Pace e sviluppo per la Cina, ma come?

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Un articolo di Ren Weidong, del China Institute of Contemporary International Relations
Traduzione e nota introduttiva di Diego Angelo Bertozzi per Marx21.it

china 2343865bLa politica di riforma e apertura avviata dalla dirigenza della Repubblica popolare cinese dalla fine degli anni '70 è stata caratterizzata da una costante strategica nella politica estera: il rifiuto di ogni pretesa egemonica e la fedeltà ai “Principi della coesistenza pacifica” (rispetto della sovranità e dell’integrità territoriale, non aggressione, non ingerenza degli affari interni, parità e reciproco vantaggio negli scambi commerciali.

Per Deng Xiaoping - il leader della generazione della riforma cinese - il perseguimento dell’egemonia è il tratto distintivo di una superpotenza. E una superpotenza è un paese imperialista che, ovunque, fa subire agli altri paesi le sue aggressioni, i suoi interventi, il suo controllo, le sue imprese di sovversione e di saccheggio. Dunque un paese egemone porta avanti un dominio basato esclusivamente sulla forza e si mostra irresponsabile nei confronti dell’interesse collettivo.


Queste direttive sono state ribadite in sostanza anche nell'ultimo congresso del Partito comunista cinese: in un ambiente internazionale sempre più caratterizzato dalla interdipendenza economica e tendente verso il multilateralismo, Pechino si dichiara contraria alla creazione di sfere d'influenza, ad egemonie regionali e alla instaurazione di un rinnovato clima da guerra fredda. Tutto questo non significa certo che la formulazione delle linee guida della politica estera siano fossilizzate in un concetto – quello di “Sviluppo pacifico” - a tutto discapito dei cambiamenti in atto nei rapporti di forza tra le potenze e, soprattutto, della rinnovata politica di contenimento da parte di Stati Uniti e alleati regionali con tutte le conseguenti tensioni esplose (o ri-esplose) tra Pechino e i Paesi vicini.

Tra le maggiori minacce alla pace individuate dalla dirigenza cinese restano la permanenza di un crescente interventismo e di una politica di neo-interventismo. Non possiamo quindi sorprenderci se, accanto alla volontà di creare, a diversi livelli, comunità di interessi con altri Stati o organizzazioni internazionali, il governo cinese dedichi una crescente attenzione alla sicurezza nazionale e al rafforzamento militare commisurato al nuovo peso internazionale del Paese. Un cambiamento è certo in atto e non solo da oggi. Per comprenderlo basterebbe anche leggere la rilettura fatta da Hu Jintao di una delle celebri massime di Deng: il si prenda tempo mantenendo un basso profilo, pur senza mancare di fare qualcosa è stato integrato dall'attuale – fino a marzo 2013 – Presidente della repubblica in si perseveri nel prendere tempo mantenendo un basso profilo, pur senza mancare di agire in modo proattivo per fare qualcosa”.

Per rendere più comprensibile le discussioni in atto a Pechino sulla politica estera e gli scenari del quadro geopolitico, riportiamo un interessante articolo di Ren Weidong, ricercatore del China Institute of Contemporary International Relations, pubblicato il 18 gennaio scorso sul Quotidiano del Popolo.



Come la Cina può mantenere più a lungo la pace e lo sviluppo?
di Ren Weidong

Deng Xiaoping, il passato leader della Cina, ha chiaramente affermato che "la pace e lo sviluppo sono i due problemi più importanti del mondo che non sono stati ancora risolti''. Tuttavia i principali beneficiari dell'attuale regime economico e sociale non esiteranno a ricorrere alla forza militare per mantenere l'attuale ordine internazionale. In questo momento, sia in termini di giudizio della situazione o di orientamento politico, la pace e lo sviluppo rappresentano per la Cina buone intenzioni. Tuttavia, al fine di evitare di restare confinati nella dimensione del pio desiderio, dobbiamo tenerci sobri e tranquilli. L'unico modo affidabile per noi al fine di evitare, prevenire e ritardare la guerra è quello di far riconoscere a chi spinge in direzione di questa che non è in grado di vincere contro la Cina. Che dalla guerra non otterrà più successi di quanti ne possa ricavare dalla coesistenza pacifica. Una delle ragioni importanti per cui non ci sono state guerra contro la Cina negli anni Sessanta e Settanta del secolo scorso è che la Cina ha svolto un intenso lavoro di preparazione alla guerra.

Al giorno d'oggi, le leggi della storia non sono cambiate. Ogni volta che le contraddizioni interne del mondo capitalista diventano acute, aumenta il rischio di guerra. E ora ci troviamo in questo frangente. Da un lato, gli Stati Uniti sono così riluttanti ad accettare la loro caduta pacificamente da cercare di sconfiggere i propri avversari con tutti i mezzi, tra cui anche le guerre, al fine di mantenere la propria egemonia. D'altra parte, mentre l'ordine del mondo uscito dalla seconda guerra mondiale sta crollando rapidamente, il fondamento primo per la pace è stato gravemente scosso. La presenza di entrambi i problemi è ben evidente nell'Asia del Nord (il riferimento è al Giappone ndr).

A questo proposito, dobbiamo avere il coraggio di affrontare la realtà dei pericoli, invece di tollerare per decenni in attesa che la Cina diventi più forte, perché quei paesi che cercano di frenare la Cina saranno portati a pensare che questo è il loro momento migliore e l'ultima opportunità strategica per raggiungere il loro obiettivo.

Quindi, in ultima analisi, dobbiamo gettare via il pacifismo e il romanticismo che facilmente può evolvere in capitolazionismo in caso di pressioni e minacce. Dovremmo prepararci a fondo alla lotta e alla guerra. Solo in questo modo la Cina potrà mantenere un lungo periodo di pace e di sviluppo.