Recensione a Maurizio Molinari, Assedio all’occidente, Milano: La nave di Teseo, 2019

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aereo guerradi Francesco Galofaro per Marx21.it

Università di Torino

Recentemente il quotidiano La Repubblica è stata colpita da un terremoto. Alla sua direzione è stato chiamato Maurizio Molinari, proveniente da La Stampa di Torino. Con questa mossa la famiglia Elkann – Angelli, che rappresenta l’aristocrazia del capitalismo italiano tradizionale, esautora l’imprenditoria progressista incarnata in Carlo De Benedetti e sposta decisamente a destra la linea del giornale. De Benedetti non ha preso bene la cosa, e annuncia il varo di un nuovo progetto editoriale per il prossimo autunno.


Per formazione e idee, Maurizio Molinari può essere accostato allo statunitense partito repubblicano, tra i Neo e i Teocon. Nella nostra recensione cercheremo di chiarire la visione delle relazioni internazionali che emerge dal volume. Infatti, la decisione di porre un repubblicano alla guida di un quotidiano liberal può apparire suicida in termini di perdita di lettori. E’ chiaro che lo si è fatto per altri motivi. Con l’ascesa del Movimento 5 stelle, l’Italia ha attraversato una fase molto delicata per quanto riguarda la propria politica estera. A partire dal primo governo Conte e della firma del memorandum con la Cina, la posizione italiana si è fatta più spregiudicata. Una linea alternativa all’atlantismo e più vicina alla Cina ha guadagnato in credibilità anche nel corso della crisi del Coronavirus, non solo per gli innegabili successi della Cina nella lotta al virus, ma anche per la grande disponibilità dimostrata nei confronti dell’Italia quanto a collaborazione scientifica e medica. Al contrario, dagli USA non è arrivato nulla di concreto, mentre Trump rivendicava il suo America First anche in fatto di cure[1] e vaccini[2]. La proprietà di Repubblica prende dunque posizione nel dibattito sulla collocazione internazionale dell’Italia assicurando una posizione filo-atlantica, filo-americana e filo-repubblicana. Inutile ricordare gli interessi che la famiglia Elkann possiedono negli USA e il loro rapporto privilegiato con il governo degli Stati Uniti. Non che in precedenza Repubblica avesse una posizione filocinese, ma occorre considerare il governo Conte bis, l’alleanza tra PD e 5 stelle, la posizione storicamente vicina ai democratici nel contesto della campagna per le prossime elezioni USA di una parte dell’intelligencija italiana. Bisogna considerare inoltre il fatto che una parte del capitalismo industriale italiano vede con favore gli scambi con la Cina, ad esempio per quel che riguarda il nuovo standard delle reti di comunicazione cellulare noto come 5G. L’apertura alla Cina non coinvolge solo i 5 stelle, ma riguarda settori del PD rappresentati, ad esempio, da Romano Prodi. Anche senza considerare gli investimenti e le quote cinesi di aziende europee, le istituzioni cinesi mantengono relazioni scientifiche e di ricerca col mondo accademico europeo e rapporti politici con organizzazioni marxiste e non. Si tratta insomma di un gomitolo di rapporti e relazioni che è difficile, se non impossibile, amputare. Tutto questo comporta un inaccettabile rischio di ‘sbandate’ nel controllo dell’opinione pubblica del nostro Paese, sempre più perplesso rispetto al ruolo della NATO negli scenari internazionali, alla reale ‘amicizia’ di soci come la Turchia e la Francia, alle ricadute nel vicino scenario libico, dove l’Italia ha storici interessi petroliferi. Insomma, gli Elkann hanno fatto un favore a Trump e hanno posto alla guida di Repubblica un direttore le cui posizioni andiamo ad approfondire.

La tesi del volume

Possiamo riassumere il modello di relazioni internazionali del volume nel modo seguente:

a) Una nuova cortina di ferro è calata a dividere il mondo occidentale, da un lato; Cina e Russia dall’altro.

b) La responsabilità è esclusivamente di Xi Jinping e Vladimir Putin, dipinti come autocrati alleati allo scopo di distruggere la democrazia e imporre il proprio giogo.

Si tratta di una tesi manichea perché, nel rappresentare il mondo come diviso a metà, omologa il mondo interno alla cultura occidentale al Bene, quello esterno al Male. Riduce a questo schema la complessità e la contraddittorietà delle relazioni esistenti, senza risparmiarsi forzature: perciò è ideologica. Umberto Eco definiva l’ideologia come un percorso che, nel concatenare coerentemente tra loro diversi concetti presenti nello spazio semantico, ne nasconde la contraddittorietà[3]. Sarà nostra cura, al contrario, evidenziarla, ove possibile.

La tesi dell’autore suonerebbe proprio come un relitto della guerra fredda, se egli non provvedesse a dettagliarla con esempi concreti, costruendo un mondo narrativo e identificandolo con quello reale. Si tratta di una strategia retorica nota, che rende realistica la sua ricostruzione (occorre però non confondere il realismo e la realtà).

I cattivi

I cattivi della storia sono Putin e Xi. Molinari non considera infatti Cina e Russia come realtà culturalmente complesse e articolate; esse sono ridotte ai loro governanti, a scopo di caricatura. Putin e Xi avrebbero promosso una coalizione del male, comprendente Kamenei, Kim Jong-Un ed Erdogan (sorvolando un po’ sul rapporto tra NATO e Turchia). I congiurati sarebbero interessati a crearsi ‘sfere di influenza’ a spese dei vicini. 

Molinari si imbatte immediatamente in un problema narrativo: tutte queste nazioni sono state coinvolte in guerre; tutte meno la Cina, colpevole di proporre semplicemente un’iniziativa di cooperazione internazionale (qui da noi è nota come Via della seta). Come è possibile comparare l’atteggiamento belluino di un Erdogan e la una proposta di XI Jinping, che mira a ripristinare e sviluppare infrastrutture per connettere paesi lontani? Occorre mettere la seconda in cattiva luce; infatti i suoi scopi sarebbero:

- trasformare l’Europa in un mercato cinese (pp. 15, 20);

- interferire economicamente (p. 17);

L’Italia è descritta come uno sciocco malato, che si rivolge alla Cina per ottenere la tecnologia del 5G. Ma anche in questo caso, occorre demonizzare questo standard tecnologico e spiegare il motivo per cui l’Italia, contro i propri interessi, dovrebbe boicottarlo. Così, la Cina viene omologata all’Unione sovietica degli anni ‘50 e il 5G allo Sputnik. L’Occidente, di cui l’Italia fa parte, è chiamato a ogni sforzo per colmare il gap tecnologico. Dunque, la Cina non rappresenta un’opportunità di cooperazione ma un secondo fronte di guerra (il primo è la Russia di Putin). 

L’amante della Cina del Nord

La malvagità di Xi Jinping non consiste dunque nell’uso della violenza. Egli è un seduttore. Non ricorre al potere per minacciarci, ma al proprio sapere per manipolarci[4]. Dovere morale del governo italiano sarebbe quello di resistere alle lusinghe. Molinari imputa a Xi una certa reticenza, a proposito di alcune questioni. Nell’ordine:

1) il rallentamento nella crescita cinese;

2) le violazioni di diritti umani;

3) il bavaglio alle critiche;

4) la violazione della privacy;

5) il misterioso arresto del presidente dell’interpol nel 2018;

Tralasciando il fatto che la maggior parte delle accuse non sono circostanziate (tutti sanno che…), è significativo come non tutte le critiche siano volte a orientare l’opinione pubblica nella sua generalità: se i sonni del cittadino non sono certo turbati dal rallentamento della crescita cinese, gli investitori al contrario non sono mai parsi particolarmente interessati al rispetto dei diritti umani nei Paesi in cui hanno esportato il proprio surplus di capitale.

Il mito dell’Occidente

Come è chiaro, non potendo portare argomenti economici a sostegno degli USA, Molinari si pone sul piano del mito. Questo è da sempre un eccezionale motore politico perché lavora a un livello passionale, costruendo grandi cosmologie che eliminano le contraddizioni del mondo della nostra esperienza[5]. In sostanza, non potendo competere sul piano dei fatti con una Cina che avanza pacifiche proposte di collaborazione, mietendo successi in campo economico e diplomatico (e, più di recente, sanitario), l’autore sposta il conflitto sul terreno dei valori. Partendo da questi raccoglie Paesi difformi per interessi e linee di politica estera costruendo il feticcio dell’Occidente[6]. Invita poi il ‘mondo occidentale’ ad appoggiare le rivolte a Hong Kong paragonando la Cina alla Germania nazista che invade la Cecoslovacchia e all’Unione sovietica che interviene a Praga, episodi in cui l’Occidente si sarebbe sottratto a un dovere morale di intervenire.

Contraddizioni

La tesi dell’autore entra in conflitto con diversi eventi. L’amministrazione Trump ha spesso proposto una nuova Yalta nei confronti della Russia, che dunque non può essere considerata alla stregua del male assoluto. Per risolvere il problema, l’autore ricorre alla dottrina Kissinger sulla triangolazione: come Kissinger si alleò con la Cina maoista per contenere l’Unione sovietica, così Trump potrà allearsi con la Russia nel nome di un comune interesse a contenere la Cina di Xi Jinping su un piano economico e tecnologico (pp. 66 – 68)[7]. Ma questa scelta narrativa porta a una seconda contraddizione, dato che lo stesso Putin è descritto, qualche pagina dopo, come il principale partner della Cina per costruire una Unione Economica Eurasiatica contro il Pivot to Asia statunitense.

La metafora militare

Le azioni della Cina nei confronti di Italia ed Europa vengono descritti ricorrendo al gergo militare a partire dal titolo del volume, che evoca un ‘assedio’. Così, il porto di Monfalcone è chiamato ‘testa di ponte’, lasciando intendere così che quella cinese sia un’invasione. Invece di spiegare quale sia l’interesse economico italiano ed europeo, ricorre alla figura del ‘tradimento degli alleati’ rispetto alla fedeltà USA. Si riferisce al Memorandum italiano, alle relazioni commerciali tra Germania e Cina, e alla Grecia, accusata di votare con la Cina in sede ONU. Anche qui l’autore indulge in alcune contraddizioni: se nel primo capitolo la Cina era accusata di voler dividere la UE, nel capitolo dedicato ai disegni di Xi Jinping la minaccia è piuttosto rappresentata dal ruolo autonomo che la UE potrebbe giocare nel quadro dei rapporti di forza mondiale.

Qualche conclusione

Un messaggio ideologico è una costruzione coerente entro un universo semantico contraddittorio, come vuole Umberto Eco. Se è così, a mio modo di vedere, un metodo per combattere l’ideologia è effettuare l’unione dei diversi mondi ideologici implicati dai messaggi emessi da uno stesso enunciatore, facendone emergere le contraddizioni interne. Così, ad esempio, al principio della pandemia la Cina è stata accusata di aver esagerato la pericolosità del virus alla ricerca di facili vittorie propagandistiche; oggi la si incolpa per averla tenuta nascosta. Abbiamo visto che il volume di Molinari non è esente da contraddizioni, quando si tratta di capire come mai gli USA sono contemporaneamente garanti della democrazia e promotori di una nuova Yalta, interlocutori di Kim Jong-un ma avversari della Corea del Nord.

In realtà, come abbiamo detto, il libro si rivolge sì all’opinione pubblica in generale, e tuttavia inserisce nel corso della propria argomentazione alcuni messaggi rivolti a un lettore più specifico, costituito dai settori economici e politici più sensibili alla proposta di ricollocare l’Italia nell’arena internazionale. Il libro, uscito qualche mese dopo l’insediamento del governo Conte-bis, ha come obiettivo polemico la naufragata alleanza giallo-verde e vuole essere un monito per quella giallo-rossa, all’epoca appena insediata.

Dedicherei una nota conclusiva al mezzo magico che, secondo Molinari, potrebbe garantire la sicurezza ai Paesi occidentali a fronte della minaccia rappresentata dal 5G cinese: la governance digitale, in grado di rimpiazzare il far west del web con la protezione dello stato di diritto. Si tratta di un eufemismo che nasconde la tentazione, mai sopita, di imbavagliare il web e proteggere il sistema tradizionale delle comunicazioni: un oligopolio privato, un club ristretto di magnati internazionali i cui interessi sono tutelati dagli USA e dalla NATO. Come l’attualità dimostra, si tratta di un sistema che Molinari ben conosce e del quale egli è una compiuta espressione.

Note

1. https://www.msn.com/it-it/news/mondo/trump-fa-scorta-di-remdesivir-inizia-la-guerra-per-i-farmaci/ar-BB16dluy

2. https://www.repubblica.it/cronaca/2020/03/15/news/trump_vaccino_tedesco_esclusiva_usa-251372683/

3. Umberto Eco, Trattato di semiotica generale, Milano, Bompiani, 1975, poi La Nave di Teseo, 2016. Si tratta della stessa casa editrice che oggi pubblica Molinari. Chissà cosa ne avrebbe pensato Eco, che contribuì a fondarla quando Bompiani divenne proprietà dei Berlusconi.

4. Per l’analisi semiotica della seduzione si veda Francesco Marsciani, ‘Il discorso della preghiera (un abbozzo)’ in: Destini del sacro. Discorso religioso e semiotica della cultura, Roma, Meltemi, 2008, pp. 305 – 314.

5. Claude Lévi-Strauss, Antropologia strutturale, Casa editrice Il Saggiatore, Milano, 1966.

6. La nozione di feticcio ha un campo di applicazione molto ampio, che spazia dal marxismo alla psicoanalisi. In ambito semiotico è stata definita in opposizione a quella di segno: il rinvio del segno a un piano del contenuto altro da sé è bloccato nel feticcio, in cui la relazione di significazione si ripiega su se stessa occultando il significato originale. Così la scarpa che è oggetto delle attenzioni del feticista non sta più, metonimicamente, per il piede; allo stesso modo le merci oggetto di feticismo non rinviano più al lavoro che in origine le ha prodotte. Su tutto questo cfr. Ugo Volli, Fascino: feticismi e altre idolatrie, Feltrinelli, Milano, 1997.

7. E’ un tema di attualità. Si veda La Russia non è una Cina, Limes 5/20.