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Triangle-FOTO-OPERAIE-1di Laura Baldelli

Il cinema racconta il lavoro delle donne.
Le donne raccontano le donne.

E’ uscito coraggiosamente in alcune sale italiane il documentario “Triangle”, della regista Costanza Quadriglio, presentato lo scorso novembre al Torino film festival, nella sezione dedicata al lavoro, curata da Paolo Virzì, aggiudicandosi il Premio Cipputi. La regista ha voluto accostare il dramma consumato nel 1911 nell’incendio della fabbrica tessile di New-York ( il più grave incidente della storia industriale della città, dove morirono 146 lavoratrici tessili) alla tragedia delle operaie tessili di Barletta del 2011, morte come schiave sfruttate per pochi euro, sepolte sotto le macerie dopo il crollo di un fabbricato fatiscente. 

L’idea era scaturita dopo la visione di materiale d’epoca sulla fabbrica americana Triangle e dalla lettura del testo di Leon Stein “The Triangle fire”, così la regista ha deciso di raccontare assieme le due tragedie del lavoro femminile così lontane nel tempo e nello spazio geografico. 


Tragedie parallele, distanti cento anni, ma dal 1911 al 2011 sembra che tutto sia rimasto immobile e dimenticate le lotte degli uomini e delle donne per un mondo più giusto.

Infatti, oggi sembra non esserci più nemmeno l’eco della stagione delle conquiste dei diritti delle lavoratrici e dei lavoratori e della sicurezza sul lavoro, nate proprio dopo l’eco sociale e politico del tragico evento, che portò anche le lavoratrici ad iscriversi ai sindacati. 

Un’idea forte di regia, che lavora sulle testimonianze e la specularità delle due storie, tanto che il film si sviluppa sulle immagini a specchio; i filmati d’epoca hanno richiesto un lungo lavoro di ricerca storica di archivio e l’intento della regista è restituire allo spettatore la potenza e la forza delle promesse dell’industrializzazione di inizio secolo nell’era ottimista del Positivismo, per poi contrapporre le immagini del crollo di Barletta, come risultato del perpetrare delle logiche neo-liberiste. Nel film si alternano e si sovrappongono le immagini, le voci e le storie di New-York del 1911 e quelle delle donne di Barletta di cento anni dopo, costruendo così due esperienze parallele, ma contrapposte: il mito della forza dell’industrializzazione e dall’altra l’esperienza dell’oblio dei lavoratori di oggi che lavorano senza avere la coscienza dei propri diritti e dei propri bisogni, in un’assenza totale sul territorio del sindacato. 

La Quadriglio rievoca la strage di quelle donne a New-York, che avrebbero potuto salvarsi dall’incendio sviluppatosi all’ottavo piano del grattacielo tra Washington Square e Green Sreet, se i padroni non l’avessero tenute chiuse a chiave, perchè temevano troppe pause durante il lavoro; erano immigrate italiane ed ebree dell’Europa dell’est. Ci fu anche la crudele beffa che l’assicurazione risarcì la fabbrica di 445 dollari per ogni morto, ma i padroni risarcirono le famiglie con 75 dollari, così fu valutata la vita e il lavoro di quelle donne.

Centrale nel documentario è la voce di Mariella, unica sopravvissuta della fabbrica fantasma di Barletta, che si chiede perché la sorte abbia risparmiato proprio lei e ricorda le sue compagne e la loro vita; dalla sua testimonianza emerge come il senso di schiavitù fosse talmente interiorizzato, che c’era devozione verso chi le sfruttava, anziché conflitto. C’è un filo rosso che collega New-York e Barletta: quel giorno a Barletta, il 3 ottobre 2011 non è crollata semplicemente una palazzina, ma un’intera civiltà. 

Infatti in questi anni abbiamo perso diritti perché è venuta meno la coscienza e la consapevolezza di classe, ha dominato il pensiero unico che subordina i diritti alle ragioni del mercato, perché sono “nella natura delle cose”, risultato dell’abiura politica del PD. 

La Quadriglio ha raccontato il lavoro, evitando la retorica del dolore, privato del senso sociale e della coscienza di classe, ma anzi dimostra che la classe operaia esiste ancora, ma il vissuto di schiavitù ha eliminato il conflitto e rafforzato la fragilità dei diritti e della sicurezza dei luoghi di lavoro. 

E’ molto importante che questo documentario-denuncia sul lavoro delle donne sia opera di una donna, dello sguardo di una donna, perché lo “sguardo” sul mondo è appartenuto all'uomo, l'uomo è stato “padrone dello sguardo” anche sulla donna, ed ha creato quella “donna immagine” che ha costruito l'immaginario collettivo. 

E’ proprio da quei primi anni del ‘900, anni della società di massa, da cui parte la Quadriglio, che il cinema e la fotografia, prodotti della tecnologia e dell’industrializzazione hanno documentato tutto il ‘900; il cinema-documentario e il cinema di fiction hanno portato sul grande schermo storie ispirate dal realtà, dalla letteratura, hanno fatto sognare e informato in ogni angolo del mondo. 

Il cinema è stato ed è un potente mezzo di comunicazione di massa, di educazione, di persuasione per costruire il consenso, e soprattutto le sue immagini hanno determinato un immaginario collettivo, rubando la scena alla pittura. 

La società patriarcale e capitalistica dell’epoca, tramite il cinema industriale di Hollywood, ha usato la fascinazione del film per rinforzare modelli di fascinazione preesistenti, già attivi nel singolo e nelle formazioni sociali. 

La funzione dei personaggi femminili stereotipati nelle narrazioni cinematografiche è stata ad uso e consumo maschile: “oggetti di quello sguardo maschile”. 

E’ stata sottratta per lungo tempo alle donne, la propria immagine, come sostiene Laura Mulvey nel saggio “Piacere visivo e cinema narrativo”.

Ma nel corso del ‘900, con fatica, come per la conquista dei diritti di tutti e soprattutto quelli delle donne, si è fatto strada un cinema delle donne, fatto ed interpretato da donne, che ripercorre la storia delle lotte per i diritti. 

C’è un importante documentario voluto dall’UDI di Roma del 2006: “Viaggio nel ‘900 delle donne. Una storia politica” della regista Nella Condorelli, che ripercorre la storia dei diritti delle donne in Europa, con particolare attenzione all’Italia. L’opera è costruita con filmati d’epoca, partendo dalle manifestazioni delle suffragette inglesi per il diritto al voto. 

L’idea e l’esigenza di raccontare il percorso dei diritti delle donne in un documentario, era nata in occasione del seminario “La democrazia incompiuta” svoltosi nel 2004, per divulgare ad un vasto pubblico la storia politica delle donne, affinché attraverso la conoscenza si sviluppasse la coscienza per costruire un’effettiva rappresentanza e partecipazione paritaria nella vita sociale e in politica. 

L’audiovisivo ci mostra preziose immagini: l’iniziale presa di coscienza della subalternità delle donne, dapprima da parte di un elite di donne colte e politicizzate come le socialiste, ma anche le donne cattoliche iniziarono il loro percorso di emancipazione. 

Altre storiche immagini documentano il lavoro delle lavandaie, delle guantaie, delle sigaraie, delle tabacchine, delle telegrafiste, delle modiste, delle mondine, delle maestre: lavori, molti dei quali, spariti con l’industrializzazione; e poi le leghe e le associazioni di donne impegnate nelle lotte per i diritti e il lavoro; la lotta partigiana, a cui le donne hanno partecipato con straordinario coraggio; così le battaglie per il voto e l’elezione politica, il contributo alla stesura della Costituzione, il divorzio, l’aborto, il mutato ruolo nella famiglia e nella società, l’accesso democratico all’istruzione e alla cultura, determinanti per l’emancipazione. 

Si alternano immagini di vicende di donne comuni e famose per tutto un secolo, che ha visto dittature, guerre, migrazioni, democrazia, boom economico, scuola di massa, rivolte studentesche, movimenti femministi, lotte sindacali.

Un’opera da proiettare nelle scuole superiori perché la memoria svolga il suo ruolo educativo.

“Il cinema dalla parte di lei” vede, anche nel documentario di Giovanna Gagliardo “Bellissime 1 e 2”, ripercorrere il cammino delle donne italiane per i diritti e il lavoro, ancora attraverso filmati d’epoca dell’Istituto Luce, che evidenziano cambiamenti di costume nella società italiana.

Sempre in tema di cinema documentario è da segnalare Cecilia Mangini e il suo “Cinema del reale”, che ha animato la sua professione di cineasta, basandosi sull’antifascismo e l’impegno civile, politico e sociale; ha collaborato con Pasolini e i suoi lavori, spesso d’ispirazione letteraria, hanno raccontato le periferie delle città e la cultura contadina in estinzione, fagocitata dal consumismo, nel Meridione italiano. 

Nei suoi film ha denunciato i drammi umani nelle fabbriche, i danni dell’industria petrolchimica al Sud, ha condotto inchieste sul tema dell’aborto e della sessualità, rinnovando negli anni ’80 quei Comizi d’amore di Pasolini.

Inoltre sul tema dell’immagine delle donne, costruita e diffusa dai media in questi decenni di libero mercato, c’è l’efficace cortometraggio della Zanardo “Il corpo delle donne”, in cui mette in evidenza come il consumismo si sia impadronito anche dei corpi delle donne, fagocitate nell’affannosa ed inutile ricorsa all’eterna giovinezza per continuare ad essere solo richiamo sessuale per l’uomo.

Negli ultimi anni in Italia sono state promosse molte rassegne cinematografiche sul lavoro delle donne e il ruolo nella società ed anche la Mostra del cinema di Roma nel 2011 ha creato una sezione dedicata a questo, proseguita nel 2012 con un ciclo di dibattiti e lezioni sul tema del cambiamento del ruolo femminile nel tempo attraverso figure della storia e dell’immaginario collettivo, a cui hanno contribuito Dacia Maraini ed Eva Cantarella.

Il cinema di fiction, più sensibile al racconto sociale e alla militanza politica, ha narrato storie che hanno messo in luce i vissuti delle donne nel ruolo anche di lavoratrici: ricordo il bellissimo film “Giovanna” di G. Pontecorvo, ispirato dalle occupazioni delle fabbriche da parte delle operaie tessili di Prato negli anni ’50, donne lacerate tra doveri familiari e lotta per la difesa del posto di lavoro; così “Romanzo popolare” di Mario Monicelli con l’indimenticabile canzone di Jannacci “Vincenzina davanti alla fabbrica”, melanconica commedia dell’Italia del boom economico, che porta le donne del Sud in fabbrica al Nord, dove il lavoro diventa veicolo, per le classi subalterne, per un percorso di emancipazione; ed il più recente “Rosetta” dei fratelli Dardenne, film simbolo della precarietà del lavoro giovanile in Europa ed il loro recentissimo “ Due giorni, una notte”, storia durissima che racconta una storia disperata di oggi, testimonianza di un cinema d’impegno civile e denuncia.

Sono opere di registi uomini, che hanno fatto della loro arte uno strumento anche di testimonianza e denuncia: arte che racconta la verità. 

Ancora più forte è l’affermazione: “L’arte è politica” della regista indiana Deepa Mehta, che molto del suo lavoro dedica alla cancellazione dei dogmi e dei tabù che negano la dignità della vita alle donne in India. 

Famosa è la sua trilogia “ Fire, Earth, Water” di produzione canadese. In Italia il più conosciuto è “Water”, film che nel suo paese fu boicottato dai fanatici Indù, che distrussero il set e minacciarono di morte tutta la troupe, per cui la regista fu costretta a girarlo in Sri Lanka.

Nella recente produzione cinematografica di fiction, il lavoro, proprio perché è un problema diffuso nelle società neo-liberiste, è al centro di molti film, anche di registe donne come: “Mi piace lavorare”, film sul mobbing di F. Comencini e “Ci sarà neve a Natale?” di Sandrine Veysset, ambientato nella campagna francese.

Ma nel mondo ancora con fatica le cineaste si fanno strada, penso alle 7 registe iraniane soffocate dalle inumane leggi islamiche, che hanno raccontato nel film documentario autobiografico “Profession documentarist”, la censura e la vita nel loro paese.

Anche le registe italiane, che hanno fatto del cinema il proprio lavoro, raccontano la loro strada in salita, nel documentario-intervista “Registe”, della giovane regista-attrice Diana Dell’Erba del 2014; un percorso storico, artistico e politico sul lavoro delle donne registe, in cui si evidenzia come su 100 registi, solo 7 siano donne. Viene ricordata la figura di Elvira Notari, la pioniera delle registe italiane, esempio di donna che scelse di occuparsi di regia agli albori del cinema e che chiamava i suoi film “le mie film”. 

Sottolineo comunque che pur nelle difficoltà, sono tutte donne che appartengono a classi sociali elevate per cultura e reddito e spesso figlie d’arte, privilegiate rispetto ad altre, ma che hanno scelto di lottare per tutte le donne.

L’opera della Dell’Erba non cade nel tranello dall’autocommiserazione, perchè dà alle testimonianze delle registe ed esperte di cinema, il valore di inquadramento storico-politico, senza tralasciare l’ umorismo e l’autocritica.

E per concludere rubo l’incisiva affermazione di Cecilia Mangini nel film della Dall’Erba: “il buon cinema non è né maschile, né femminile, è cinema e basta”. E aggiungo: purché nella società ci siano veramente pari opportunità.