L’assalto al cielo e il “mondo nuovo”

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marx engels primopianoRiceviamo da Daniele Burgio, Massimo Leoni e Roberto Sidoli il capitolo undicesimo L’assalto al cielo e il “mondo nuovo” ripreso dal libro Il prometeismo sdoppiato: Nietzsche o Marx?  (ed. Aurora)

La principale modalità operativa assunta all’interno del mondo occidentale del prometeismo di matrice collettivistico durante gli ultimi due secoli, a partire dal 1789 e dalla rivoluzione francese, è costituita dalla titanica lotta collettiva condotta da frazioni più o meno consistenti di operai e lavoratori salariati (oltre che di intellettuali) e tesa ad abbattere i rapporti di produzione classisti lottando con gravi problemi, contraddizioni interne più o meno acute e soprattutto contro nemici assai più potenti sul piano materiale per creare e costruire un “mondo nuovo”: ossia una formazione economico-sociale di matrice cooperativa e socialista, in una linea rossa che parte dagli Arrabbiati guidati da Jacques Roux e dalla congiura degli Eguali da Babeuf-Buonarroti per arrivare mano a mano all’inizio del nostro terzo millennio.


Come sottoprodotto di tale fenomeno politico-sociale, inoltre, un’altra forma importante di espressione non teorica del prometeismo rosso si è sostanziata nella speranza collettiva riposta da segmenti più o meno ampi delle masse popolari occidentali, ivi compresa la Russia, rispetto a leader politici ed “eroi rossi” (Ernst Bloch) ritenuti in possesso di eccezionali doti politiche, intellettuali e morali, tali da trasformarli più o meno completamente in supereroi agli occhi dei suoi seguaci.

Partiamo comunque dall’analisi del “prometeismo della rivolta”, ossia del titanismo insito nei processi insurrezionali popolari che sono stati purtroppo sbaragliati e annientati nel mondo occidentale, immediatamente al loro sorgere oppure dopo solo un breve istante storico di conquista del potere, dopo solo una “breve estate” (H. M. Enzensberger) di inebriante vittoria.

Il prototipo di tale fenomeno fu ovviamente l’esperienza della Comune di Parigi del 1871, finito in un bagno di sangue e nelle migliaia di fucilazioni di comunardi da parte del governo borghese di Thiers: e un cantore della rivoluzione fu proprio quel Marx che, in una lettera del 12 aprile del 1871 indirizzata al socialista tedesco L. Kugelmann, esaltò gli insorti parigini pronti “ad attaccare il cielo” notando “quale coraggio, quanta intraprendenza storica, quale capacità di donarsi hanno questi parigini! La storia non ha ancora visto un uguale eroismo”[1].

Gli operai e le masse popolari parigine furono realmente eroiche nel marzo-maggio 1871!

La loro sollevazione momentaneamente vittoriosa, la loro eroica difesa contro lo strapotere reazionario borghese e, infine, il loro martirio (ventimila i morti sulle barricate, decine di migliaia fucilati dopo la sconfitta o condannati ai lavori forzati) costituirono una sorta di modello del moderno prometeismo collettivistico, solidale e altruistico.

Tra l’altro va sottolineato come Karl Marx, in piena sintonia con il fedele amico Engels, più volte e alcuni mesi prima della gloriosa insurrezione avesse messo in guardia (già nel settembre del 1870) i proletari francesi dal rischio di una rivolta prematura e destinata alla sconfitta, visti i rapporti di forza esistenti allora sia in Francia che a livello europeo.

Ma l’eroismo, a volte, consiste proprio nell’andare contro la logica razionale e il calcolo freddo dei rapporti di forza, visto che il “prometeismo della rivolta” ha come suo elemento costitutivo la ricerca cosciente della conflittualità e dello scontro aperto contro un nemico di regola più potente e agguerrito sul piano materiale, anche solo per i suoi molteplici legami internazionali con le borghesie di altri paesi.

Non siamo comunque in presenza di rarissime eccezioni, visto che almeno fino al 1968-69 il prometeismo della ribellione collettiva ebbe via via tutta una serie di importanti epifanie di massa all’interno della classe operaia occidentale.

Per rimanere al suolo italiano, lo storico Renzo Del Carria ha elencato la lunga e sfortunata serie di sollevazioni e di sanguinosi scontri con gli apparati statali che avevano via via visto come protagonisti gli operai, i braccianti e i contadini poveri, a partire dalla tentata insurrezione dei “barabba” (operai e sottoproletari) milanesi del febbraio 1853 e dalla guerriglia di massa promossa da decine di migliaia di contadini dell’Italia meridionale (i cosiddetti “briganti”), tra il 1861 e il 1865, fino ad arrivare al grandioso sciopero generale del luglio 1948, avviato in seguito all’attentato subìto dal leader del partito comunista italiano Palmiro Togliatti, per mano di un fascista[2].

Anche se mai vittoriose e (finora) impegnate in uno scontro impari, minoranze significative del proletariato occidentale, più o meno ampie a seconda dei casi, hanno in passato e tuttora esprimono passioni e desideri di rivolta in aperto conflitto con il sistema capitalistico nel suo complesso, impegnandosi in prima persona, seppur con livelli molto diversificati di militanza e di coscienza politica, in una lotta molto spesso sfortunata contro la borghesia occidentale, rimasta egemone in tutte le sfere politico-sociale durante gli ultimi due secoli.

Una seconda forma di espressione pratico-collettivistica del titanismo di matrice cooperativa si è materializzata nella valorosa e impari lotta condotta dall’avanguardia rivoluzionaria del proletariato occidentale contro quelle dure repressioni, statali e/o padronali, che hanno carsicamente colpito il processo di sviluppo dei movimenti socialisti e comunisti, creando ancora oggi un formidabile titanismo “della resilienza”.

Si tratta di una lunga, eroica e secolare “resistenza rossa” contro multiformi serie di arresti, licenziamenti, torture, uccisioni e sparizioni che, per restare alla sola Germania, comprende al suo interno la battaglia sostenuta dalla socialdemocrazia (allora su posizioni prevalentemente rivoluzionarie) contro le leggi antisocialiste di Bismarck dal 1878 al 1890, l’eroico lavorio sotterraneo del partito comunista tedesco contro Hitler (1933-1945) e l’azione clandestina di quest’ultimo anche nella “libera” Germania di Adenauer, dal 1956 al 1966[3].

Ma la principale modalità di riproduzione del prometeismo rosso del corso degli ultimi due secoli è rappresentata in ogni caso dal gigantesco processo di costruzione (e difesa) del “mondo nuovo”, avviato dagli operai russi con il leggendario Ottobre Rosso, in una dinamica proseguita in seguito in Occidente anche da nazioni quali la parte orientale della Germania, la Polonia e la Bulgaria, la regione ceca e la Slovacchia, l’Ungheria e la Jugoslavia tra il 1948 e il 1989-91.

Si è trattato di una grande ed epocale esperienza storica che ha posto esplicitamente il tema di una rivoluzione socialista e che in tutto il mondo, a partire dall’ambito occidentale, “ha raccolto, per decenni, attorno a questa impresa milioni e milioni di uomini, ha combattuto e vinto una guerra mondiale plasmando la società e influendo direttamente le vicende del mondo” proseguendo in America latina (Cuba, Venezuela) e in Asia il suo cammino anche dopo il tragico triennio di controrivoluzione 1989-91[4].

Come ha notato lo storico G. Piretto, durante i primi anni del processo rivoluzionario sovietico si affermò la prometeica parola d’ordine del “far tabula rasa del passato” per costruire simultaneamente il “mondo nuovo”, assieme all’indispensabile e titanica difesa del “Nuovo Eden” da parte dell’Armata Rossa.

Piretto ha giustamente notato che proprio “tempo e spazio furono tra le categorie più direttamente influenzate dalla Rivoluzione. Quelle a cui con maggiore attenzione e virulenza ci si rivolge nei primissimi tempi dopo l’Ottobre, per costruire un mondo nuovo, “il nostro mondo”, come recita, in russo, un verso della più straordinaria canzone di speranza mai scritta finora, nonché primo inno nazionale della Russia sovietica, l’Internazionale:

Costruiremo un mondo nuovo, il nostro mondo,

Chi era nulla, diventerà tutto!

La parola d’ordine dominante fu: fare a pezzi il passato (“distruggeremo tutto il mondo della violenza, fino alle fondamenta”, scandiva l’Internazionale), per ripartire dalla tabula rasa con un mondo inedito (più esatto sarebbe parlare di una volontà di mondo), fondato su principi e valori diversi e opposti ai precedenti, irrimediabilmente inquinati: autocrazia zarista, economia rurale stagnante, terrorismo, violenza, repressione. Non era la prima volta che nella storia russa si pensava di farla finita con un vecchio sistema e ripartire da zero. Fin dall’avvento del Cristianesimo (989) e, più tardi, dalle riforme petrine (inizio del XVIII secolo), l’aspetto più macroscopicamente evidente del rinnovamento era stato il brusco e ostentato distacco da ogni forma di tradizione.

Per riuscire a fare piazza pulita delle usanze era necessario imparare a guardare ad usi e costumi come a pregiudizi, a vedere nella tradizione nient’altro che superstizione.

In altre parole bisognava rendersi estraneo, straniero nel proprio paese.

La rivoluzione d’ottobre non costituì eccezione. Nel 1918 dichiarazioni come quella che segue (per voce di una compositrice, N. Brjusova, membro del Conservatorio moscovita) aprivano ogni relazione, intervento, articolo o saggio della fazione bolscevica più estremista e convinta:

E’ impossibile costruire una vita su ideali vecchi e forme antiquate. Ciò che la vita ha distrutto, ciò che è invecchiato, è morto e non servirà mai più come base per qualcosa di vivo.

Il conflitto di classe all’interno del partito” (comunista-bolscevico) “portò a una grande tensione sulla base dei traumi politici ed economici degli anni 1921-22 (carestia, lotte intestine, privazioni, morti): anni e realtà del cosiddetto comunismo di guerra.

Momento in cui, nonostante le immense difficoltà e privazioni, in nome dell’utopia milioni di cittadini sovietici aderirono al progetto e si fecero coinvolgere massicciamente, convinti ed entusiasti di partecipare alla costruzione di quel famoso mondo nuovo. Utopia in questi anni significò negazione dell’ordine presente, profonda critica alla società come insieme e alle sue singole componenti. Di conseguenza, iconoclastia rivoluzionaria corrispose a distruzione dell’odiato passato e apertura di strade per il futuro, sotto forma di eliminazione di immagini e simboli inquinati: idoli, figure e strutture. Vittime designate furono tradizionalmente statue, edifici, suppellettili, parole, nomi, oggetti d’arte, insegne, emblemi, stemmi, icone religiose e politiche”[5].

Anche un convinto e lucido antistalinista come Piretto ha altresì riconosciuto che, dopo il letargo in cui era caduto durante la NEP (Nuova Politica Economica) del 1921-27, il prometeismo sovietico si risvegliò in modo impetuoso a partire dal 1928 e dal lancio, in quello stesso anno, del primo piano quinquennale da parte del nucleo dirigente sovietico guidato da Stalin, conoscendo proprio in quel quinquennio, a partire dagli anni Venti, una seconda giovinezza e una fase di eccezionale slancio creativo.

Proprio dopo aver notato che, a suo avviso, nella nuova fase di sviluppo dell’Unione Sovietica non vi era più posto per l’autore come Majakovskij, suicidatosi il 14 aprile del 1930, Piretto ha comunque ammesso onestamente che il titanismo industrial-bolscevico e “l’operazione politico-culturale lanciata da Stalin procedette parallela a quelle che, sul fronte economico, riguardarono la trasformazione dell'agricoltura (collettivizzazione delle terre, eliminazione della classe dei kulaki, promozione diffusa e forzata delle fattorie collettive) e i massicci investimenti nell'industrializzazione, ivi comprese le sfide alla natura (la steppa si ritira, cede all'uomo, diventa d'acciaio), le edificazioni non già di semplici nuove fabbriche, ma di gigant-kombinat (complesso industriale gigante), quale l'immensa struttura metallurgica di Magnitogorsk, così carica di significati simbolici, o di progetti ancor più ambiziosi, volti anche a dimostrare la raggiunta onnipotenza del popolo sovietico. Anche il complesso di Magnitogorsk, come la cultura dei tempi comandava, ebbe la sua celebrazione letteraria, seppure indiretta, nelle pagine di un romanzo di Valentin Kataev, Vremja, vpered! (Tempo, avanti!) scritto tra il 1931 e il 1932, ispirato dalle molte spedizioni documentaristiche che, sulla base delle teorie della literatura fakta (letteratura dei fatti), l'autore aveva compiuto nelle sedi di vari cantieri sovietici. Il letterato doveva documentarsi sul campo, acquisire competenze, utilizzare e inserire materiali autentici e originali nelle opere che avessero come soggetto la produzione, l'edificazione, la costruzione di nuove realtà industriali, edili o geo-topografiche. Implicito, anche se non sempre dichiarato, era il processo di storicizzazione che la dignità letteraria avrebbe fornito al progetto in questione. Nel romanzo che Kataev definì chronika (cronaca), l'attenzione è tutta concentrata su una retorica contrapposizione tra chi già è entrato a far parte della nuova realtà e chi ancora ne è fuori, ma deve essere capito e aiutato a penetrarla: Fenja depose il sacco sui binari e prese fiato. Chiese a un ferroviere che passava: - Compagno, dov'è la citta? – E’ qui, e dove dovrebbe essere? Ma dov'era la città se intorno non c'era nulla che assomigliasse a una città: né chiese, né negozi, né tram, né case di pietra?

D'altro tono sarà un libello descrittivo-celebrativo pubblicato nel 1933, in cui s'ipotizza il futuro della costruenda città socialista che sarebbe nata come emanazione del complesso industriale. Vi venivano presentati concetti che erano stati alla base anche del piano di ricostruzione di Mosca (basta con la struttura medievale, con tortuosi vicoli, largo ad ampie e rettilinee strade maestre), ma che riguardo alla capitale sarebbero stati accantonati solo parzialmente, vista la centralità simbolica del Cremlino che non poteva prescindere dalla struttura ad anelli della pianta moscovita. Per Magnitogorsk, invece, la città non conoscerà vie tortuose, lerci cortili, fosse di purulenti rifiuti, sovraffollamento, chiasso di strade e cortili, scenate familiari in corridoi o cucine comunitarie, insopportabile sporcizia nei gabinetti in condivisione. [...] A Magnitogorsk non ci saranno vie o vicoli tradizionali. La vita si svilupperà all'interno di isolati costituiti da case di tipo individuale, collettivo e case-comuni”[6].

Anche dopo la fine del primo piano quinquennale, conclusosi in anticipo nel 1932, il prometeismo pratico-sovietico continuò a svilupparsi diventando “titanismo del benessere materiale”.

Sempre l’ostile Piretto ha notato come, secondo la propaganda stalinista, durante il secondo piano quinquennale (1933-37) “la vita sovietica stava diventando «la migliore del mondo», modello per l'umanità intera. II cittadino sovietico sarebbe stato il più felice dell'universo. Si andava costituendo quel territorio virtuale, mitico-ideale che chiamerò convenzionalmente Stalinland: terra (antistoricamente) del benessere, della gioia, dell'abbondanza per antonomasia. Continuavano a esistere problemi irrisolti, eredità di un pesante passato: una variante in stile 1934 di una situazione già nota (ma questa volta senza didascalie sotto il ritratto di Marx) tornerà su una copertina di «Krokodil». A dieci anni dalla precedente, a rivoluzione culturale compiuta, a realismo socialista proclamato, a stalinismo sulla rampa di lancio verso il trionfo. A fare da musa un trafiletto che cita «Izvestija», il quotidiano organo del Consiglio dei ministri dell'Urss: II compagno Soldatov ha così spiegato il suo desiderio di iscriversi al partito: - io come dire, sono comunista da un pezzo, perchè in tempo di guerra ho mandato i miei figli al fronte come volontari nell'Armata rossa, e a casa ne ho di tutti i colori di iscritti al Komsomol e di pionieri. Fuori dal partito rimarranno solo mia moglie e la gatta”[7].

Inoltre durante gli anni Trenta dello scorso secolo venne altresì promosso, in modo massiccio e continuo, il prometeismo collettivo degli “eroi del lavoro e della cultura”.

Queste due categorie erano composte da donne e uomini sovietici capaci di compiere grandi imprese, come i migliori operai, piloti, esploratori, scienziati, scrittori o sportivi: segmento particolare che acquisì un’enorme popolarità in ampi strati della popolazione anche grazie ai numerosi stachanovisti, il cui archetipo originario divenne la celebre impresa produttiva (ossia 102 tonnellate di carbone da lui ottenuta in solo sei ore di lavoro) effettuata dal giovane minatore A. G. Stachanov, il 31 agosto del 1935[8].

In questo clima infuocato diventava comprensibile come persino N. I. Bucharin, dirigente e teorico sovietico caduto in disgrazia nel 1929 e non sospettabile certo di simpatie per la direzione di Stalin, delineasse nell’agosto del 1934, un caldo elogio del prometeismo sovietico, con la sua autocoscienza in via di sviluppo.

Sia gli artisti che tutto il popolo sovietico, sottolineò infatti Bucharin nella sua celebre allocuzione al primo congresso degli scrittori sovietici, dovevano avere ben chiara la complessa “problematica dell’autocoscienza della nostra epoca”.

Stiamo infatti attraversando un periodo fuori del comune. L’Unione Sovietica rappresenta oggi una sommità mondiale, e noi formiamo lo scheletro dell’umanità futura. Stiamo guardando verso millenni a venire; la nostra idea penetra in ogni angolo della terra, non viviamo più nelle dichiarazioni, nei sogni di poche menti eccelse, siamo una forza reale, più reale di ogni. Potenzialmente siamo tutti: siamo gli eredi dei millenni, della cultura di tanti secoli; siamo i continuatori della lotta combattuta da centinaia e centinaia di generazioni di sfruttati che hanno tentato di abbattere il gioco loro imposto; siamo la personificazione della ragione storica, siamo il motore della storia  mondiale”[9].

Siamo il motore della storia umana”: titanismo allo stato puro e di matrice collettivistica, come ai tempi del Prometeo di Esiodo.

Potenzialmente siamo tutto”: il prometeismo cooperativo e solidaristico di Bucharin era anche quello dei comunisti sovietici di quel periodo, nonostante le dure difficoltà e la penuria di generi di consumo, venendo condiviso da essi con entusiasmo “faustiano” e di massa.

La progettualità espressa in questo particolare settore dalla direzione sovietica, fin dai tempi di Lenin, costantemente si articolò su tre livelli, distinti ma interconnessi, di “titanismo rosso”.

In primo luogo venne riprodotto costantemente, anche nella propaganda quotidiana dell’URSS, l’obiettivo finale di creare un “uomo nuovo” di tipo socialista, contraddistinto sia di un alto livello di istruzione che dal primato dell’altruismo e dalla cooperazione rispetto alle tendenze egoistiche individualistiche, al “noi” rispetto all’“io”, come venne evidenziato anche dalla poesia di D. Majakovskj nella quale si sosteneva che il numero “1”, inteso come essere singolo e isolato, contava e pensava ben poco[10].

Tale “uomo nuovo” acquisiva e allo stesso tempo mostrava concretamente le sue nuove qualità prometeico-cooperative sia attraverso un la praxis sociale, tesa e diretta alla creazione di grande imprese produttive superando enormi ostacoli e limiti endogeni/esogeni, che mediante un terzo livello: ossia l’avvio concreto del parallelo e simultaneo processo di costruzione dei nuovi rapporti sociali di produzione di matrice collettivistica sempre vincendo contro difficoltà gigantesche, di tipo esogeno (i nemici di classe interni ed esterni) ma anche endogeni, quali ad esempio la forza dell’abitudine individualistica e le contraddizioni che emergevano nello stesso popolo sovietico.

Il principale manifesto programmatico e la matrice originaria del prometeismo di tipo sovietico si ritrova nel celebre scritto di Lenin “La grande iniziativa”, elaborato nel giugno del 1919 proprio analizzando un’esperienza concreta, nata spontaneamente e dal basso tra i ferrovieri russi operanti sulla linea Mosca-Kazan, i quali autonomamente avevano deciso di lavorare gratuitamente per un sabato festivo al fine di cercare di superare le gravissime difficoltà nelle quali allora si dibatteva la rete dei trasporti pubblici sovietici, ottenendo tra l’altro eccellenti risultati.

Nel geniale articolo di Lenin del 1919 si ritrovano facilmente, interconnessi tra loro, i tre livelli del “prometeismo sovietico” di cui si è accennato: altruismo e processo di automiglioramento individuale/collettivo, azione collettiva eroica su larga scala in campo produttivo ed oltre l’estensione di nuove e magnifiche relazioni umane, sia in campo economico che negli altri segmenti della vita umana. 

Nel testo in esame Lenin notava innanzitutto che “accanto al compito di vincere con le armi in pugno la controrivoluzione borghese, ormai nel 1919 si imponeva altrettanto impietosamente – e quanto più si va avanti, tanto più si imporrà – un altro compito vitale, quello dell’edificazione comunista positiva, della creazione di nuovi rapporti economici, della creazione di una nuova società.

La dittatura del proletariato – come spesso ebbi occasione di indicare, e fra l’altro nel mio discorso alla seduta del 12 marzo del Soviet dei deputati di Pietrogrado – non è soltanto violenza contro gli sfruttatori, e neppure principalmente violenza. Base economica di questa violenza rivoluzionaria, garanzia della sua vitalità e del suo successo è il fatto che il proletariato rappresenta e realizza un tipo più alto, rispetto al capitalismo, di organizzazione sociale del lavoro. Questa garanzia è la sostanza, qui sta la sorgente della forza e la garanzia della ineluttabile vittoria completa del comunismo.

L’organizzazione feudale del lavoro sociale poggiava sulla disciplina imposta dalla fame, e la grandissima massa dei lavoratori, nonostante tutto il progresso della cultura borghese e della democrazia borghese, restava anche nelle repubbliche più avanzate, civili e democratiche, una massa ignorante e abbrutita di schiavi salariati o di contadini schiacciati, spogliati e vessati da un pugno di capitalisti. L’organizzazione comunista del lavoro sociale, il primo passo verso la quale è il socialismo, poggia – e più si va avanti, sempre più poggerà – sulla disciplina libera e cosciente dei lavoratori stessi, che hanno scosso il giogo sia dei grandi proprietari fondiari che dei capitalisti

Questa nuova disciplina non cade dal cielo e non nasce da pii desideri; essa sorge dalle condizioni materiali create dalla grande produzione capitalistica e soltanto da essa. Senza queste condizioni essa non è possibile. Chi apporta tali condizioni materiali o le realizza e una determinata classe storica che è stata creata, organizzata, raggruppata, istruita, educata e temprata dal capitalismo. Questa classe è il proletariato. 

Per vincere, per creare e consolidare il socialismo, il proletariato deve assolvere un compito duplice, un compito che ne racchiude due: deve innanzitutto attrarre, col suo eroismo senza riserve, nella lotta rivoluzionaria contro il capitale tutta la massa dei lavoratori e degli sfruttati attrarla organizzarla e dirigerla per abbattere la borghesia e reprimere qualsiasi sua resistenza; in secondo luogo, il proletariato deve trascinare dietro di se l'intera massa dei lavoratori e degli sfruttati, nonché tutti' gli strati piccolo-borghesi, sulla via della nuova edificazione economica; sulla via della creazione di un nuovo vincolo sociale, di una nuova disciplina del lavoro, di una nuova organizzazione del lavoro, che racchiuda in sé l'ultima parola della scienza e della tecnica capitalistica, e l'unione in massa dei lavoratori coscienti che creano la grande produzione socialista.

Questo secondo compito e più difficile del primo, perché non può in nessun modo essere adempiuto per mezzo di slanci isolati di eroismo, ma esige l'eroismo più prolungato, più tenace, più difficile del lavoro quotidiano e di massa. Ma questo compito e ancor più importante del primo, perché in ultima analisi la più profonda sorgente di forza per vincere la borghesia e l'unica garanzia della solidità e della sicurezza di tale vittoria può essere soltanto un sistema sociale di produzione nuovo e più elevato, la sostituzione della produzione capitalistica e piccolo-borghese con la grande produzione socialista”.

E ancora Lenin sottolineò, rispetto all’eroismo di massa dei soldati comunisti, che essi “hanno una così grande importanza perché ne sono stati iniziatori operai i quali non si trovano in condizioni particolarmente buone, ma sono stati operai di diverse qualifiche, e anche operai non qualificati, manovali, i quali si trovano nelle condizioni comuni, cioè delle più cattive. Le cause fondamentali della diminuzione della produttività del lavoro, che si osserva non soltanto in Russia ma in tutto il mondo, ci sono ben note. Esse sono la rovina e l’impoverimento, l’esasperazione e lo spossamento causati dalla guerra imperialistica, le malattie e la denutrizione. Quest’ultimo per la sua importanza occupa il primo posto. La carestia: ecco la causa! Ma per eliminare la carestia bisogna elevare la produttività del lavoro, tanto nell’agricoltura quanto nei trasporti e nell’industria. Si ha quindi la produttività del lavoro, bisogna salvarsi dalla fame, e per salvarsi dalla fame, bisogna elevare la produttività del lavoro.

È noto che nella pratica tali contraddizioni vengono risolte rompendo questo circolo vizioso, provocando una svolta nello stato d’animo delle masse, con l’eroica iniziativa di singoli gruppi, iniziativa che talora, nello sfondo di quella svolta, ha spesso una funzione decisiva. I manovali e i ferrovieri di Mosca (parliamo naturalmente della maggioranza e non di quel pugno di speculatori, burocrati ed altri complici delle guardie bianche) sono dei lavoratori che vivono in condizioni disperatamente difficili. Costante denutrizione, e ora, prima del nuovo raccolto, col generale peggioramento della situazione alimentare, vera fame! E questi operai affamati, attorniati dalla maligna agitazione controrivoluzionaria della borghesia, dei menscevichi e dei socialisti-rivoluzionari, organizzano dei “sabati comunisti”, fanno ore straordinarie senza nessuna paga e ottengono un prodigioso aumento della produttività del lavoro, sebbene siano stanchi, spossati, esauriti dalla denutrizione. Non è forse questo il massimo eroismo? Non è forse questo l’inizio di una svolta di importanza storica mondiale?

La produttività del lavoro è in ultima analisi la cosa più importante, essenziale per la vittoria del nuovo ordine sociale. Il capitalismo ha creato una produttività del lavoro sconosciuta nel feudalesimo. Il capitalismo può essere battuto definitivamente e sarà battuto definitivamente appunto perché il socialismo crea una nuova produttività del lavoro molto più alta. È un processo molto difficile e molto lungo, ma esso è incominciato: l’essenziale è in questo. Se nell’estate 1919, in una Mosca affamata, degli operai affamati, che hanno vissuto i quattro anni penosi della guerra imperialistica e poi un anno e mezzo di guerra civile ancor più penosa, sono stati in grado di iniziare questa grande opera, quale sarà lo sviluppo ulteriore, quando saremo usciti vincitori dalla guerra civile e avremo conquistato la pace?

In confronto al capitalismo, il comunismo è la più elevata produttività del lavoro di operai volontari, coscienti e uniti, che si servono della tecnica più progredita. I sabati comunisti sono straordinariamente preziosi come inizio effettivo del comunismo: e ciò è una grandissima rarità, perché ci troviamo in uno stadio in cui “si compiono soltanto i primi passi verso la transizione del capitalismo al comunismo” (come è detto in modo assolutamente giusto, nel programma del nostro partito.

Il comunismo comincia là dove appare la preoccupazione disinteressata, che sormonta il duro lavoro, dei semplici operai di aumentare la produttività del lavoro, di salvaguardare ogni pud di grano, di carbone, di ferro e di altri prodotti che non sono destinati agli operai stessi e alle persone a loro “prossime”, ma alle “lontane”, cioè alla società nel suo complesso, alle decine e centinaia di milioni di uomini raggruppati dapprima in un singolo Stato socialista e poi in una Unione di Repubbliche Sovietiche”[11].

La spinta eroica, presente o latente in ampi segmenti della popolazione sovietica, comunque si esaltò e si diffuse enormemente durante la grande guerra patriottica condotta contro la bestiale e genocida aggressione nazifascista, tra il giugno del 1941 e il 1945, producendo come sottoprodotto anche un “prometesimo bellico” di enorme dimensione quantitativa e di grande intensità, sia a livello razionale che emotivo. Quasi un intero popolo, con l’eccezione di una scarsa minoranza di apatici e/o disfattisti, si trasformò infatti in una sorta di “supereroe collettivo” patriottico, oggettivamente di matrice comunista, capace di difendere con successo le mura della “cittadella rossa” sovietica e, dopo scontri epici, di portare il fuoco prometeico della giusta vendetta sovietica nella fetida tana dei lupi imperialisti e nazisti.

Gli esempi di eroismo collettivo espressi dal popolo sovietico durante la gloriosa Guerra Patriottica, in difesa non solo “della patria russa ma anche del mondo nuovo” in via di (difficile, contraddittoria, a volte tragica( costruzione, risultano innumerevoli, partendo dalla leggendaria e lunga difesa della fortezza di Brest-Litovsk nei primi giorni dell’aggressione nazifascista per arrivare infine alle decine e decine di migliaia di sovietici che si sacrificarono, tra il 18 aprile ed il 2 maggio del 1945, al fine di occupare finalmente il covo berlinese degli hitleriani.

L’epopea dell’eroica Leningrado, assediata per quasi mille giorni ma capace di resistere a una prova disumana al prezzo di milioni di morti; dei difensori indimenticabili dalle strade e fabbriche di Stalingrado dal tragico agosto del 1942 fino all’esaltante vittoria del gennaio 1943 che risuonò con forza in tutto il mondo, le centinaia di migliaia di soldati sovietici morti nella difesa del cuneo di Kursk e in una delle più grandi battaglie di carri armati della storia, nel luglio/agosto 1943, oltre agli splendidi partigiani sovietici costituiscono solo le vette più alte di un immenso mosaico e di un’epopea mitica, scritta con il sudore e il sangue versati con coraggio, altruismo e sacrificio dal popolo sovietico per una giusta e nobile causa, che ha cambiato il destino dell’intera umanità[12].

Il “vulcano rosso” non aveva ancora finito di eruttare lava e zampilli prometeici, seppur in quantità via via decrescente dopo il picco estremo del 1941-45.

Il grande progetto chrusceviano di dissodamento delle “terre vergini” dell’area Kazhakistan, individuato a partire dal 1954 come una sorta di “Far East” socialista, costituì infatti la prima epifania post stalinista del titanismo sovietico, venendo inserito in un progetto globale che in seguito portò in orbita lo Sputnik, Juri Gagarin e la Soyuz a partire dal leggendario ottobre del 1957, battendo per più di un decennio la strapotenza tecnologica e materiale del capitalismo statunitense, uscito addirittura rafforzato dal secondo conflitto mondiale.

Il “titanismo spaziale” e l’immersione eroica del genere umano nel cosmo nacque dunque “rossa” e collettivistica: risultato prezioso e indistruttibile, riflesso ed esaltato anche nella diffusa fantascienza sovietica.

La strada era stata aperta nel 1957 (stesso anno del lancio del primo Sputnik) dal romanzo Tumannost Andromeda (La nebulosa Androeda) dell'accademico Ivan Efremov, competente e attendibile autore, visto il suo passato di geologo, paleontologo e uomo di mare. La storia segnò il ritorno dell'utopia, dopa la messa al bando staliniana. La proiezione fantascientifica comunista narrata da Efremov coinvolgeva lo spazio, la fantasia tecnologica, i dubbi dell'animo umano e si concludeva con una vittoria del comunismo, una visione idilliaca del futuro dell'umanità, non escludendo forti attacchi al recente passato del paese: le classiche componenti che, dopo Stalin, potevano tornare alla luce, vista anche la solidità delle promesse concrete del nuovo partito. Utopia, termine rifiutato in quanto sinonimo di sogno irrealizzabile, poteva ora nuovamente significare speranza e aspettativa, ora che era sorretta da attendibili guide. La fantascienza ne incarnò un aspetto. I già noti fratelli Strugackij, autori di numerosi romanzi fantascientifici, divennero protagonisti della scena letteraria. I loro personaggi coniugavano fantasia e realtà rispettando appieno le pose e le formule del nuovo discorso diventando eroi sempre più a cavallo tra impegno scientifico e impegno civile, in quell'entusiastico tentativo (e convincimento) di raggiungere e superare l'Occidente, gli Stati Uniti in prima istanza, sul fronte della conquista spaziale, della produttività”[13].

Purtroppo la marea planetaria proprio allora si stava ormai invertendo, a favore dell’imperialismo.

Dopo il 1968-78 e una fase decennale di transizione, le tendenza di crisi presenti all’interno della formazione economico-sociale e del sistema politico sovietico presero infatti via via il sopravvento, determinando in tal modo le condizioni preliminari (scontento di massa sia per la pluridecennale penuria di generi di consumo che per le continue code, ecc.) dell’arrivo del processo di disgregazione dell’Unione Sovietica e degli altri paesi del patto di Varsavia, trascinando ovviamente nel gorgo anche il pluridecennale prometeismo di matrice collettivistica e la progettualità faustiana sul “nuovo mondo”, iniziata nel 1917.

Non prima, però, di aver influenzato sensibilmente alcuni dei segmenti significativi della classe operaia e degli intellettuali occidentali, a partire soprattutto da alcune zone dell’Europa occidentale (Francia e Italia in testa): la forza attrattiva dell’Unione Sovietica su scala internazionale rimase notevole almeno fino al 1968 e all’intervento armato in Cecoslovacchia, essendo basata sia su elementi reali di positività che su aspetti “di mito” leggendario che in ogni caso, come ha notato Lucio Magri, produsse almeno in parte risultati positivi elettrizzando e mettendo in moto settori operai consistenti all’interno di quasi tutto il mondo occidentale[14].

Il titanismo della praxis inoltre venne, almeno sotto alcuni aspetti (costanza ed eroismo nella lotta, attenzione minuziosa al processo di accumulazione di potenza per battere nemici assai più potenti, ecc.) esportato anche in ampie zone extra europee, a partire dalla Cina sottoposta a un pesantissimo al dominio semicoloniale, tra il 1921 (data di fondazione del partito comunista cinese) ed il 1949: non risulta pertanto casuale che proprio l’impegnativo anno delle Olimpiadi in Cina, ossia il 2008, sia stato concluso sul piano culturale da un proficuo interscambio cino-greco, che è culminato il 18 settembre del 2008 nella rappresentazione in pompa magna, al teatro di Pechino, del “Prometeo liberato” di Eschilo, rivissuto in chiave ecologista ma ancora basato sulle eroiche vicissitudini del titano ribelle[15].

E non si può non fare un brevissimo accenno anche all’America Latina, e al prometeismo dei “barbudos” cubani, di Fidel Castro e del guerriero eroico per antonomasia, Che Guevara, all’eroica e sessantennale resistenza del popolo cubano contro l’infame blocco economico promosso dall’imperialismo statunitense; all’eroica rivoluzione sandinista in Nicaragua, nel 1927-34 come nel 1975-89 e nel 2016-19; alla lotta antimperialista promossa da Chavez e Maduro in Venezuela negli ultimi due decenni, oltre ai tanti altri esempi di azione rivoluzionaria condotta ai limiti dell’impossibile”[16].

Rimanendo sempre sul piano dell’azione, il prometeismo rosso si è incarnato anche in quell’esaltazione collettiva del leader eccezionale che ha attraversato una sezione importante della storia del movimento operaio antagonista in occidente, partendo da Ferdinand Lassalle per arrivare fino al periodo stalinista.

Il primo elemento di condensazione e di cristallizzazione politica del “culto rosso della personalità” divenne Fernand Lassalle, ossia il primo leader della socialdemocrazia tedesca e l’uomo politico che, tra il 1861 e il 1864, seppur tra mille contraddizioni e gravi errori pose le fondamenta della prima formazione politica di natura operaia e socialista in Germania.

La leadership esercitata da Lassalle risultò profondamente autoritaria, non ammettendo infatti fin dall’inizio alcuna forma di dissenso e contestazione interna e venendo simultaneamente basata anche sul processo di esaltazione delle capacità personali (a partire da quelle oratorie) del capo e “fuhrer” indiscusso da parte dei militanti della socialdemocrazia tedesca, come notò con una certa indulgenza F. Mehring[17].

La seconda ondata di culto della personalità fu quella espressa spontaneamente e “dal basso”, ossia da grandi masse di lavoratori, verso Lenin dopo la sua morte avvenuta nel gennaio del 1924, fenomeno quasi subito incanalato e utilizzato sul piano politico dalla direzione del partito bolscevico: un affetto collettivo scaturito, in ogni caso, proprio dalle sincere e più profonde emozioni delle masse popolari russe del tempo.

Già il 22 gennaio e solo un giorno dopo la morte del grande leader rivoluzionario, una didascalia riprese infatti un messaggio ormai ben presente nel pensiero collettivo di decine di milioni di lavoratori sovietici.

Altrettanto pregnante, tra i molti prevedibili e scontati, è un disegno che propone il concetto che diverrà leit-motiv nei decenni a seguire: Lenin è vivo a milioni. La didascalia, tratta dal messaggio del II Congresso dei Soviet ai lavoratori dell’umanità intera commenta: «Lenin è morto… Ma Lenin è vivo in milioni di cuori. Vive nel flusso delle masse… Centinaia di discepoli di Vladimir Ilic reggono saldamente le grandi insegne. A milioni si serrano attorno a loro»”[18].

Lenin è vivo”: vittoria prometeica contro la morte, grazie al ricordo collettivo e duraturo di milioni di esseri umani.

Non è certo un caso che, anche indipendentemente dalla (reale) pressione esercitata dal partito comunista sovietico, un’immagine fotografica stilizzata di Lenin (“lubok”) ottenesse subito un enorme diffusione di massa, fin dai primi giorni della morte del titanico leader russo.

All’irrisorietà del prezzo del lubok leniniano (le solite cinque copeche) si aggiungeva la decoratività della presentazione: formato ovale e cornicetta ornamentale. La presentazione estetica del lubok di Lenin ricordava molto da vicino quella dei suoi predecessori pre-rivoluzionari: il serto che circondava l'ovale, la violenta vivacità dei colori, l'inespressività del viso. Tutti fattori che, per il fruitore-contadino non ancora dotato di sensibilità artistica, costituivano elemento di attrazione e gradimento. 

Uno stornello (castuska) degli anni Trenta, variante sovietica del folclore tradizionale russo, avrebbe ribadito cantando:

Comprerò un ritratto di Lenin,

dalla cornice dorata.

Lui ha portata luce,

a me, oscura contadinella.

Nonostante le posizioni rigorose di una certa intelligencija, la diffusione del lubok leniniano fu immensa: in ogni parte del paese andò esaurito in poche decine di minuti, indipendentemente dalle tirature che venivano messe in circolazione. Scriveva all'editore un giovane contadino:

Dal momento in cui vi ho inviato l'ordine per Lenin, ho aspettato con impazienza che mi arrivasse il ritratto di Lenin. Ogni consegna di posta che arrivava da noi al villaggio di Konstantinovo era una festa, perché mi avrebbe potuto consegnare il ritratto. E, finalmente, è arrivato. Il 30 marzo, venerdì, mi hanno consegnato

un pacchetto di cartone giallo, arrotolato come un tubo. Quando ho scartato questo tubo, ci ho trovato con gioia due ritratti di Lenin, ben disegnati. E grazie, allora, che mi avete mandato il capo dei lavoratori del globo terrestre, V. I. Lenin.

Grazie... Grazie…”[19].

A sua volta il celeberrimo mausoleo di Lenin, la cui costruzione iniziò già nel 1924, incarnò alla perfezione il processo di esaltazione e semidivinizzazione della figura di Lenin.

Il 25 gennaio” (del 1924) si iniziò a parlare della tomba di Lenin e s'inaugurò il processo di immortalizzazione con un articolo di «Petrogradskaja Pravda», che apriva con un'apparente spiazzante contraddizione, ma preparava il terreno ai dogmi, più o meno fideistici, su un non meglio identificato «dopo», ancora vago dal punto di vista cronologico e scientifico, ma incombente e consolatorio:

LENIN E’ IMMORTALE:

Lenin è morto, Lenin è immortale. Un giorno, quando esisterà una prospettiva storica, sarà scientificamente dimostrato che Lenin ha costituito un punto di cambiamento nella storia dell'umanità. L'umanità prima di Lenin, l'umanità dopo Lenin".

Non ritorno su dati e fatti già ampiamente studiati e noti quali le ragioni ispiratrici dell'imbalsamazione, i possibili rimandi alle dottrine filosofiche di Fedorov, che prevedevano la resurrezione dei padri perché si riunissero ai figli, il movimento dei bogostroiteli, la coincidenza con le notizie recenti relative alia scoperta della tomba del faraone Tutankhamon, lo scempio che fu fatto del corpo prima di arrivare a un risultato accettabile per l'esposizione della salma nel mausoleo. Rimando ai dibattiti, agli interventi e alle interpretazioni già esistenti e oggetto di studio, a proposito dell'immortalità, della «resurrezione» in generale, affidando ancora una volta a Masing-Delic il compito di sintetizzare alla perfezione: 

Così il Lenin sepolto è imbalsamato, Redentore di classe, fu circondato sia da un'aura cristologica che faraonica, visto che doveva diventare il primo a tornare dal regno dei morti secondo il vangelo ideologico del marxismo sovietico”[20].

Tuttavia il principale flusso collettivo avente per oggetto il culto della personalità all’interno del movimento antagonista occidentale riguarda la figura di Stalin.

Le prime manifestazioni su larga scala di glorificazione del leader georgiano avvennero nel dicembre del 1929, in occasione del cinquantesimo genetliaco del leader georgiano, anche se già nel 1925 la città di Tsaritsin assume il nome di Stalingrado; fu solo l’inizio di un lungo processo che si estese e acutizzò fino alla sua morte, dato che già durante la prima metà degli anni Trenta l’esaltazione delle (in parte reali e innegabili) straordinarie, multilaterali ed eccezionali qualità intellettuali, morali e fisiche di Stalin, a partire dalla sua formidabile resistenza a duri ritmi lavorativi, era entrata nell’iconografia popolare sovietica ed era accettata da una sezione come minimo molto consistente della popolazione sovietica, oltre che dei comunisti occidentali.

Ha notato Piretto che mentre “procedeva a gran voce la propaganda relativa a record e stimoli produttivi”, diventava simultaneamente plateale che “spettatore unico e ispiratore massimo di queste epopee, estraneo per cause di forza maggiore, ma virtualmente presente in ogni singola manifestazione, restava Stalin. Condannato peraltro a ulteriore distanza presa dal popolo suo, a un forzato isolamento. Per ragioni di sicurezza, prima di tutto, ma comunque circondato da folle o a stretto contatto fisico con i rappresentanti delle più diverse categorie, nell'iconografia ufficiale, o in soluzioni che oggi definiremmo virtuali, legate alle diverse mitologie che lo riguardavano. La più nota e (all'epoca) più sentita fra tutte, era costruita sull'instancabile attività di Stalin, testimoniata da una lucetta perennemente accesa in una stanza del Cremlino, visibile dalla Piazza rossa, ideale collegamento (virtuale, appunto) tra il popolo e il suo dio”[21].

Rinforzato notevolmente dalla grande vittoria ottenuta dai sovietici nella loro lotta mortale contro il nazifascismo, impresa titanica nella quale a partire dal novembre 1941 Stalin svolse un ruolo di direzione positivo e di alto livello, il culto popolare del leader georgiano continuò ininterrottamente fino al marzo del 1953: certo alimentato massicciamente “dall’alto” e dal partito comunista, ma trovando un’ampia risonanza all’interno di un vasto segmento del popolo sovietico, ben disposto ad accettare la narrazione ufficiale sulle superdoti e sulle qualità eccezionali possedute, in tutti i campi, dal “supereroe rosso” incarnato da Stalin, autodefinitosi non a caso (e con notevole lucidità politica) il “vendicatore degli oppressi” su scala mondiale.

La sincera e spontaneità del culto collettivo della personalità di Stalin, via via espressa da larghi segmenti di lavoratori sovietici, trovò una sua verifica e conferma indiscutibile nell’enorme ondata di dolore emotivo che attraversò larga parte dell’Unione Sovietica il 5 marzo del 1953, quando venne annunciata la morte del leader comunista georgiano, propagandosi subito su scala planetaria, nel campo socialista (con al significativa eccezione della Jugoslavia), nei partiti comunisti e in un significativo settore della classe operaia europea.

Persino Paolo Spriano, storico antistalinista, ha ammesso a denti stretti la “straordinaria commozione” che colpì ampie masse popolari, italiane ed europee al momento della morte dell’amato “Baffone”.

E a sua volta il lucido e disincantato Lucio Magri ammise che l’amore e l’idolatria per Stalin durò alcuni anni, e che tale fenomeno tra il 1945 ed il 1953 non solo perdurò ma raggiunse la sua vetta.

Paolo Spriano, nell'ultimo e per alcuni aspetti il più acuto dei suoi scritti, dedica un intero capitolo a questo tema, partendo dall'indubbiamente straordinaria commozione di fronte alla morte di Stalin e cercandone una spiegazione. Non fu un mito – dice Spriano – ma un amore cieco, assoluto, desideroso di una conferma dell'oggetto amato. E per spiegarlo si appoggia da un lato su una citazione di Gramsci: «Nelle masse in quanto tali la filosofia non può essere vissuta che come una fede»; dall' altro su un contesto storico, il ricordo indelebile della vittoria sul fascismo, tanto più necessario da custodire in un momento di dure sconfitte”[22].

Note:

1. K. Marx, lettera a Ludwig Kugelmann, 12 settembre 1871

2.  R. Del Carria, “Proletari senza rivoluzione”, due volumi, ed. Samonà e Savelli

3. T. Derbent, “Resistenza comunista in Germania”, pp. 46-47, ed. Zambon; F. Mehring, “Storia della socialdemocrazia tedesca”, vol. terzo, p. 134, Editori Riuniti

4. L. Magri, “Il sarto di Ulm”, p. 22, ed. Il Saggiatore

5. G. Piretto, “Il radioso avvenire”, pp. 3-5, ed. Einaudi

6. Op. cit., pp. 84-85

7. Op. cit., p. 85

8. J. Ellenstein, “Storia dell’URSS”, p. 37, Editori Riuniti; Sebag Montefiore, “Gli uomini di Stalin”, p. 259, ed. Rizzoli

9.  N. I. Bucharin, “Teoria del materialismo storico”, p. XXXII, ed. La Nuova Italia

10. H. e E. Alt, “The new soviet man: his upbringing and character development” ed. Bookman Associates

11. V. I. Lenin, “La grande iniziativa”, 28 giugno 1919

12. L. Magri, op. cit., p. 46; V. Ciujkov, “La battaglia di Stalingrado”, pp. 375-376, ed. Progress

13.  Piretto,  op. cit., pp. 231-232

14.  L. Magri, “Il sarto di Ulm”, p. 74, ed. Il Saggiatore

15. “Prometeheus bound concludes Cultural Year of Greece in China”, 18 settembre 2008, in english.cri.cn

16.  Paco Ignazio Taibo II, “Senza perdere la tenerezza, vita e morte di Ernesto Che Guevara”, pp. 18 e 294, ed. Il Saggiatore

17.  F. Mehring, “Storia della socialdemocrazia”, volume secondo, p. 654, Editori Riuniti

18.  G. P. Piretto, op. cit., p. 65

19. Op. cit., p. 63

20. Op. cit., pp. 67-67

21.  Op. cit., p. 134

22.  L. Magri, op. cit., p. 106; P. Spriano, “I comunisti italiani e Stalin, p. 142, Editori Riuniti