L'analogia storica, nuova arma contro Pechino

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di Diego A. Bertozzi | da cinapopolare.blogspot.it

Si è imposto ormai un vero e proprio trend: non si può parlare della crescita della Cina senza fare riferimento alle tensioni e ai rapporti di forza precedenti lo scoppio della prima guerra e della seconda guerra mondiale. L’analogia storica sembra essere diventata un’arma in più per mettere in guardia l’opinione pubblica mondiale sulle reali intenzioni di Pechino. Con un chiaro obiettivo di fondo: gli Usa devono impegnarsi ancora di più sul fronte militare e nei confronti degli alleati, designando - con una espressione che va di moda - una “big red line” in Asia. Invito che arriva da Giuseppe Bosco (Centro di Studi Strategici e Internazionali) dalle colonne del National Interest: “Il presidente deve prendere la penna e tracciare una linea rossa in tutta la regione Asia-Pacifico in risposta alle minacce della Cina nello Stretto di Taiwan, nel Mar Cinese Meridionale e nel Mar Cinese Orientale. La linea partirebbe in perpendicolare dal 38 ° parallelo in Corea. Poi ha bisogno di prendere il telefono e arruolare nella collaborazione alleati regionali degli Usa come Giappone, Corea del Sud, Australia, Filippine, così come gli amici e partner di sicurezza come Taiwan, Vietnam, Singapore e Indonesia. Egli dovrebbe assicurare l'impegno di Washington per la sicurezza marittima e aerea nella regione e chiedere il loro sostegno materiale e diplomatico per quel bene comune.” (1).


A inizio febbraio il presidente delle Filippine Benigno S. Aquino III ha chiesto nuovamente il sostegno di tutto il mondo al suo Paese minacciato dall’assertività cinese. Questa volta, però, ha fatto pure lui ricorso all’analogia storica, superando quella del premier giapponese Abe (la crescita cinese come quella dell’impero tedesco alla vigilia del 1914): le Filippine si troverebbero nella stessa condizione della Cecoslovacchia minacciata dalla Germania nazista. Ai suoi occhi si deve evitare la riedizione asiatica della conferenza di Monaco del 1938 che vide le potenze occidentali sacrificare i Sudeti - e poi l’intero Paese - per di salvare la pace. La Repubblica popolare sarebbe quindi la nuova Germania nazista, cioè una potenza in crescita pronta a sfruttare ogni minimo cedimento altrui per realizzare il suo dominio in Asia. Il ragionamento storico del presidente filippino ha, però, un punto debole assai evidente: si scorda che già dal 1936 la Germania nazista aveva stretto un patto (Patto anticomintern) con il Giappone “fascistizzato” che nel 1931 aveva aggredito la Cina repubblicana, instaurando un regime fantoccio in Manciura, e nel 1937 aveva dato il via all’invasione su larga scala che avrebbe prodotto l’ignominioso episodio dello stupro di Nanchino e acceso la miccia per il secondo conflitto mondiale. Chi allora si mosse per interrompere la voracità imperialista nipponica? A parole molti, nei fatti nessuno: le neutralità fu la scelta di Usa, Gran Bretagna e Francia. Nel dicembre del 1941 il Giappone iniziò l’invasione delle Filippine, ancora nella condizione di colonia statunitense. Una “Monaco asiatica” c’è già stata è ha avuto come vittima proprio la Cina.

Analogie e precedenti storici a parte, per Aquino III la crescita cinese è sempre meno minacciosa di un possibile risveglio del militarismo giapponese, tanto che il suo ministero degli Esteri Albert del Rosario, in una intervista al Financial Times del dicembre 2012, aveva dichiarato il sostegno al riarmo di Tokyo che passasse anche attraverso la revisione della Costituzione pacifista.

Ci sono poi studiosi che riescono anche a trasformare - sempre per via di analogia storica - le aggressione subite dalla Cina in utili precedenti per mettere in guardia l’amministrazione Usa di fronte alla “aggressiva” Cina di oggi. Già, Pechino potrebbe fare quel che il Giappone fece, ai suoi danni, nel 1937: premere continuamente sui Paesi asiatici più deboli per ottenerne la resa fino ad imporre il proprio ordine. Certo, sostiene Gordon G. Chang (autore di “The Coming Collapse of China”) non ci sarà nessuna invasione su grande scala, ma i segnali ci sono tutti: a Pechino “ora impiegano tattiche di frazionamento, in modo da evitare ritorsioni. Ad esempio, i cinesi hanno negato l'accesso a Scarborough Shoal con un anello di pescherecci e pattuglie in modo da controllare efficacemente la zona. Pretendono di esercitare la sovranità su gran parte del Mar cinese meridionale, in violazione della libertà di navigazione. Inoltre, vi sono indicazioni che Pechino potrebbe dichiarare una zona difensiva di identificazione aerea sopra quel mare, proprio come ha fatto sul Mar Cinese orientale lo scorso novembre.”. (2)

In conclusione, la dichiarazione di una zona difensiva di identificazione aerea ha più o meno la stessa portata dell’invasione giapponese del 1937.

NOTE

1) “Draw a Big Red Line in Asia”, Joseph A. Bosco, 5 febbraio 2014
2) “Asia's 1937 Syndrome”, G. C. Chang, 4 febbraio 2014