrupoli morali; occorreva «far ricordare in Cina il nome della Germania per mille anni così che nessun cinese oserà mai più guardare un tedesco neppure con la coda dell’occhio».

In effetti, la spedizione punitiva era un’orgia di sangue, che non risparmiava prigionieri, civili indifesi, donne, bambini. Peraltro, tale infamia era solo il prologo dell’infamia su scala ben più larga di cui più tardi si macchiava l’esercito di invasione proveniente dal Giappone, alleato della Germania hitleriana e dell’Italia fascista e deciso a ripetere o imitare le pagine più orrende della storia del colonialismo e dell’imperialismo occidentale. Con l’espugnazione di Nanchino nel 1937, il massacro diveniva una sorta di disciplina sportiva e, al tempo stesso, di divertimento: chi si sarebbe mostrato più rapido ed efficiente nel decapitare i prigionieri? La de-umanizzazione del nemico raggiungeva una completezza assai rara e forse con caratteri di «unicità»: invece che su animali, gli esperimenti di vivisezione erano condotti sui cinesi, i quali per un altro verso costituivano il bersaglio vivente dei soldati giapponesi che si esercitavano ad andare all’assalto con la baionetta. La de-umanizzazione investiva in pieno anche le donne che, nei paesi invasi dal Giappone, erano sottoposte a una brutale schiavitù sessuale: erano le comfort women, costrette a «lavorare» a ritmi infernali al fine di ristorare dalle fatiche della guerra l’esercito di occupazione e spesso eliminate, una volta divenute inutili per l’usura o le malattie sopraggiunte (per la storia della sinofobia qui sommariamente accennata rinvio a D. Losurdo, Controstoria del liberalismo, Laterza, Roma-Bari 2005, cap. VIII, § 3 e cap. IX, §§ 5-6; Id., Il linguaggio dell’Impero. Lessico dell’ideologia americana, Laterza, Roma-Bari 2007, cap. IV, § 11; Id. War and Revolution. Rethinking the Twentieth Century, Verso, London 2015, cap. 6).

Disgraziatamente, ancora oggi il Giappone si rifiuta di prendere piena consapevolezza di questi orrori e di procedere a una sincera autocritica. Esso può contare sulla comprensione degli USA, impegnati soprattutto a contenere e accerchiare la Repubblica popolare cinese. Su questo punto osserva il silenzio o si mostra reticente la stessa Europa, che pure ama atteggiarsi a coscienza morale dell’umanità. Senza rompere definitivamente con il colonialismo e il neocolonialismo e senza farla finita con la sinofobia, senza instaurare un rapporto nuovo e positivo con la Repubblica popolare cinese, non solo non è possibile promuovere la causa della pace e della democratizzazione dei rapporti internazionali, ma non è neppure possibile per l’Europa e l’Occidente liberarsi realmente dell’eredità nefasta delle pagine più nere della loro storia e ritrovare la loro anima migliore. È un motivo in più per salutare Il socialismo prospero. Saggi sulla Via Cinese.

Per farla finita una volta per sempre con la sinofobia

di Domenico Losurdo

 

PREFAZIONE al libro di Fabio Massimo Parenti, Il socialismo prospero. Saggi sulla via cinese, Novaeuropa edizioni, 2017.

Un nuovo libro sulla Cina? Non ce ne sono già tanti ed essi non crescono a vista d’occhio? Non c’è dubbio: la Repubblica popolare cinese non cessa di attrarre l’attenzione del mondo intero. Dopo aver liberato dalla miseria centinaia e centinaia di milioni persone – un processo per la sua ampiezza e la sua rapidità senza precedenti nella storia – il grande paese asiatico sta ora bruciando le tappe dello sviluppo tecnologico. E ancora una volta, i risultati conseguiti o che si profilano all’orizzonte sono di portata storica: il monopolio dell’alta tecnologia per secoli detenuto dall’Occidente capitalistico, che spesso se ne è servito per assoggettare o tiranneggiare il resto del mondo, sta dileguando; si stanno realizzando le condizioni oggettive per la democratizzazione delle relazioni internazionali, alla quale peraltro continuano ostinatamente ad opporsi l’imperialismo e l’egemonismo.

La rinascita di un paese di civiltà millenaria, dopo la più grande rivoluzione anticoloniale della storia, mette in crisi i luoghi comuni di cui è intessuta la campagna anticinese portata avanti dal potere e dall’ideologia dominanti a livello internazionale. La Cina avrebbe fondato il suo prodigioso sviluppo sullo sfruttamento del lavoro a basso costo? Quante volte ci siamo imbattuti in questo ritornello? Ma ora leggiamo le informazioni e i dati riportati da organi di stampa, istituti, libri e autori insospettabili: «Secondo uno studio del Boston Consulting Group (Bcg), i salari cinesi crescono a due cifre dal 2000» (Danilo Taino, La «fabbrica Cina» si sindacalizza e gli investimenti tornano a Ovest, in «Corriere della Sera» del 5 febbraio 2013). È una tendenza che continua a manifestarsi, sostanzialmente immutata, ancora ai giorni nostri, nonostante la grave crisi scoppiata in Occidente nel 2008. Lo conferma, già nel titolo e sottotitolo, un articolo apparso recentemente sull’autorevole quotidiano italiano già citato: Superati i lavoratori di Messico e Brasile. Salari triplicati negli ultimi dieci anni. Un operaio in Cina viene pagato (quasi) come in Portogallo (Guido Santevecchi su «Corriere della Sera» del 28 febbraio 2017, p. 17).

Un altro luogo comune dell’ideologia dominante vede il gruppo dirigente al potere in Cina come ostile al popolo e interessato solo a difendere i privilegi di una élite ristretta. Ma come stanno realmente le cose? «Finora, ogni volta che gli operai di una fabbrica mostravano segni di insoddisfazione, il partito [comunista] spingeva per immediati aumenti salariali, per mantenere la pace sociale» (Taino 2013). È un’osservazione confermata da un illustre politologo statunitense, a suo tempo distintosi per aver celebrato i rapporti politico-sociali vigenti in Occidente come il compimento della storia umana e persino come la fine della storia. Ebbene: in Cina, allorché si verificano proteste di massa, i funzionari e gli amministratori locali sono sollecitati a fare «concessioni di vario genere» (di carattere monetario o normativo), e si tratta di sollecitazioni che trovano orecchie assai attente, dato che «un singolo incidente o occasione di disordine potrebbe significare la fine della carriera di un funzionario» (F. Fukuyama, Political Order and Political Decay, Profile Books, London, 2014, p. 381). Dunque, nella misura in cui interviene nel conflitto sociale, il potere politico agisce in modo opposto a quello denunciato dall’ideologia dominante. Sì, esso, pur senza perdere di vista le compatibilità economiche, si sforza in ogni modo di promuovere l’accoglimento delle rivendicazioni operaie e popolari.

Ma, forse, il luogo comune più diffuso dell’ideologia dominante è un altro. Alcuni anni fa, la grande stampa d’informazione strombazzava in tutto il mondo l’articolo di uno storico di successo e campione dell’ideologia dominante (Niall Ferguson), il quale accusava i dirigenti della Cina di essere «in conflitto aperto con la natura», anzi di aver dichiarato «guerra» alla natura («Corriere della Sera» del 3 agosto 2008). Questo quadro caricaturale era una sciocchezza nel momento stesso in cui veniva tracciato. Pur sottolineando la gravità del problema ecologico in Cina, un libro pubblicato tre anni prima negli USA riconosceva:

«Il governo cinese ha inoltre imposto alle città di espandere enormemente le zone verdi. Shanghai ha fatto di più, radendo al suolo ampie  zone della città per crearvi parchi e giardini. Per soddisfare la richiesta del governo, si poteva semplicemente coprire l’area di zolle erbose e poi falciare l’erba. Ma a Shanghai su ogni nuova striscia di terra che viene creata si scaricano e vengono piantati camion e camion di fiori. Nel giro di qualche settimana vengono creati dei laghetti e sulle collinette vengono costruite delle graziose toilette […] Anche in fatto di giardini pubblici, Shanghai vuole essere all’altezza di Londra e Parigi. Per prendersi il posto che le spetta, la città ha anche stabilito che doveva disfarsi del tanfo e della sporcizia delle sue vecchie industrie. Nei dintorni più prossimi di Shanghai sono stati banditi gli stabilimenti di lavorazione della carta, le fonderie, le industrie chimiche e decine di altri tipi di ciminiere e scarichi».

Peraltro, non si trattava solo degli sforzi di una città d’avanguardia: «la Cina è diventato il primo paese nell’uso dell’energia solare» (Ted C. Fishman, China SpA. La superpotenza che sta sfidando il mondo, Nuovi Mondi Media, Bologna, 2005, pp. 93-4 e 125).

Le frasi ad affetto dello storico e giornalista impegnato a cavalcare e possibilmente guidare la campagna anticinese erano clamorosamente smentite dall’onesta analisi empirica. Nel frattempo, la Cina ha consolidato il suo ruolo d’avanguardia nella produzione e nel consumo di energia rinnovabile. Ha finito col riconoscerlo nientemeno che il «New York Times» che, in tema di ecologia e difesa dell’ambiente, il 23 maggio 2017 («International Edition») pubblicava un editoriale dal titolo eloquente: Per il clima, guardare alla Cina e all’India. Per l’esattezza, il discorso verteva soprattutto sul primo paese; il secondo veniva aggiunto per il fatto che l’elogio solitario di un paese governato da un Partito Comunista era troppo per il «New York Times»! E, tuttavia, l’editoriale in questione era chiaro: la Repubblica popolare cinese sta mantenendo scrupolosamente gli obiettivi fissati nell’accordo di Parigi del 2015 e anzi li sta raggiungendo con notevole anticipo: «La presa di distanza dai combustibili fossili è stata molto più rapida e molto più accentuata di quanto la maggior parte degli esperti prevedesse […] Nello scorso anno la vendita di macchine elettriche in Cina è aumentata del 70%, in larga parte grazie ai generosi incentivi del governo». In conclusione: «Pechino e New Delhi stanno indicando la strada da seguire». È da aggiungere un particolare non trascurabile: la Repubblica popolare cinese è più che mai impegnata ad affrontare e risolvere il problema ecologico, e ad affrontarlo e risolverlo senza per questo rinunciare a uno sviluppo economico che sta conducendo sulla via del benessere il paese più popoloso della terra. Esso costituisce ormai un essenziale punto di riferimento per il Terzo Mondo nel suo complesso. Volgendo le spalle al Washington Consensus, fondato sul neoliberismo e produttore di un’impietosa polarizzazione sociale, i paesi liberatisi dal giogo coloniale e decisi a conquistare l’indipendenza anche sul piano economico guardano sempre più al Beijing Consensus, fondato sull’idea di sviluppo e sulla ricerca, per dirla con Deng Xiaoping, della «prosperità comune» all’interno di un singolo paese e sul piano planetario.

A proposito di Deng Xiaoping: anche nell’ambito dell’Occidente capitalistico non mancano coloro che riconoscono la sua eccezionale statura di statista. Mi limito qui a citare uno studioso statunitense (docente a Harvard), che in relazione per l’appunto a Deng Xiaoping si è chiesto: «C’è un altro leader nel ventesimo secolo che abbia fatto di più per migliorare la vita di un numero così alto di persone? C’è un altro leader novecentesco che abbia esercitato un’influenza così grande e così duratura sulla storia mondiale?» (E.V. Vogel, Deng Xiaoping and the Transformation of China, Harvard University Press, Cambridge (Mass.)/London, 2011, p. 690).

E, tuttavia, i luoghi comuni della campagna anticinese sono duri a morire. Ben venga allora un libro come quello curato ed edito da Fabio Massimo Parenti, che in modo chiaro e documentato analizza i successi, i problemi, le sfide, i progetti, i dibattiti, la politica interna e internazionale della Repubblica popolare cinese.

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A uno sguardo più attento, i luoghi comuni della campagna anticinese si rivelano pregiudizi inveterati. Essi rinviano a un vecchio vizio dell’Occidente, che nel periodo di massima potenza e prepotenza ha maturato un atteggiamento di smisurata arroganza nei confronti delle altre culture, dei paesi e dei popoli via via assoggettati. L’espansionismo nei confronti della Cina ha visto svilupparsi all’interno dell’Occidente una vera e propria sinofobia, ovvero la tendenza a negare ogni dignità e ogni valore al paese di civiltà millenaria che veniva aggredito. Con le guerre dell’oppio iniziava per la Cina «il secolo di umiliazioni», che si concludeva solo nel 1949 con la fondazione della Repubblica popolare cinese. Ebbene, in modo diretto o indiretto, il libro curato ed edito da Fabio Massimo Parenti chiama la cultura europea e occidentale non solo a prendere piena e definitiva consapevolezza del fatto che il secolo delle umiliazioni è terminato, ma anche a fare i conti, realmente e sino in fondo, con le pagine più nere della storia dell’Europa e dell’Occidente. Sì, perché il secolo di umiliazioni del paese più popoloso del modo e di più antica civiltà ha coinciso con il secolo che ha visto l’Europa e l’Occidente accumulare una smisurata potenza (economica, tecnologica e militare) e utilizzarla per le imprese più infami. Diamo uno sguardo alle tappe più importante del periodo storico sfociato in Europa negli orrori della Germania nazista e in Asia nei crimini orrendi perpetrati da un imperialismo giapponese deciso ad imitare l’Impero britannico e ancor più il Terzo Reich.

1840: era l’anno della prima guerra dell’oppio, una guerra di narcotrafficanti dichiarati, ma essa non suscitava nella cultura occidentale l’ondata di indignazione che sarebbe stato lecito attendersi. Anzi, John Stuart Mill, un liberale di sinistra, non esitava a celebrare la guerra dell’oppio come una crociata per la libertà: «il divieto di importare dell'oppio in Cina» violava la «libertà [...] dell'acquirente» prima ancora che «del produttore o del venditore». Ancora oltre si spingeva un altro autore, entrato anche lui a far parte del pantheon dell’Occidente liberale. Mi riferisco a Tocqueville, che additava la guerra dell’oppio, la guerra dei narcotrafficanti, come un segno della grandezza dei tempi! Sì:

«Ecco dunque infine la mobilità dell'Europa alle prese con l'immobilità cinese! E' un grande avvenimento, soprattutto se si pensa che esso non è che il seguito, l'ultima tappa di una moltitudine di avvenimenti della medesima natura che spingono gradualmente la razza europea al di fuori dei suoi confini e sottomettono successivamente al suo impero o alla sua influenza tutte le altre razze [...]; è l'asservimento delle quattro parti del mondo ad opera della quinta. E' bene dunque non essere troppo maldicenti nei confronti del nostro secolo e di noi stessi; gli uomini sono piccoli, ma gli avvenimenti sono grandi».

Su un punto il liberale francese aveva ragione: l’aggressione contro la Cina era solo un momento di un fenomeno più generale, e cioè dell’avanzata irresistibile della «razza» europea e bianca. Erano gli anni in cui la Francia liberale della monarchia di luglio scatenava una guerra, a tratti genocida, per assoggettare l’Algeria; al di là dell’Atlantico, mentre schiavizzava i neri, la repubblica nordamericana accelerava il processo di espropriazione, deportazione e decimazione dei nativi.

La cultura europea e occidentale non era granché turbata da tutto ciò, e non si scomponeva neppure in occasione della seconda guerra dell’oppio, che pure sfociava nella distruzione a Pechino del Palazzo d’Estate. Lo scempio di un monumento di incomparabile bellezza era il punto di partenza per il trafugamento e il saccheggio di un’infinità di opere d’arte. Trafugamento e saccheggio che fanno pensare a quelli alcuni decenni più tardi messi in atto dal Terzo Reich. Aveva un tono quasi profetico il giudizio formulato da Victor Hugo: «Noi, europei, siamo i civilizzati, e per noi, i cinesi sono i barbari. Ecco che cosa ha fatto la civiltà alla barbarie. Agli occhi della storia, un bandito si chiamerà Francia, l'altro si chiamerà Inghilterra».

E, tuttavia, il grande scrittore era pressoché isolato. La furia espansionista e il delirio razzista erano diventati senso comune in Occidente, che per lo più disprezzava e odiava tutto ciò che era estraneo alla razza bianca, anzi alla «pura» razza bianca. A fine Ottocento, se dinanzi a certi parchi pubblici del Sud degli Stati Uniti campeggiava la scritta: «Vietato l'ingresso ai cani e ai negri»; a Shanghai, la concessione francese difendeva la sua purezza razziale mettendo bene in mostra il cartello: «Vietato l'ingresso ai cani e ai cinesi». E di nuovo vediamo prender forma e cominciare a infuriare l’ideologia successivamente ereditata dal Terzo Reich.

Si può dire che ogni tappa della sinofobia è stata al tempo stesso una tappa della preparazione ideologica e politica dell’orrore sfociato in Europa nel Terzo Reich e in Asia nell’Impero del Sol Levante. Voglio richiamare l’attenzione in particolare su una data. Nel 1882, dopo una lunga agitazione, gli xenofobi americani ottenevano o imponevano l’adozione di misure contro l’«invasione» dei cinesi. Subito tradotto in tedesco, il Chinese Exclusion Act era accolto con entusiasmo dalla «Neue Deutsche Volkszeitung», che nella legislazione sinofoba varata negli Stati Uniti indicava il modello della legislazione antisemita da varare in Austria e Germania:

«E’ possibile tracciare graditi paralleli tra il divieto nordamericano di immigrazione che colpisce i cinesi e il divieto di immigrazione degli ebrei da noi rivendicato. Lo Stato più libero del mondo ha dimostrato che diritti e libertà devono essere limitati, quando lo esige l’interesse generale».

Alcuni decenni più tardi, e per l’esattezza negli anni ’20 del Novecento, in Germania si prendeva spunto dalla legislazione in atto negli Usa, enfaticamente elogiata, che vietava l’immigrazione di gruppi etnici indesiderati, per sostenere la tesi che in modo analogo il popolo tedesco avrebbe dovuto comportarsi nei confronti degli ebrei dell’Europa orientale e meridionale. Solo così sarebbe riuscito a custodire la sua purezza «nordica». Su questa linea si collocava Hitler in persona. In Mein Kampf possiamo leggere:

«Negando per principio l’immigrazione a elementi in cattiva salute ed escludendo rigorosamente determinate razze dall’accesso alla cittadinanza [come in primo luogo dimostrava il Chinese Exclusion Act], l’Unione americana professa già, sia pure nei suoi deboli inizi, una concezione che è propria del concetto völkisch [cioè razzista] di Stato».

Il capitolo più infame nella storia della sinofobia si svolgeva nel Novecento. Il secolo si apriva con la rivolta dei Boxer nel 1900: sia pure facendo ricorso a un’ideologia ancora confusa, il popolo cinese dimostrava di non voler più tollerare l’assoggettamento coloniale. La risposta a questa rivolta era la spedizione punitiva messa in atto congiuntamente dalle grandi potenze capitalistiche e imperialistiche dell’epoca. Arringando le truppe tedesche che si apprestavano a partire per l’Asia, Guglielmo II non lasciava dubbi sul tipo di guerra che esse erano impegnate a portare avanti: «Offrite al mondo un esempio di virilità e di disciplina! […] Non verrà concessa alcuna grazia e non saranno fatti prigionieri. Chiunque cadrà nelle vostre mani cadrà sulla vostra spada!». Non bisognava lasciarsi inceppare da esitazioni e scrupoli morali; occorreva «far ricordare in Cina il nome della Germania per mille anni così che nessun cinese oserà mai più guardare un tedesco neppure con la coda dell’occhio».

In effetti, la spedizione punitiva era un’orgia di sangue, che non risparmiava prigionieri, civili indifesi, donne, bambini. Peraltro, tale infamia era solo il prologo dell’infamia su scala ben più larga di cui più tardi si macchiava l’esercito di invasione proveniente dal Giappone, alleato della Germania hitleriana e dell’Italia fascista e deciso a ripetere o imitare le pagine più orrende della storia del colonialismo e dell’imperialismo occidentale. Con l’espugnazione di Nanchino nel 1937, il massacro diveniva una sorta di disciplina sportiva e, al tempo stesso, di divertimento: chi si sarebbe mostrato più rapido ed efficiente nel decapitare i prigionieri? La de-umanizzazione del nemico raggiungeva una completezza assai rara e forse con caratteri di «unicità»: invece che su animali, gli esperimenti di vivisezione erano condotti sui cinesi, i quali per un altro verso costituivano il bersaglio vivente dei soldati giapponesi che si esercitavano ad andare all’assalto con la baionetta. La de-umanizzazione investiva in pieno anche le donne che, nei paesi invasi dal Giappone, erano sottoposte a una brutale schiavitù sessuale: erano le comfort women, costrette a «lavorare» a ritmi infernali al fine di ristorare dalle fatiche della guerra l’esercito di occupazione e spesso eliminate, una volta divenute inutili per l’usura o le malattie sopraggiunte (per la storia della sinofobia qui sommariamente accennata rinvio a D. Losurdo, Controstoria del liberalismo, Laterza, Roma-Bari 2005, cap. VIII, § 3 e cap. IX, §§ 5-6; Id., Il linguaggio dell’Impero. Lessico dell’ideologia americana, Laterza, Roma-Bari 2007, cap. IV, § 11; Id. War and Revolution. Rethinking the Twentieth Century, Verso, London 2015, cap. 6).

Disgraziatamente, ancora oggi il Giappone si rifiuta di prendere piena consapevolezza di questi orrori e di procedere a una sincera autocritica. Esso può contare sulla comprensione degli USA, impegnati soprattutto a contenere e accerchiare la Repubblica popolare cinese. Su questo punto osserva il silenzio o si mostra reticente la stessa Europa, che pure ama atteggiarsi a coscienza morale dell’umanità. Senza rompere definitivamente con il colonialismo e il neocolonialismo e senza farla finita con la sinofobia, senza instaurare un rapporto nuovo e positivo con la Repubblica popolare cinese, non solo non è possibile promuovere la causa della pace e della democratizzazione dei rapporti internazionali, ma non è neppure possibile per l’Europa e l’Occidente liberarsi realmente dell’eredità nefasta delle pagine più nere della loro storia e ritrovare la loro anima migliore. È un motivo in più per salutare Il socialismo prospero. Saggi sulla Via Cinese.