Grande è la confusione a sinistra

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chefaredi Marco Pondrelli

L'ultimo libro di Massimo D'Alema, grande è la confusione sotto il cielo, ha destato in me interesse e non solo per la citazione del Grande Timoniere ma anche per le interviste ed i molti articoli che ne hanno accompagnato l'uscita, interventi da cui emergeva una dura critica all'Occidente ed al modello neoliberale.

Il libro può essere letto dividendolo in due parti: l'analisi della fase attuale e la proposte per il futuro.


La crisi del neoliberismo

Per quanto riguarda il primo tema molto sono i punti condivisibili. La contraddizione che l'Autore vede oggi è spiegata attraverso le parole di Kissinger e di Gramsci i quali si trovano d'accordo nel descrivere un mondo sospeso fra il cosmopolitismo dell'economia e il carattere nazionale della politica. Questa contraddizione interroga principalmente l'Occidente, il quale ha forgiato il nuovo ordine mondiale post '89 sul neoliberismo. La situazione odierna non è però quella prospettata da Fukuyama che vaticinò la fine della storia, perché 'oggi, a trent'anni dalla caduta del Muro di Berlino, dobbiamo invece, con maggiore realismo e minor fervore ideologico, misurarne la debolezza, in particolare l'incapacità di garantire uno sviluppo equilibrato e non minato da laceranti diseguaglianze sociali e da un drammatico conflitto con l'esigenza di salvaguardare l'ambiente naturale' [pag. 139].

La crisi dell'occidente è conclamata non solo dalle contraddizioni economiche che stiamo vivendo ma anche dalla crescita di nuovi attori mondiali (in primis la Cina). Anche D'Alema, come He Yafe, vede la necessità di un asse est – ovest per governare il globo. Ci troviamo però in una fase che gramscianamente si può definire di interregno, in cui il vecchio ordine muore ma il nuovo non riesce a nascere.

È risaputo che l'Autore passa molto del proprio tempo in Cina, è quindi un attento conoscitore di quel paese e l'analisi che ne fa è approfondita. L'Impero di Mezzo è un paese che sta rinascendo essendo stato, prima del secolo delle umiliazioni, la prima potenza mondiale. Questa crescita prodottasi a partire dalle riforme di Deng Xiaoping del '78 trova oggi Xi Jinping impegnato a rispondere a delle nuove domande che riguardano le diseguaglianze sociali e geografiche, i problemi ambientali ed un tumultuoso processo di urbanizzazione. Le criticità non impediscono però ad un attento osservatore della realtà cinese di sottolineare i meriti indiscussi, a partire dalla riduzione della povertà per arrivare al modo in cui Pechino ha fronteggiato la pandemia nella cui gestione rispetto all'Occidente 'ha fatto la differenza un grado minore di individualismo, una maggiore coesione sociale e l'esistenza di reti comunitarie che nel nostro paese non esistono più. Pesa il fatto che in Occidente, dopo decenni di liberismo sfrenato e di progressivo indebolimento della sfera pubblica, abbiamo ormai non più soltanto un'economia di mercato, ma anche una società di mercato' [pag. 11].

A questa crescita, sempre per usare una categoria gramsciana, l'Occidente è stato incapace di rispondere con l'egemonia, per il resto del mondo quello occidentale non è un modello da imitare, e sempre più ha passato la parola ai carri armati La critiche sono rivolte all'aggressiva politica estera di Bush jr. ma non risparmiano neanche il premio Nobel per la pace Barack Obama, il quale (insieme alla sua Segretaria di Stato Hillary Clinton) in Siria ha sostenuto 'un'opposizione in parte costituita da frange estreme del fondamentalismo, inclusi Al Qaida e l'Isis' [pag. 90].

L'Islam

Una riflessione a parte va dedicata all'Islam. L'Autore vede uno scontro fra islamismo ed Occidente determinato dalla scelta di imporre i valori occidentali, vissuta dal mondo islamico come una minaccia. In questo caso l'analisi andrebbe spinta più in profondità. Non è vero, come afferma D'Alema, che 'storicamente, durante la guerra fredda, l'islamismo era stato un grande alleato dell'Occidente nella lotta contro il comunismo ateo e i regimi baathisti legati all'Urss' [pag. 86]. L'Occidente ha scelto di allearsi ad un islam, quello più reazionario e fondamentalista (a partire dal wahhabismo saudita). C'è stato anche un altro islam che ha provato a dialogare con le idee socialiste, i regimi baathisti ne sono stati parti ma non gli unici rappresentanti. In Iran una figura come quella di Ali Shariati ha provato ad unire islam e socialismo. La vera domanda da porsi è perché, ieri come oggi, l'Occidente si è sempre ritrovato al fianco della parte peggiore dell'islam (quello oscurantista e terrorista) ed ha combattuto tutte le proposte laiche e progressiste che nascevano da quei paesi, come Mossadeq in Iran o el-Nasser in Egitto. La verità è che oggi l'Occidente continua a sostenere la parte più pericolosa dell'Islam e, come lo stesso D'Alema riconosce, in Siria è arrivato a sostenere Isis ed Al Qaida.

Quale nuovo ordine?

Che un politico, che ha avuto un ruolo importante nella storia italiana, spinga perché il nostro paese e l'Europa aprano un'interlocuzione con la Cina ed anche con la Russia (pur restando saldamente nel campo atlantico) prefigurando un nuovo ordine mondiale, è positivo. Evidentemente sta dando voce ad un'idea condivisa da parte della classe dirigente italiana. Non c'è nell'analisi di D'Alema solo una motivazione economica ma anche geopolitica.

Se l'analisi è largamente condivisibile non altrettanto sono le proposte che ruotano su due assi: il rafforzamento dei 'democratici' a partire da Biden negli Usa ed un rilancio del ruolo dell'Unione europea.

Sarebbe facile ricordare a D'Alema che fu il suo governo, assieme a quello del democratico Clinton, a bombardare l'ambasciata cinese durante la guerra in Jugoslavia, così come furono i governo 'democratici' della seconda metà degli anni '90 ad espandere la Nato ad est, ma non c'è solo questo. Quando l'Autore scrive, riferendosi al neoliberismo, che 'questa nuova cultura si è imposta anche nel linguaggio, nel senso che la progressiva riduzione delle protezioni sociali prodotte dalle riforme del dopoguerra è stata chiamata «riformismo»; nel senso che il pensiero neoliberista si è impadronito anche di parole e concetti che appartenevano alla tradizione socialdemocratica' [pag. 60], afferma una sacrosanta verità che però vale anche per la 'sinistra'. In Italia molte delle riforme che più hanno contribuito ad ampliare la diseguaglianza (dal pacchetto Treu al Jobs Act) portano la firma del centro-sinistra, negli Usa la fine della separazione fra banche commerciali e banche di investimento fu una vittoria dell'Amministrazione Clinton. Il processo di cui D'Alema parla non ha visto la sinistra socialdemocratica opporsi ma purtroppo l'ha vista guidare questo cambiamento. Negli anni passati non si criticava Berlusconi perché privatizzava ma perché non lo faceva, l'Ulivo ed il centro-sinistra si presentavano come le vere forze liberali in Italia.

Questa sinistra non è mai passata per una vera analisi critica della propria esperienza e davanti a periferie che ieri votavano PCI ed oggi votano Lega o Fratelli d'Italia sa solo trincerarsi dietro il disprezzo per gli elettori.

Non vedo dentro lo schieramento socialista europeo e democratico statunitense la messa in discussione di questo sistema e non mi riferisco alla volontà di superare il capitalismo ma quantomeno di limitare il potere del blocco capitalista-finanziario che ha portato diseguaglianza e guerra in giro per il mondo. Il prezzo che oggi stiamo pagando ha le sue radici nelle scelte che la sinistra 'democratica' ha compiuto oltre vent'anni fa. Non solo non ci sono le condizioni perché la sinistra socialista (ma sarebbe meglio dire liberal-democratica) faccia questo, ma neanche all'interno dei singoli partiti o schieramenti sono presenti opposizioni in grado di rappresentare una reale alternativa.

Il secondo elemento di critica, che si lega a questo, è la speranza nell'Unione europea. Quando D'Alema scrive che nella Merkel prevale 'la gestione dello status quo sul coraggio dell'innovazione' [pag. 23], da l'idea che i problemi europei siano più legati alla mancanza di coraggio di una singola donna (per quanto importante) che non al blocco sociale tedesco che essa rappresenta. Come ha scritto il professor Bagnai (prima di avventurarsi nell'avventura leghista dell'euro irreversibile) 'la Germania ha legittimamente bisogno di politiche economiche diverse da quelle di cui abbiamo bisogno noi' [1]. Non si tratta si trovare il Mago di Oz in grado di dare coraggio alla Merkel o di trovare un Voltaire che sappia consigliarla per il meglio, la Cancelliera tedesca fa gli interessi della Germania perché deve essere votata dai tedeschi. Chi oggi detiene il vero potere in Germania non rinuncerà alla difesa dei propri crediti e delle proprie esportazioni in nome di un non meglio precisato interesse europeo.

Quello che deve essere messo in discussione oggi non è la globalizzazione intesa come cooperazione fra gli stati ed i popoli, ma la fede cieca nel liberoscambismo che ha guidato le politiche degli ultimi 3 decenni. I rapporti fra gli stati devono avere delle regole, la folle pretesa che la fine dei 'lacci e lacciuoli' avrebbe portato ad una ricchezza diffusa ha mostrato tutti i suoi limiti. Sarebbe quindi ora di uscire dalla gabbia europea e dall'euro per ricreare una Europa diversa, che vada dall'Atlantico agli Urali e che, come scrissero Brancaccio e Passarella, dovrebbe prevedere “una limitazione della libera circolazione dei capitali ed eventualmente delle merci” [2]. Queste sono le condizioni necessarie per introdurre politiche progressiste che portino a redistribuire la ricchezza, passata in questi anni dal mondo del lavoro a quello del profitto e della rendita, che portino a nuovi investimenti pubblici (a partire dalla sanità, messa duramente alla prova dalla pandemia) e che consentano una maggiore tutela dell'ambiente. Non sono proposte utopiche, anzi sono addirittura moderate, ma saranno realizzabili solo quando la sinistra capirà che deve smettere di lavorare per il re di Prussia.

Note

1. Bagnai, Alberto; l'Italia può farcela, il saggiatore, Milano, 2014, pag. 324

2. Brancaccio, Emiliano e Passarella, Marco; L'austerità è di destra, il saggiatore, Milano, 2012, pag. 133