Il gobbo del quarticciolo e la sua banda nella resistenza

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IlGobbodiRecchionia cura di Fabrizio Aquilini

Una periferia disperata fatta di palazzi popolari e di baracche di fortuna, di casette senza servizi in materiale di recupero, e di costruzioni disordinate autocostruite. Una povertà palpabile, insieme al disorientamento dello sradicamento dal quartiere dove si è nati e cresciuti. La perdita dei riferimenti urbani e umani insieme alla concentrazione umana senza prospettive di crescita e di lavoro. E sopra tutto, la cappa opprimente dell'occupazione nazista.  Perché si diventa partigiano al Quadraro, a borgata Gordiani, a Centocelle, a Val Melaina? Come fa Giuseppe Albano a diventare “il Gobbo”? E perché e come il Gobbo diventa l'uomo dell'Unione Proletaria di Salvarezza e delle manovre oscure di una Repubblica che ancora non c'è ma che fa già le sue prove generali di contrasto alle forze propulsive sprigionatesi con la Resistenza?

Ed ha senso, oggi, un libro su un personaggio così singolare e controverso, a 70 anni dal 25 aprile che liberò l'Italia dal nazifascismo?


Se pensiamo che il dovere della memoria  non sia un esercizio di ginnastica mentale ma il dovere civile di ogni cittadino che abbia a cuore le fondamenta democratiche del nostro Paese, non solo scopriremo che ogni libro che parli di Resistenza ha un suo valore intrinseco ma anche che da una ricerca priva di precostituiti giudizi di merito, un fenomeno come la Resistenza romana nei 9 mesi di occupazione nazista diventa qualcosa di più complesso che non può prescindere dalla varietà sociale delle popolazione e dalla valenza politica delle figure che dentro la capitale agivano a vario titolo. Riscoprire che la Resistenza non fu solo Gap e Fronte militare clandestino, non fu solo la città storica e borghese, e non fu solo composta da eroi purissimi senza macchia che si fecero massacrare alle Fosse o a Forte Bravetta senza nulla rivelare, ma fu anche fatta di personaggi diversi, dubbi, scomodi oggi diremmo border line, dove la linea di demarcazione era sì politica ma anche  una linea tracciata dal fuoco della necessità, della scelta istintiva, delle condizioni contestuali. Ma pur sempre di scelta si trattò, di quelle dalle quali non si torna indietro e che lasciano ricordi duri a morire. Ed ecco dopo 70 anni riemergere la figura “bella e generosa” del Gobbo, che distribuiva farina razziata dai camion nazisti destinati al fronte, mentre le ambiguità e le manovre losche, vengono sepolte nell'oblio di una memoria collettiva che sconfina nel mito. Ma il Gobbo prima che mito è Storia, così come Storia è la lotta partigiana nelle borgate, irregolare quanto vogliamo (ma rispetto a cosa? Alla lotta regolare dei Gap?) ma pur sempre efficace e incisiva. Questo, a mio avviso, è il grande merito del libro, dove anche la riscrittura dell'epilogo finale del Gobbo recupera una prospettiva realistica che poggia direttamente sulla peculiarità della lotta partigiana delle bande della periferia sud-est di Roma.

Il Gobbo del Quarticciolo e la sua banda nella Resistenza
di Massimo Recchioni e Giovanni Parrella
Milieu (collana Banditi senza tempo)
2015, pagg. 208, ill.