Un popolo di fanti, di navigatori e di furbi

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di Tommaso Di Francesco | da il Manifesto del 12 marzo 2013

maro-india-kerala«L’Italia ha informato il Governo indiano che, stante la formale instaurazione di una controversia internazionale tra i due Stati, i fucilieri di Marina Massimiliano Latorre e Salvatore Girone non faranno rientro in India alla scadenza del permesso loro concesso»: è la breve nota di ieri della Farnesina. Scandalosa. Perché c’era la promessa istituzionale del governo italiano che i due fucilieri dovessero rientrare per essere sottoposti alle decisioni della giustizia indiana. Perché Girone e Latorre sono formalmente accusati di aver ucciso due pescatori indiani, ed erano rientrati già una prima volta con «permesso natalizio», poi in febbraio con un permesso per poter votare. Con tanto di pagamento di ricca cauzione, a nostre spese. Adesso il governo tecnico che non c’è più, dopo l’impegno internazionale preso con New Delhi, arriva a girare la frittata e ad accusare l’India di violare «gli obblighi del diritto internazionale». Il contenzioso che si riapre è quello delle acque internazionali, pare di capire, dove il crimine sarebbe comunque stato commesso, e aggiunge la sola disponibilità «ad arbitrato o risoluzione giudiziaria per trovare un accordo».


L’India è furente, il Belpaese perde per l’ennesima volta la faccia. Ma tant’è. L’Italia è «un popolo di eroi, navigatori, pensatori, poeti», aggiungeremmo di furbi, spergiuri e criminali come ben spiega la vicenda dei due marò.

Fatto ancora più grave, nel disastro generale della politica italiana che non mette gli esteri in agenda, quasi tutti, chi più chi meno apertamente o tacitamente, si dichiarano solidali con la provocazione dell’Italia. Come commentare diversamente l’aperta difesa dell’operato dei due marò da parte del padre putativo dell’avventura, l’ex ministro della difesa La Russa, che ottenne la possibilità per le navi commerciali italiane private, di avere la protezione delle nostre Forze armate, cioè pubblica; che dire della proposta Pdl di candidarli; e dell’accoglienza riservata ai due marò, sempre imputati di omicidio, che al loro primo rientro sono stati accolti come eroi nazionali da due ministri e dal capo di stato maggiore a Ciampino e poi ricevuti al Quirinale dal capo dello stato Napolitano.

Eppure, ripetiamolo, sono cittadini italiani imputati di omicidio, fino a prova contraria. Non eroi. «Solo» graduati della marina militare italiana in attesa di processo in India per l’uccisione di due pescatori indiani. Certo, il diritto alla difesa è fuori discussione e vale anche per i due marò: giusto quindi difenderli diplomaticamente. Ma organizzarne la fuga è vergognoso. E poi. Come avremmo reagito se a morire ammazzati sotto la mitraglia dei soldati a protezione di navi, fossero stati pescatori siciliani alle prese con la marina militare di uno dei paesi del Maghreb nel «nostro» Mediterraneo?

Ma soprattutto pensiamo ai piloti Usa che nel 1998 tranciarono con il loro jet il cavo di una funivia del Cermis uccidendo 20 persone. E a Mario Lozano, il soldato che uccise Nicola Calipari e ferì Giuliana Sgrena sulla strada dell’aeroporto di Baghdad nel 2005. La richiesta italiana di processarli in Italia è stata respinta: gli Stati uniti rivendicano immunità per i loro militari all’estero, e l’Italia non ha mai davvero potuto o voluto mettere in discussione questo status. I responsabili della strage al Cermis sono stati processati da una corte marziale americana e assolti dall’accusa di omicidio colposo. Lozano è stato prosciolto da ogni accusa da un’indagine interna Usa. La giustizia internazionale è stata vilipesa, ma nessuno apertamente li ha trattati da eroi, forse per sensibilità diplomatica verso le vittime. Ora invece per i due marò, grazie ad un governo che non c’è, si scatena in Italia un generale afflato nazionalista.