La crisi e le speranze di Porto Rico

E-mail Stampa PDF

di Manuel E. Yepe*
da www.alainet.org

Traduzione di Marx21.it

Proliferano ovunque a San Juan di Porto Rico e in altre città dell'isola annunci della messa in vendita di case affissi da oltre 144.000 portoricani che stanno abbandonando l'isola per recarsi all'estero in cerca di impiego. Alcuni di questi cartelli espongono, quasi come rappresaglia verso chi ha causato la loro disgrazia: “Questa casa è in vendita, ma non agli americani”.

La grave situazione attuale di Porto Rico, per dolorosa che sia, potrebbe costituire l'augurio di un nuovo risveglio della coscienza patriottica del suo popolo che apra la meritata strada alla sua piena inclusione a quella parte d'America a cui appartiene di diritto. Non si può responsabilizzare per l'attuale crisi i portoricani, quando il commercio estero, la moneta, le comunicazioni, le leggi e le procedure di cittadinanza e nazionalità, la navigazione interna ed esterna, le procedure migratorie, del lavoro e salariali, la terra, gli spazi aerei, le coste e le frontiere, i porti, le foreste, il sottosuolo minerario, e anche il servizio militare e la difesa del paese, sono prerogativa di un potere straniero.


Dall'invasione statunitense dell'isola nel 1898, Porto Rico ha conosciuto, in successione, l'occupazione militare nei due primi anni, un governo civile con governatore e giudici nominati dal presidente degli Stati Uniti fino al 1948; un governatore nativo di orientamento annessionista (Luis Muñoz Marín), anche questo designato da Washington, con un corpo legislativo bicamerale ristretto a proprietari bilingue soggetto a veto imperiale, e uno “Stato Libero Associato”, instaurato nel 1952 per mascherare lo status coloniale, concedendo all'Isola diritto alla Costituzione e all'elezione di governatore e parlamentari, ma con il mantenimento e l'assicurazione della subordinazione coloniale agli Stati Uniti.

Attualmente nel ridotto territorio di Porto Rico si trovano 15 basi nordamericane sotto il comando di US Atlantic Command (LANTCOM). L'attuale situazione di bancarotta in cui è precipitato Porto Rico è dovuta, secondo il suo governatore Alejandro Padilla, al fatto che il paese non ha il denaro per pagare il suo debito di 73 miliardi di dollari ai creditori, cifra che rappresenta il 100% del suo PIL (Prodotto Interno Lordo). Il governo coloniale si è dichiarato ufficialmente incapace di pagare il debito, senza che si intravveda al momento una soluzione. Né Washington né il Fondo Monetario Internazionale si sono pronunciati sulla questione né hanno proposto soluzioni di rimedio che evitino l'insolvenza.

Secondo una valutazione della giornalista peruviana Vicky Pelaez nella rivista russa Sputnik, “in realtà il debito del paese aveva cominciato a crescere fin dagli anni 70. L'economia di Porto Rico dalla metà dello scorso secolo era basata principalmente sull'industria farmaceutica ma con l'apparizione di analoghi impianti in Messico e in Asia, il settore ha iniziato a trasferirsi in quelle regioni alla ricerca di mano d'opera a minor costo. Per attrarre le corporazioni multinazionali nell'isola, Washington le aveva esonerate dal pagamento delle imposte, provocando l'ulteriore indebolimento dell'economia locale”. La crisi ipotecaria all'inizio del XXI Secolo ha colpito ancor più il paese con la sua politica di liberalizzazione.

Nel 2006, il governatore di Porto Rico, allarmato per la debole crescita del PIL prese la decisione di sospendere l'esenzione fiscale alle corporazioni, il che ha provocato l'esodo e la chiusura delle compagnie. Il paese entrò in recessione e l'emigrazione dei portoricani, principalmente in Florida e a New York, crebbe in modo allarmante. Oggi, il 45% del totale dei 3,5 milioni di abitanti dell'isola vive in povertà e l'83% dei bambini abita in aree povere.

Porto Rico soffre le conseguenze dell'assetto coloniale classico, quello in cui il paese straniero decide e detiene la capacità politica per amministrare con la violenza l'amministrazione pubblica e collettiva di un altro paese. Ma le notizie che arrivano da lì testimoniano di un approfondimento della coscienza del fatto che l'eliminazione del sistema coloniale instaurato dagli Stati Uniti negli ultimi 117 anni è l'unica strada che può condurre alla conquista dell'indipendenza e all'esercizio pieno della sovranità nazionale, propiziatori di quel riconoscimento e appoggio internazionale indispensabili per lo sviluppo del paese.

*Manuel E. Yepe Menendez è avvocato, economista e politologo. E' Professore presso l'Istituto Superiore di Relazioni Internazionali dell'Avana. E' stato ambasciatore di Cuba e Direttore Generale dell'Agenzia Latinoamericana di Notizie “Prensa Latina”, Vicepresidente dell'Istituto Cubano di Radio e Televisione, Direttore Nazionale fondatore del Sistema di Informazione Tecnologica (TIPS) del Programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo (PNUD) a Cuba e Segretario del Movimento Cubano per la Pace e la Sovranità dei Popoli.