“Planet of the Humans”, Gibbs/Moore e cosa significa ‘verde’?

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inquinamento industriedi Mark Epstein

L’ultima prova documentaria ‘di’ Michael Moore lo vede come “executive producer” e non come regista. Ma è la riconferma dei continui ed ininterrotti opportunismi di un regista che da un lato ha documentato realtà importanti e troppo poco note, dall’altro, sia nell’arena politica che in quella professionale ha dimostrato di essere un voltagabbana e un essere umano inaffidabile. Mentre affronta grandi verità, poi nella pratica della sua vita quotidiana e politica, dimostra di non avere il coraggio di vivere secondo le sue convinzioni. Un’altro caso, in scritte al neon, di uno che predica abbastanza bene e razzola davvero piuttosto male (i modo in cui si impegna senza riserve di sorta per l’oligarchia Dem, o nei quali ha difeso il ‘documentario’ di aggressione imperiale, 
Zero Dark Thirty, sono solo alcune delle sue azioni più che ambigue).


Il documentario di Jeff Gibbs “Planet of the Humans” costituisce comunque un’analisi condivisibile almeno fino ad un certo punto di almeno due fenomeni: primo, come un movimento ecologista decontestualizzato da politica, storia ed economia, rimane comunque astratto, preda di qualunque arruffone da baraccone abbia un po’ di immaginazione truffaldina, e, secondo, quanto il grosso di questo movimento ‘ecologista’ nell’Impero sia in realtà costituito da enti che non solo altro che paraventi dei peggiori interessi capitalistici, finanziari e non. In realtà però per chiunque abbia accesso ad informazioni di movimenti verdi realmente di sinistra, ed in genere alle posizioni di una sinistra reale nell’Impero, sono cosa abbastanza risapute da qualche decennio (un solo esempio: uno dei redattori di “CounterPunch”, Jeffrey St. Clair, è da molto tempo coinvolto con e sostenitore di movimenti, gruppi, attivisti, ecc. realmente più verdi, il che non significa che su altre questioni sia lui che la rivista non siano in realtà spesso altro che paraventi di interessi imperialisti e addirittura certe volte anche dei servizi dell’Impero: un esempio sarebbe lo spazio dato a persone come Melvin Goodman, ed invece l’avere ora de facto rimosso la presenza di persone attive nei Veteran Intelligence Professionals for Sanity, come Ray McGovern).

Quindi se il documentario offre delle critiche relativamente buone rispetto a questi due ambiti (e sottolinea giustamente che l’effetto serra è solo una componente di una crisi molto più vasta e profonda), in altri è sintomaticamente deficiente. Le due cause principali che vengono indicate come cause della crisi ecologica sono la sovrappopolazione ed il ‘profitto’, dove si adotta una terminologia timida ed imprecisa per indicare la rete di economie capitaliste globalizzate, il cui motore dipende inevitabilmente dalla combinazione: profitto + espansione continua ed ininterrotta (nel contesto di un sistema planetario e di risorse materiali assolutamente finito). Partendo da questa base già piuttosto imprecisa, il documentario poi accenna solo molto parzialmente a tutte le dimensioni per cui questa espansione capitalista è a sua volta inevitabilmente imperialista: sia nello sfruttamento delle materie prime, della forza lavoro, ma anche in quello della gestione degli inquinamenti, del dumping dei rifiuti in paesi in via di sottosviluppo, delle proposte di sfruttamento per profitto di “polmoni verdi artificiali” per mezzo di uno dei più recenti trucchi speculativo-finanziari di Wall Str. (invero sinora senza aver sfondato per fortuna), cioè quella della “carbon trading” tra paesi e ditte dominanti e quelli invece schiacciati dal sistema imperialista).

Ed il fondare la propria denuncia su questi fondamenti tra imprecisi ed ambigui, ha come una conseguenza il non riuscire ad indicare delle vie costruttive, politiche, sociali, etiche, economiche da questa situazione di fortissima crisi ecologica stessa. Se non si sottolinea come il capitalismo è sorretto anche da ideologie, sistemi politici e parlamentari, istituzioni e media che operano per sostenerlo a tutti i livelli, non si riusciranno ad indicare soluzioni realmente costruttive e proponibili per uscirne, ed infatti nel documentario mancano.

Certo, dal punto di vista strettamente ecologico, qualsiasi sistema NON fosse basato sull’espansione economica continua sarebbe meglio dei sistemi capital-imperialisti attuali. E certo non voglio minimizzare il gravissimo impatto della relativa sproporzione della presenza della specie umana relativamente alle altre ed al resto dell’ecosistema. Ma un sistema alternativo deve anche essere proponibile ed avere attrattive per la stragrande maggioranza delle popolazioni, e quindi per le classi oppresse. Quindi un sistema razionale che riesce a vivere costruttivamente entro i limiti finiti del pianeta, e lo fa in modo equilibrato, deve riuscire a coinvolgere dal basso riguardo fini di ‘autocontrollo’ dei consumi, e via dicendo.

Ma vista l’attuale situazione di (neo)liberismo incontrollato, con livelli di sfruttamento e diseguaglianza economica mai visti prima nel corso della storia umana, ciò implica che per essere fattibile e proponibile, qualsiasi sistema non-capitalista dovrà per forza basarsi su una massiccia ridistribuzione della ricchezza, delle risorse, e muovere verso forme di pianificazione coordinata dal basso dell’economia (il che non significa necessariamente una pianificazione centralizzata, o comunque non solo o soprattutto, ma una pianificazione che con le attuali tecnologie informatiche potrebbe basarsi su ‘mercati virtuali’ di coordinamento di domanda ed offerta, così come su produzioni di tecnologie, infrastrutture, macchinari, ecc. su scale anche molto piccole e locali, grazie a tecnologie come la 3D printing ed altre).

In altre parole per essere realizzabile, proponibile e fattibile, questo riorentamento verso un sistema non fondato sull’espansione continua e su squilibri continui, dovrebbe essere un riorentamento socialista (ed ovviamente non esiste un solo modello di possibile riorientamento, esattamente come non esiste un modello ca. ‘con una misura per tutti’). E qui appunto di nuovo il documentario è privo di prospettive concrete, e potrebbe in teoria propendere altrettanto per modelli autoritari della “deep ecology” o modelli di ‘ingegneria sociale’ di controllo delle nascite, della popolazione, ecc.

Il fatto che Michael Moore sia lo “executive producer” di questo documentario è un altro fattore che lascia poco sperare. Come Sanders (che Moore sostiene), Moore è stato uno sfegatato sostenitore dell’elettoralismo strumentalizzante dell’ala Dem dell’oligarchia, che, fatti alla mano, possiamo vedere che in questi decenni non ha realizzato praticamente nulla di concretamente forte sul piano ecologico (e almeno in questo il documentario è abbastanza onesto, basta osservare figure come Al Gore o Bill McKibben, per rendersi conto del livello di ipocrisia, disonestà e manipolazione di cui le elite oligarchiche Dem sono da sempre esemplari particolarmente disgustosi).

In conclusione, ed in questo sostengo assolutamente senza alcuna qualifica o esitazione Gibbs e Moore, trovo particolarmente disgustose le varie manovre censorie contro il documentario, che era visibile sino a poco tempo fa gratuitamente su YouTube. Grazie a pressioni a tappeto di tutta l’area del capitalismo (pseudo) verde (di cui appunto personaggi squallidi come Gore e McKibben sono esemplari tipo), e grazie ad un pretesto, tra l’altro di legalità estremamente dubbia rispetto alla legislazione del copyright nell’area della “fair use” (il documentario si avvale di 4 secondi estratti da un documentario sull’estrazione in miniera di ‘rare earth minerals’ in Cina), questa mafia ambientalista- ‘ecologista’ è riuscita a far rimuovere da YouTube, in modo assolutamente censorio e totalitario il documentario (aggiornamento: da qualche giorno, quasi sicuramente a causa del lato pretestuoso, proprio anche dal punto di vista legale, dei fautori della rimozione, YouTube ha rimesso in rete il documentario). Latori di questi interventi di tipo (neo)totalitario si sono fatti anche varie persone che su Il Manifesto si sono espresse contro il documentario dichiarandolo “pericoloso” (soprattutto Stella Levantesi “molto pericoloso”, ma anche Mario Agostinelli), e presentandolo in una maniera assolutamente faziosa ed unilaterale. Quindi per l’ennesima volta una ‘sinistra’ che si dimostra pienamente anti-democratica, oltre che disinformata. Se questi ‘critici’ del documentario volessero, che si impegnino essi in documentari loro, che esprimano le loro posizioni, e-o si impegnino in dibattiti con Gibbs e Moore basati sugli interrogativi, sui fatti e sulle posizioni presentate nel documentario, non su illazioni completamente assurde di ‘processi alle intenzioni’ a Gibbs e Moore. Non per nulla questi voci censorie del, sul e nel Manifesto, non parlano per nulla del fatto, questo sì riprovevole, degli attacchi faziosi fatti da Moore contro Ralph Nader quando si candidò col partito dei verdi alle elezioni (sostenendo le mitologie assurde che questo fatto avrebbe spiegato la defaillance di Gore in Florida, mentre in realtà i motivi erano ben altri, che il partito Dem si rifiutò di contestare fino alla Corte Suprema, ecc. ecc.). 

Questo per sottolineare che da decenni Moore è si un personaggio di parte, ma sempre dalla parte del partito Dem (e non certo della destra repubblicana), e che i suoi interventi piuttosto manipolatori contro interessi economici (dove soprattutto prende di mira aziende collegate al partito Repubblicano, non a quello Democratico (anche riguardo Wall Street, ecc.) oligarchici, così come anche le sue difese degli aspetti più venduti e meschini, demagogici, di Sanders e della sua campagna, sono sempre stati precisamente a favore della parte opposta del minimale ‘intervallo’ politico dell’Impero. 

Per esempio Stella Levantesi sbraita per i 2/3 conclusivi del suo articolo con illazioni complottiste sulla ‘destra’ cercando di screditare per mezzo di ‘innuendo’, ma senza documentazione reale alcuna Gibbs e Moore (ma appunto ha zero fatti dalla sua per dimostrare l’esistenza di questi presunti nessi), ma in simultanea NON parla del fatto che il documentario evidenzia, tra i molti analoghi, i collegamenti tra le industrie dei fratelli Koch (una presenza importante e documentatissima nel finanziamento di molti gruppi ed organizzazioni politiche della destra repubblicana) con imprese che si presentano come ‘verdi’.

Sono appunto interventi come quello della Levantesi che fungono da supporto alla censura ed alla soppressione (neo)totalitaria dell’informazione, piuttosto che ad un dibattito documentato, aperto, trasparente e, soprattutto, costruttivo. E non come sostegno de facto alla disinformazione interessata e di parte dei vasti apparati della “greenwashing” capital-imperialista sia dell’Impero che globale.