Cultura

Aleksandar Rankovic e la Jugoslavia socialista

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da aracneeditrice.it

DALLA GUERRA DI LIBERAZIONE AL PLENUM DI BRIONI

L’opera analizza la storia politica di Aleksandar Ranković, a lungo braccio destro di Tito e vicepresidente della Jugoslavia, che venne allontanato da tutte le cariche in seguito al Plenum di Brioni del 1966, durante il quale fu accusato di aver cospirato ai danni di Tito e di altri esponenti di spicco della Lega dei Comunisti.

Vittima di una damnatio memoriae e dell’odio dei suoi ex compagni, Ranković è stato a lungo una figura poco approfondita dalla storiografia, soprattutto da quella italiana.

Per ovviare a ciò l’autore ha consultato numerosi testi scientifici in lingua serbo–croata, inglese, francese, russa, realizzato interviste a testimoni diretti e a esperti del settore.

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Il tradimento della sinistra

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La scomparsa della sinistra coverdi Sergio Cesaratto
da sinistrainrete.info

Il volume di Aldo Barba e Massimo Pivetti è di gran lunga la più importante provocazione intellettuale alla sinistra degli ultimi anni. Pivetti, il più senior della coppia e ben noto economista eterodosso (con fondamentali contributi di analisi economica), non è certo nuovo a queste provocazioni, tanto da meritarsi nel lontano 1976 l’appellativo di “simbionese” (più o meno sinonimo di “terrorista”) da parte di Giancarlo Pajetta. La sinistra avrà tre possibilità di fronte a questo libro: ignorarlo del tutto; criticarlo sulla base degli aspetti più “coloriti” del volume - quelli in cui gli autori s’indignano per certe posizioni della sinistra antagonista; discuterlo a fondo.

E’ facile pronosticare che gran parte della sinistra italiana, troppo intellettualmente pigra o troppo radical-chic per entrare seriamente nel merito, sceglierà le prime due strade (ah, sono solo aridi economisti se non peggio). Ma il volume è ora lì come un macigno a pesare su una sinistra che ha perso, in Italia ma non solo, ogni reale contatto con le classi che rappresentavano un tempo la propria ragione sociale. Una sinistra che non solo ha perduto questo contatto, ma che è ormai da tempo considerata dai ceti popolari come propria nemica. Raccontano gli autori che pare che François Hollande in privato si riferisca ai ceti popolari come agli “sdentati”. Siamo anche convinti che, tuttavia, il volume rappresenterà occasione di dibattito e un randello da usare in ogni occorrenza per quel che resta di una sinistra intellettualmente solida e che delle ragioni di ampi strati della popolazione fa la propria ragion d’essere. 

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“Il futuro oltre la crisi”

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il futuro oltre la crisidi Leo Essen

L’ultimo libro di Giovanni Mazzetti – Il futuro oltre la crisi – si apre con un problema di datazione.

La crisi, com’è risaputo, ha avuto inizio nel 2007. Per marcare la sua importanza, e per farla entrare nella storia a fianco di altri eventi epocali, come La Grande Depressione, La Grande Guerra, La Grande Influenza spagnola, e compagnia bella, le è stato attribuito persino un nome proprio: La Grande Recessione.

La crisi ha colpito duro. Sono fallite alcune banche, altre sono state salvate dagli Stati, e altre ancora si stanno avvicinando all’orlo del precipizio. Sono fallite alcune aziende, e i dipendenti sono stati licenziati, e si ritrovano senza salario e senza reddito. Vivono pieni di stenti e di miseria, e sono oppressi dall’affanno e dalla vergogna che la povertà porta sempre con sé. Mentre ai compagni più fortunati sono stati allungati gli orari e intensificati i ritmi di lavoro. Sono stati cancellati, o sono in via di cancellazione, i cosiddetti diritti sociali, il diritto al lavoro, il diritto ad un sussidio di disoccupazione, all'assistenza sanitaria, all’istruzione, all’abitazione, alla famiglia, alla mobilità, alla pensione, eccetera.

Il 25% dell’industria ha chiuso i battenti. Il parlamento e il governo hanno perso ogni capacità di intervenire sui più minuti effetti della crisi, e si limitano a ratificare provvedimenti decisi in organismi remoti, più o meno democratici.

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“Cina. Da sabbia informe a potenza globale”

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di Gianni Scravaglieri*

Riceviamo e pubblichiamo una recensione dello studioso Gianni Scravaglieri al libro di Diego Angelo Bertozzi

Nel suo libro - “Cina. Da sabbia informe a potenza globale” (Imprimatur editore) - Diego Bertozzi si affianca al lettore e lo accompagna nella complessità della storia cinese degli ultimi centocinquanta anni. Dalla Cina della dinastia mancese dei Qing, attraversando tutto il tribolato Ventesimo secolo, tra ideali costituzionali e guerra tra bande, tra vittorie e fallimenti, rivoluzioni contadine e guerre antimperialiste, tra movimenti di indipendenza nazionale e dura realtà della guerra fredda, tra molte riforme ma non quelle politiche, tra miracoli economici e profonde contraddizioni, fino alla Cina odierna, governata dal Partito comunista di Xi Jinping. Lo fa in un modo documentato, ma scorrevole. Le pagine sono ricche di riferimenti e di coordinate storiche, ma quello che cattura il lettore è l’andamento del racconto, che fin dalle prime pagine è inteso come una utile e necessaria preparazione alla comprensione dell’attualità internazionale e della Cina di oggi.

Un libro che è scritto per noi, per capire il futuro che abbiamo davanti. Un libro che aiuta a intravedere piccoli e preziosi sprazzi di verità dietro la cortina fumogena della disinformazione. Siamo in guerra, questo si intuisce fin da subito. In pratica lo siamo da sempre. Certamente dalla fine della Seconda Guerra Mondiale. La storia non è finita, come si era pensato dopo l’implosione dell’URSS all’inizio degli anni Novanta. Il modello americano non ha vinto, non poteva vincere. Il mondo è troppo grande, troppo complesso per essere governato da una sola Super Potenza. Ora le potenze sono più di una, la Cina fa parte del gruppo e non si tirerà indietro, né altri possono immaginare di poterla rigettare in un angolo, a partire dal Mar cinese meridionale.

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Appello per la salvaguardia di fondi librari e archivistici

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libri altoMarx21.it aderisce all'appello 

Nel disinteresse e nell’inerzia generale numerosissimi fondi bibliotecari e archivistici – a volte di grande interesse – sono in questi anni andati perduti. Tanti altri – ancora più numerosi e altrettanto importanti – sono a rischio di dispersione. Soprattutto quelli di militanti e organismi legati alla partecipazione attiva ai fermenti culturali e ai movimenti politici e sociali che, sconfitto il nazifascismo, furono la linfa vitale verso l’emancipazione delle classi subalterne. Si tratta di un patrimonio inestimabile e irrinunciabile del sapere e dell’esperienza collettiva che non è soltanto testimonianza del recente passato o del presente ancora in divenire, ma è premessa e condizione di un futuro e di una crescita non casuali, ma frutto di scelte consapevoli e orientate.

La crisi economica e una politica pragmatica, condizionata e scandita da interessi elettorali, accentuano l’indifferenza verso questo problema che, insieme con la caduta di valori alti e il decadimento del sistema formativo scolastico e universitario, espropria le nuove generazioni dei materiali della conoscenza e della memoria oltre che dei metodi di apprendimento. Infine, una errata rappresentazione induce a sottovalutare o trascurare del tutto il patrimonio  librario e archivistico presupponendo erroneamente non solo che le banche dati esistenti e il sistema informatico generale contengano già tutte le conoscenze necessarie, ma anche che questo sistema sia affidabile e permanente.

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Cronache da un campo di battaglia

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cronachedauncampodabattagliadi Leonardo Santoro | da www.politicasenzarete.com

La provincia è un ente territoriale di rilevanza costituzionale. Insieme alle regioni, ai comuni, alle città metropolitane, alle università, alle scuole, alle caserme, agli ospedali, ai tribunali, alla corte costituzionale, alle sedi periferiche dell'agenzia delle entrate, ai sistemi siatel, entratel, sogei, isee, imu, tari, allo stato civile, all'albo pretorio (l'elenco è lungo), forma lo Stato.

Lo Stato non è la somma di tutti gli enti territoriali. Un insieme di province non è sufficiente per formare uno Stato. E secondo alcuni, non è neanche necessario. Potrebbero darsi Stati senza provincie, e persino Stati senza territorio. Le vicende palestinesi, sin dalla costituzione dell'OLP, ne sono un esempio.

Che cos'è allora lo Stato?

Internet, per esempio, fa parte dello Stato?

Dello Stato – si dice – fanno parte esclusivamente gli enti cosiddetti costituzionali, la burocrazia, insomma. A patto che in essa vengano compresi gli organi elettivi, e che gli eletti vengano assimilati ai funzionari.

Non c'è nulla che permetta di distinguere un funzionario da un eletto. La virtù di entrambi – direbbe Jünger - consiste nel funzionare. Ed è un bene, anche in tempi tranquilli, non farsi illusioni. Se poi c'è chi ritiene che l'eletto eserciti una funzione creatrice, in quanto scrive e vota le leggi, mentre il funzionario vero e proprio sarebbe un mero esecutore, non c'è bisogno di scomodare Benjamin per dimostrare che anche un semplice funzionario di polizia crea diritto, quando, «per ragioni di sicurezza», si rende protagonista di vessazioni brutali senza alcun rapporto con fini giuridici, o in casi di oltraggio in cui non sussiste una chiara situazione giuridica. A dimostrarlo sono sufficienti gli episodi recenti di persone detenute e torturate in ogni giurisdizione occidentale (italiana compresa), o la sorveglianza continua a cui sono stati sottoposti molti individui (persino capi di Stato e di governo) senza la garanzia di alcuna norma.

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La grande scommessa

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grande scommessa 8 1000x600di Fabrizio Simoncini per Marx21.it

Se di “grande scommessa” si trattava, dal punto di vista cinematografico possiamo affermare che è stata ampiamente vinta. Il film di Adam McKay rappresenta una vera gemma nel panorama del cinema USA riguardo il saper raccontare in modo suggestivo, quasi appassionante, la devastante crisi finanziaria del 2008. L’enorme bolla cresciuta nel mercato immobiliare americano ha lasciato ferite profonde nel tessuto sociale e ora, come è accaduto per altri avvenimenti destrutturanti per la storia degli Stati Uniti (leggi guerra in Vietnam) alcuni registi di culto provano a raccontarli. Ci avevano già provato altri due film importanti, quali “Margin Call” del 2011 di J.C. Chandor e Oliver Stone con “Wall street - Il denaro non dorme mai” del 2010. Due lungometraggi ben fatti nei quali la crisi è raccontata più sul piano psicologico che nei suoi contenuti economici e tecnici. Infatti la trama si dipana scorrendo le emozioni che ciascun personaggio reca con sé e produce nel momento in cui la slavina del collasso finanziario lo travolge. E’ vero: gli squali della finanza vengono descritti in tutta la loro ferocia e spregiudicatezza, si percepisce che a rimetterci in tutto questo sono le persone cosiddette normali, ma al termine di racconti ben intrecciati fra vicende umane a volte improbabili, resta sempre il sapore acre da bocca asciutta che rimanda alla impertinente domanda: ma che è successo veramente nel 2008? Allora ecco prorompere in questo 2016 con tutta la sua portata teorica, e per certi versi risolutiva, “la grande scommessa”.

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