I Paesi Baltici: tra integrazione europea e “apartheid”

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noicittadini rigadi Cristina Carpinelli

In foto Sostenitori di “non cittadini”, alcuni con il nastro adesivo sulla bocca, protestano a Riga (Lettonia)

Riceviamo da Cristina Carpinelli e volentieri pubblichiamo

Dopo aver dichiarato la propria indipendenza dall’Unione sovietica, Lettonia, Estonia e Lituania si sono preoccupate di espellere gli abitanti non baltici dall’élite politica centrale e periferica. Con un tratto di penna le minoranze russe sono state epurate tramite la negazione della cittadinanza e di tutti i diritti conseguenti. Tale atteggiamento si spiega per ragioni di tutela etnica, essendo in questi paesi la minoranza russofona tutt’altro che esigua. La politica di trattamento privilegiato nei confronti dell’etnia autoctona, da parte dei governi baltici, ha permesso l’inserimento nelle élite politiche dei soli esponenti lettoni, estoni e lituani.

Si è, insomma, concretizzato quanto già da tempo sostenuto dal sociologo armeno Arutyunyan, secondo cui, negli Stati plurietnici, le élite politiche (centrali e periferiche), insieme con le classi medie autoctone, sono quelle che hanno una responsabilità primaria nella politicizzazione etnica e sono le più inclini ad usare il nazionalismo come strumento di competizione con le etnie “straniere”, per mantenere e ottenere privilegi economici, politici e culturali.


La coesistenza nella Regione baltica di due comunità (una autoctona e una russofona) con scuole e imprese parallele divise da lingua e cultura, e dove i contatti reciproci sono sporadici, è stata determinata, in parte, dalle politiche adottate a suo tempo dalla dirigenza sovietica. Tali politiche avevano, infatti, stabilito una divisione del lavoro, all’interno delle singole Repubbliche socialiste baltiche, tale per cui le nazionalità autoctone avevano il monopolio degli impieghi e delle professioni riservate ai laureati e agli accademici, mentre gli immigrati, in prevalenza russi, erano occupati nella quasi totalità come lavoratori manuali. Il senso di questa divisione del lavoro era stato il tentativo d’integrare le classi medie colte nazionali, cooptandole nella gigantesca e privilegiata macchina burocratica sovietica, al fine di contenere i vari nazionalismi.

Con la restaurazione dell’indipendenza dei tre Stati baltici (avvenuta con il crollo dell’Urss nel 1991) e l’introduzione di nuove leggi elettorali, linguistiche, e di cittadinanza, si è ulteriormente rafforzata l’etnicizzazione delle classi medie colte e dell’élite politica, emarginando sempre di più le minoranze. Ha fatto la sua parte anche un energico attivismo di epurazione, reso possibile con l’introduzione delle leggi di lustrazione, ovvero con l’interdizione dall’esercizio della professione dei pubblici funzionari, politici, giornalisti, magistrati, professori universitari e di altri personaggi pubblici considerati collaboratori dei passati regimi comunisti o dei loro servizi segreti. In quest’opera di epurazione sono stati estromessi prevalentemente i russi abitanti del Baltico.

Tutto ciò ha fatto sì che l’evoluzione negli anni Duemila della situazione politica in Lettonia, Estonia e Lituania si caratterizzasse per l’esistenza di un autentico regime di “apartheid” nei confronti delle rilevanti minoranze russe. Questi paesi restituivano l’immagine di realtà entro cui convivevano etnie attraversate da una profonda frattura sotto il profilo sociale e giuridico.

Il Consiglio d’Europa e l’OSCE hanno rivolto agli Stati baltici, nel corso degli anni, non poche raccomandazioni, affinché questi conformassero la loro normativa interna alle direttive UE in materia di protezione e rispetto delle minoranze. E, a seguito delle sollecitazioni di queste due organismi, Lettonia ed Estonia, in particolare, hanno riformulato di recente alcune norme contenute nella legge di cittadinanza.

Oggi, i giovani, figli di genitori russi privi di cittadinanza, che sono nati nei due Stati balticidopo il 1991, diventano automaticamente cittadini senza il presupposto di passare gli esami di cittadinanza. Per quanto riguarda, invece, le persone russe di gruppi d’età più avanzata, la naturalizzazione rimane condizionata al superamento di una serie di test, quale, ad esempio, la conoscenza della lingua. Il gap giuridico è stato, dunque, in grande parte risolto.

Perdura, tuttavia, un atteggiamento diffidente e, in taluni casi, ostile, da parte delle popolazioni autoctone nei confronti degli immigrati russi. E le politiche governative non aiutano a migliorare il clima. Ad esempio, a seguito dell’introduzione di un emendamento alla legge sull’istruzione, dal 1° gennaio 2017 gli insegnanti, in Lettonia, potranno essere licenziati nel caso in cui manifestino comportamenti o prendano iniziative “sleali” nei confronti dello stato e della Costituzione. Una retorica - quella della “lealtà alla nazione” - evocata spesso in relazione alle leggi sulla cittadinanza e sulla naturalizzazione.