"Migliorare il lavoro del partito"

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di Fosco Giannini, Direzione Nazionale del PdCI

 

operai corteoUna “recensione” di un opuscolo di Pietro Secchia, del 1946, dal quale è ancora possibile trarre riflessioni e proposte di lavoro utili anche per il presente, per la ricostruzione del Partito comunista


Dopo il positivo, felice esito del 6° Congresso nazionale del PdCI, che ha rilanciato con forza, come suoi obiettivi centrali, l’unità dei comunisti e la ricostruzione del Partito comunista in Italia, l’unità delle sinistre e la costituzione di un vasto arco di forze democratiche per battere le destre, è ora il tempo di rimboccarsi le maniche e dedicarsi – dirigenti, quadri, militanti comunisti – alla strutturazione del Partito, al rafforzamento della sua organizzazione, al suo radicamento nei luoghi di lavoro e di studio, nei territori, nella società. Tale compito, che sempre è prioritario, diviene oggi ancor più centrale ed impellente in relazione alla situazione concreta in cui il PdCI e il suo progetto di ricostruzione del Partito comunista sono immersi.
Sul piano sociale, infatti, la situazione – segnata da un profondissimo disagio di massa, dalla caduta verticale di ogni forma di welfare, da un attacco spregiudicato dell’Unione europea e del capitalismo italiano contro il mondo del lavoro – è già oltre i livelli di guardia.
I cinque milioni di disoccupati, i novecentomila lavoratori in cassa integrazione, il fatto che ormai circa il 60% dei giovani collocabili nel mercato del lavoro sono e potrebbero rimanere per molto tempo inoccupati, il fatto stesso che nell’ultimo quindicennio abbiamo assistito impotenti, in Italia, ad un colossale spostamento di ricchezza dal lavoro al profitto che dalle stesse accademie borghesi e liberal di studi economici è stato calcolato in termini di 120 miliardi di euro l’anno, passati dai lavoratori ai padroni ( ben otto punti di PIL): tutto ciò parla di una situazione socialmente insostenibile che richiede urgentemente, per gli interessi dei lavoratori e per la stessa democrazia, che un partito comunista strutturato sia in campo, a sollecitare, guidare e sostenere le lotte. A unificare nelle lotte e in un progetto di cambiamento l’intera sinistra. Ed è anche il quadro politico ed istituzionale a chiedere con urgenza che il Partito comunista si rafforzi, divenga il più presto possibile più robusto per affrontare i prossimi, vicini e difficilissimi compiti.
L’ormai possibile costituzione di un governo Monti, con un’agenda nella quale ancora molto incerta rimane la misura della “patrimoniale”, ma molto verosimile appare una nuova correzione in senso antisociale della manovra economica, volta (come vuole Draghi e la BCE) all’obiettivo del pareggio di bilancio, con all’interno una stretta sulle pensioni di anzianità, la reintroduzione dell’imposta sulla prima casa e ulteriori liberalizzazioni, privatizzazioni e dismissioni, il tutto magari condito con l’aceto sociale delle misure sul mercato del lavoro e sul “contratto unico” così come le ha drammaticamente (per il movimento operaio complessivo) delineate il “thatcheriano” Pietro Ichino, tutto ciò fa sì che un Partito comunista diventi ancor più socialmente necessario, oggettivamente necessitato.
 
L’urgente rafforzamento organizzativo del Partito – dunque – pur essendo sempre questione prioritaria, è oggi decisamente questione ineludibile, anche in relazione allo stesso progetto strategico di “ ricostruzione del partito comunista”. Per questo obiettivo – il rafforzamento del Partito – occorrerà riflettere, inventare, investire e praticare e sperimentare molto. Essendo creativi, basandosi essenzialmente sulla realtà delle nuove contraddizioni sociali, sui nuovi assetti, ma – anche – studiando e riassumendo le lezioni più alte della storia comunista, della storia dell’organizzazione comunista, quella che ha colto successi fuori d’Italia e in Italia.
 
A questo proposito molto, dell’organizzazione e della concezione del partito comunista che si forgiarono nel PCI del dopoguerra, andrebbe rivisitato. Non certo per dogmatica “riassunzione”; non certo per “copiare” acriticamente, ma, magari, per il semplice fatto che quel tipo di organizzazione e quel tipo di concezione del Partito portarono alla costruzione del più grande Partito comunista al mondo non al potere. Qualche merito, evidentemente, quell’architettura organizzativa e politica, l’avrà avuto e sarebbe sbagliato liquidare – come si è ampiamente fatto, inseguendo progetti non più comunisti e anzi di liquidazione del comunismo – quella ricerca e quella pratica di massa. Vòlti, ripetiamo, non a copiare pedissequamente, ma a cogliere quel che di buono e attuale resta per noi di quell’esperienza. Come, ad esempio – come ha detto il compagno Diliberto nella sua relazione introduttiva al Congresso di Rimini – l’esperienza di un partito comunista organizzato in cellule di produzione, un partito di ispirazione leninista e gramsciana che si insedia innanzitutto nei luoghi del conflitto capitale-lavoro e lì punta ad organizzare, innanzitutto, il consenso sociale e politico.
 
Ad esempio: se si rileggesse oggi – senza veli pregiudiziali - un opuscolo stampato a Roma dalla “ Società Editrice l’Unità”, nel 1946, autore Pietro Secchia e dal titolo
“ Migliorare il lavoro di Partito”, si rimarrebbe stupiti dall’assoluta contemporaneità e attualità della riflessione “secchiana”. Nel senso che quasi tutto – per non essere enfatici, per non dire tutto – di ciò che è scritto in quell’opuscolo sarebbe oggi, per l’obiettivo della ricostruzione del Partito comunista, utile, da prendere in considerazione e da praticare.
Certo, sappiamo molto bene che oggi vige, in parte della sinistra e persino in certe aree comuniste (fortunatamente ristrette) una forte prevenzione contro Pietro Secchia; una prevenzione spessissimo “ideologica”, dogmatica, assunta da altri, quasi mai motivata e argomentata. Una prevenzione ignorante, che sempre più appare speculare ad un moto potente che la cultura dominante ha costruito in questi ultimi decenni : l’anticomunismo. Se così si può dire, si è antisecchiani quando si è vicini ad essere anticomunisti.
Se coloro che oggi nutrono riserve e preconcetti contro Pietro Secchia leggessero senza pregiudizi l’opuscolo “Migliorare il lavoro di Partito”, rimarrebbero sicuramente e positivamente toccati dalla pulsione democratica, unitaria e di massa che ha in sé la concezione “secchiana” del Partito e della sua organizzazione. E magari sarebbero d’accordo nell’affermare quanto quell’opuscolo possa essere utile anche oggi.
 
Da questo punto di vista è intenzione di chi scrive “ recensire” - è, questo, certo, un modo di dire- il lavoro di Secchia, rimetterlo in circolo, farlo conoscere ( soprattutto ai giovani), nella speranza che il meglio di quella riflessione ( divenuta pratica storica) possa essere messo a valore anche oggi. Nell’intento, anche, di far cadere i pregiudizi su di uno dei più grandi dirigenti comunisti italiani e non solo italiani.
 
“Migliorare il lavoro di Partito” è, in verità, il “ rapporto d’organizzazione” svolto da Pietro Secchia al V Congresso Nazionale del PCI, tenutosi a Roma dal 24 dicembre del 1945 al 6 gennaio del ’46. Un “ rapporto” pubblicato poi nell’opuscolo di cui parlavamo.
 
Sin dalle prime pagine dell’opuscolo si denota uno stile ( direi comunista): antienfatico, non celebrativo, ma costruttivo. Secchia non sottolinea ciò che – sul piano organizzativo – è andato bene. Ma ciò che bene non è andato. Ma facciamo parlare lo stesso Secchia: “ Noi non siamo qui solo per esaminare i nostri successi, per rallegrarci del nostro bilancio positivo, noi siamo qui per esaminare il nostro lavoro, per mettere a nudo i nostri difetti...per adeguare sempre più la nostra organizzazione alle necessità della difesa degli interessi del popolo, alle necessità delle realizzazioni della nostra linea politica. Nel mio intervento a carattere organizzativo voglio soffermarmi quasi esclusivamente sui difetti del nostro Partito, su alcune deficienze e lacune del nostro lavoro. Questo mi sembra necessario per evitare che i successi ci diano alla testa”.
Un incipit che – va sottolineato – nulla ha a che fare con l’autoesaltazione ( con sbocchi inevitabilmente carrieristi) del lavoro svolto ( Secchia, è bene ricordarlo, era in quel momento responsabile nazionale dell’organizzazione). E attenzione a quella riga ( “...per evitare che i successi ci diano alla testa”): quanta pulsione a montarsi la testa, anche tra alcuni dirigenti comunisti attuali rimane; e che spinta alla degenerazione burocratica e tirannica c’è in quel nel montarsi la testa e - dunque- quanto risuona rivoluzionario il monito sincero di Secchia!
 
Qualche riga più in là, in un paragrafo che prende il titolo di “ Alcune cifre”, Secchia fa parlare i numeri e dice quanti iscritti vi sono nelle diverse regioni : “ La regione che ha il maggior numero di iscritti, tanto in cifra assoluta quanto in rapporto alla popolazione ( occhio a questa doppia analisi, semplice ma da noi comunisti contemporanei fatta quasi sempre cadere n.d.r.) è L’Emilia, che al 15 dicembre contava 343.143 iscritti e cioè il 9,3% della popolazione”.
Secchia prosegue rilevando dati che oggi sarebbero impensabili ( 293.451 iscritti in Lombardia; 160.894 in Piemonte e così via...) e che avrebbero potuto accontentarlo. Ma no, egli rimarca lo scarto negativo che spesso si determina tra numero di iscritti e popolazione; rimarca lo scarto tra numero di iscritti tra diverse regioni e afferma:
“ Da sole però queste cifre non dicono ancora molto sul rafforzamento del Partito. L’aumento degli iscritti non è sempre seguito da un aumento dell’attività, da una elevazione del tono politico, da un rafforzamento della solidità organizzativa delle nostre Federazioni. Il difetto che più salta agli occhi è che il Partito ha avuto uno sviluppo che chiamerei in gran parte “spontaneo”, e cioè noi ci siamo per lo più limitati ad organizzare le decine di migliaia di nuovi compagni...ma non possiamo affermare di aver reclutato secondo un piano, col proposito di riuscire a reclutare in determinati settori piuttosto che in altri e cioè a fare in alcune direzioni un maggior sforzo”.
 
Nel paragrafo “ Adeguare l’organizzazione ai nuovi compiti del PCI ” esce il Secchia che punta al partito di massa dotato di una linea di massa, il Secchia vero che nulla ha a che fare con la caricatura “operaista” costruita da chi ha voluto e ancora vuole – per motivi tutti da indagare – denigrarlo. Emerge soprattutto il dirigente dalla cui riflessione e pratica prendere ancora oggi spunto.
“ Non vi è dubbio che per la sua composizione sociale il nostro Partito non è ancora il Partito nuovo quale noi lo vogliamo. Per la nostra politica, il nostro Partito è il Partito del popolo italiano, ma tale deve diventare anche dal punto di vista dell’organizzazione e della sua influenza...il nostro Partito è composto per il 53% di operai; per il 33% di salariati agricoli e contadini...gli artigiani aderenti al Partito sarebbero il 36%, gli impiegati il 3,7%, i commercianti l’1%, i liberi professionisti lo 0,6%, gli studenti lo 0,6%. Queste cifre dimostrano la nostra scarsa influenza e penetrazione tra i ceti medi, l’insufficiente lavoro nostro e la mancanza di un lavoro di massa tra questi ceti”.
 
Nel paragrafo “ Una sezione in ogni comune” emerge il disegno del radicamento del partito nei territori e rispetto a ciò indicazioni di lavoro ancora oggi di assoluta utilità, non solo nel lavoro di estensione del partito nelle città e nei paese, ma utile “in sé”, come stile di lavoro. Scrive Secchia: “ Un altro difetto consiste nel fatto che pur avendo un grande numero di aderenti il nostro Partito non è ancora presente dappertutto...non abbiamo ancora la sezione comunista in ogni comune...non si può negare che queste difficoltà ( di costruire ovunque, anche nei paesi più sperduti, una sezione comunista, n.d.r.) esistono realmente...ma noi dobbiamo trovare il mezzo di superarle, per vincerle. In realtà si tratta di lavorare secondo un piano. I compagni delle nostre provincie devono, nel loro piano di lavoro, proporsi di conquistare i villaggi nei quali siamo assenti...non dobbiamo attendere che il contadino o il pastore del villaggio dove non c’è movimento comunista scenda lui al piano e si rechi in Federazione a ritirare un pacco di tessere e ad annunciare che una nuova sezione comunista si è costituita, ma dobbiamo essere noi ad andare al popolo, essere noi ad organizzare operai e contadini là dove non sono ancora organizzati...certamente andare a parlare ai contadini e alle contadine di questi villaggi significa non essere accolti dalla musica e dalle fanfare e con le bandiere al vento...significa alle volte affrontare il rischio dell’incomprensione e dell’ignoranza...ma significa ottenere un successo certo, anche se non immediato...”.
Cambiamo pure alcuni termini un po’ datati, i soggetti sociali, ma il senso ultimo rimane integro nella sua attualità: costruire il partito vuol dire uscire dal proprio nocciolo, dalla propria cinta chiusa e avventurarsi – con un piano di lavoro – all’esterno di sé; oggi – con lo stesso spirito – vuol dire avventurarsi nelle periferie delle città e in quelle, sterminate e sconosciute, delle metropoli, dove sempre più si ammassa una forza lavoro disperata e dimenticata, nelle aree territoriali miserevoli degli immigrati, nei territori della disperazione sociale, ove alligna spesso la stessa mancanza di coscienza di cui parlava Secchia a proposito delle campagne sperdute e dove – proprio per questo – il Partito, i suoi dirigenti, i suoi militanti, debbono spingersi a convincere, far conoscere la linea politica, la cultura ed il progetto comunista, reclutare, inventando ogni nuova forma di incontro, assemblea, discussione...Non solo, dunque, la fabbrica e i luoghi alti del conflitto capitale-lavoro, ove va fatto nascere il partito delle cellule, ma la società, da quella avanzata a quella disperata: così nasce il Partito comunista di massa, il Partito del popolo.
 
Quando Secchia, nel paragrafo “ Verso la fusione”, affronta la questione dell’unità tra comunisti e socialisti, le parole che usa sembrano quelle che oggi dovremmo usare per la “fusione” tra PdCI e PRC, per l’unità dei comunisti. Una considerazione sul lavoro di chi l’unità la propone e magari non riesce a costruirla dal basso...
“ A che vale la nostra sincera volontà di fusione...se poi noi non conduciamo un lavoro conseguente per far maturare la fusione? Quando una questione non è matura bisogna farla maturare, ha detto giustamente il compagno Togliatti. Ma credete voi che se è vero che esistono ostacoli e resistenze che non vengono da parte nostra, credete voi che per quanto ci concerne noi abbiamo fatto proprio tutto quanto ci era possibile per vincere quegli ostacoli e quelle resistenze, per far maturare cioè la questione?...Ebbene questo è uno dei punti ancora deboli della nostra attività. E la debolezza dipende dai residui di settarismo, di sottovalutazione dell’importanza della fusione, della mancanza di capacità di distinzione che permangono nelle nostre file. Non intendo parlare dei legami ufficiali coi compagni socialisti attraverso le Giunte d’intesa e ai comitati del genere. Parlo di legami non formali, di legami permanenti, quotidiani, di amicizia, di lavoro comune, di iniziative in comune, tra la grande massa dei nostri compagni e quella dei compagni socialisti. Ebbene,questi legami per quanto numerosi, non sono ancora sufficienti”.
Sembra davvero che Secchia parli dell’oggi, dell’esigenza dell’unità dei comunisti, dell’unità comunista da costruire dal basso, attraverso le lotte comuni da organizzare attraverso la Federazione della Sinistra, ma anche – e forse soprattutto – dei legami tra comunisti PdCI e PRC da cementare – anche compagno con compagno, ma dentro una linea politica, un progetto, un piano di lavoro di più vasta portata - attraverso le azioni comuni, le relazioni, le amicizie personali da costruire. Tra comunisti solidali e per un progetto comunista comune.
 
“ Dare un compito a tutti i compagni”. E’ il paragrafo successivo. Qui si pone il problema di mettere a valore ogni singolo compagno. Scrive Secchia : “ Noi abbiamo 1.800.000 iscritti al Partito, ma è una verità che oggi la maggioranza di questi nostri iscritti non ha ancora un lavoro da svolgere, un compito preciso. Molti sono comunisti perché vedono nel nostro Partito il Partito del popolo, hanno fiducia in noi...ma non sono ancora attivi e talvolta i nostri dirigenti federali non sanno cosa far fare alle decine di migliaia dei nostri iscritti. Ebbene, la prima cosa da esigere da un membro del nostro Partito è che non sia un elemento amorfo, indifferente, apatico,passivo di fronte alla linea politica del nostro Partito, che non viva in se stesso, che non si limiti a leggere il nostro giornale o a frequentare l’assemblea di cellula una volta al mese...ma che viva, diventi un amico dei suoi compagni di lavoro, siano essi operai, contadini, lavoratori, socialisti, cattolici, di altre correnti democratiche. Bisogna che ogni compagno porti la parola del Partito fuori del Partito, faccia conoscere agli altri ciò che noi pensiamo,diffonda la nostra stampa, legga gli articoli ai gruppetti dei suoi compagni di lavoro, aiuti, assista nel lavoro in fabbrica e fuori ogni lavoratore che ha bisogno di essere aiutato e consigliato. E noi dobbiamo controllare che ogni nostro iscritto sia un elemento attivo e che non sia un misantropo, ma che leghi e sappia legarsi con gli uomini, con la vita, con la lotta...”. Ecco, in un distillato, in uno straordinario punto di sintesi, il concetto di un Partito comunista di massa: un comunista che non sia un misantropo, ma che leghi e sappia legarsi agli altri uomini, con la vita, con la lotta. Un stile di lavoro che diviene stile di vita, il partito pedagogico che getta le basi, a cominciare dalla proposta di una nuova militanza, di una nuova morale, dell’uomo nuovo, dell’ “essere socialista”, funzionale alla costruzione del Partito e dialetticamente funzionale alla costruzione di sé come uomo nuovo, essere sociale. Chissà dove, ancora adesso, alcuni vedono in Pietro Secchia il comunista trinariciuto...
 
Questione del massimalismo parolaio e della disciplina di partito. Secchia lo affronta nel paragrafo “ Legare a noi tutti gli operai onesti”, e lo affronta iniziando con una citazione di Togliatti : “ Tutto il popolo sotto la bandiera della democrazia, la maggioranza del popolo dietro il Partito comunista e i partiti conseguentemente democratici”. E prosegue : “ Io voglio rilevare, compagni, un altro difetto del nostro lavoro nel campo della conquista delle larghe masse popolari. Il compagno Longo ha affermato ieri nel suo rapporto che noi dobbiamo agire uniti contro gli attacchi delle forze reazionarie, noi dobbiamo portare al nostro seguito non solo delle avanguardie...ebbene, facciamo noi proprio tutto per persuadere...portare al nostro seguito non dico dei lontani strati del nostro popolo, ma degli strati della classe operaia, degli operai che sono stati comunisti, che credono di esserlo? Intendo parlare di quegli operai...che sono orientati in senso estremista...dei gruppi che qua e là in Italia hanno una certa vita.. Dei gruppi estremisti massimalisti che corrono con i nomi più diversi...Dal punto di vista organizzativo non costituiscono oggi un pericolo e una preoccupazione...ma essi rappresentano sempre tante piccole fratture della classe operaia, tante piccole cellule che invece di costituire un tutto unico con la classe operaia possono diventare uno strumento della reazione...qui non si tratta di trotskismo, si tratta di operai fuorviati, disorientati, di operai che possono ingenuamente essere...degli strumenti della reazione e che debbono invece essere conquistati da noi. Questo lavoro deve essere condotto in due modi. Da una parte persuadendo e convincendo coloro che sono indubbiamente in buona fede, dall’altro conducendo una lotta politica contro i disonesti, i mestatori, contro coloro che ingannano e tradiscono il popolo...costoro sono gli alleati della reazione e del qualunquismo, costoro, sotto la bandiera di un rivoluzionarismo parolaio, tentano di portare la divisione tra la classe operaia...e noi non solo facciamo poco o nulla per smascherare...ma permettiamo talvolta che certe correnti, che certe influenze entrino nel Partito”.
Fatti di nuovo visti e vissuti, in questi anni, da noi. E vi è il problema della disciplina di partito: “ Ebbene, non sempre i compagni sono stati richiamati dagli organismi responsabili alla disciplina di Partito. Perché in molti compagni vi è ancora un concetto limitato e formale della disciplina. Essere disciplinati per molti compagni significa semplicemente non violare questa o quest’altra norma dello Statuto, allo stesso modo che per certa gente essere persone oneste significa non incappare in questo o in quest’altro articolo del codice penale. Essere disciplinati per noi comunisti significa innanzitutto applicare la linea politica del Partito...e non fare ad esempio come fanno i compagni di Trento, i quali a parole accettano la linea...ma in pratica parlano e scrivono sul loro giornale, il “ Proletario”, in senso settario, estremista, antiunitario...”.
Risuonano le parole del compagno Diliberto, nelle sue conclusioni al 6° Congresso, a Rimini : “ Finché io sarò qui mi batterò per un partito disciplinato ed etico, morale...”. L’attualità della disciplina come valore etico, come collante morale di una comunità, dei comunisti e delle comuniste.
 
Paragrafo “ Il PCI e gli intellettuali”. Scrive Secchia: “ Vi sono dei residui, delle abitudini di lavoro acquistate durante i vent’anni di illegalità, di terrore fascista che vanno sradicate. Le nostre deficienze nel lavoro tra gli intellettuali sono indiscutibili...sono pienamente d’accordo con le proposte concrete atte a migliorare il nostro lavoro tra gli intellettuali fatte ieri dal compagno Alicata. Vorrei aggiungere...che esistono ancora prevenzioni nelle nostre file nei confronti degli intellettuali che si sono manifestate anche in alcuni dei nostri Congressi provinciali, con la tendenza ad escludere dalle cariche i compagni intellettuali. Queste prevenzioni non hanno ragione di essere. Gli intellettuali in Italia hanno sofferto nel fascismo e cercano affannosamente una via d’uscita...noi offriamo loro la nostra via, la via della ricostruzione e della rinascita democratica dell’Italia...”.
Che questa linea fosse quella giusta l’avrebbe dimostrato il tempo, l’avrebbe dimostrato un PCI divenuto culturalmente egemone, sino agli anni ’70, su tanta parte della cultura italiana. Anche in questo caso due notazioni: dov’è il Secchia rozzo che viene evocato dagli antisecchiani? E per l’oggi: non è una politica centrale, quella della conquista degli intellettuali, per il nostro partito, per l’attuale movimento comunista ? Offrire agli intellettuali il partito comunista come il luogo della ricerca teorica collettiva; organizzarli nell’intellettuale collettivo e ricevere dal loro lavoro la spinta per una ricerca politica e teorica in grado di costruire un partito all’altezza dei tempi e dell’odierno scontro di classe...
 
“ Un altro punto debole del nostro lavoro è dato dall’insufficiente influenza organizzata tra i giovani e le donne. Al 30 ottobre risultavano iscritte al nostro Partito 237.074 donne...”. E’ questo l’inizio del “sorprendente” ( ancora: sorprendente solo per chi ha un’immagine distorta di Secchia) paragrafo intitolato
“ Donne e giovani”, nel quale si pone in modo molto forte la questione femminile nel Partito, oltreché la questione dei giovani. Prosegue Secchia: “ La regione che ha il maggior numero di donne iscritte al Partito è l’Emilia con 75.886 iscritte; viene poi la Toscana con 39.630” . Da qui parte un’analisi molto concreta per capire come affrontare la questione femminile, cioè il fatto che le donne, anche in quella fase, non vengono messe a valore nella direzione del Partito. “ La lettura dei dati statistici in nostro possesso dimostra che anche per l’organizzazione femminile sono alla testa l’Emilia e la Toscana e cioè due regioni con economia prevalentemente agricola, le quali sono però, per quello che riguarda la posizione della donna in produzione, due regioni profondamente diverse. Difatti generalmente in Emilia la donna che vive nella campagna attende ai lavori campestri oltre che alle faccende domestiche; nella Toscana invece la donna attende alle faccende domestiche. Orbene, il fatto che in Toscana noi abbiamo un gran numero di iscritte al Partito, dimostra che la nostra organizzazione femminile di Partito ha grandi possibilità di sviluppo non solo tra le donne lavoratrici, ma anche tra le casalinghe. Sottolineo questo fatto perché spesso le nostre Federazioni, specialmente quelle dell’Italia meridionale, cercano di giustificare gli scarsi risultati nel reclutamento femminile col fatto che nel meridione la donna non lavora, è dedita completamente alla casa ed avulsa dalla vita sociale”.
E’ del tutto evidente - al di là della situazione contingente descritta e naturalmente molto diversa dalla nostra, attuale - che siamo di fronte al tentativo di comprendere le basi materiali dell’insufficiente adesione delle donne al Partito comunista e a partire da ciò trovare le soluzioni. Atteggiamento che raramente troviamo nei partiti comunisti italiani di questa fase. Scrive Secchia : " Voglio accennare solo a una deficienza secondo me abbastanza grave nel criterio di lavoro e di organizzazione tanto dei nostri giovani quanto delle nostre compagne. Deficienza che ritengo sia una delle cause del lento reclutamento tra le donne e anche di una certa sottovalutazione non teorica ma pratica che senza dubbio esiste nel nostro Partito. E, badate, questa critica io non la rivolgo tanto alle donne e ai giovani, ma ritengo debba essere un’autocritica che noi tutti dobbiamo fare. Noi abbiamo 92 Federazioni, non c’è una sola Federazione che abbia per segretario federale una donna, non abbiamo una sola donna segretaria di organizzazione, non una sola donna responsabile di agitazione e propaganda e di qualche altra sezione di lavoro importante del nostro Partito...Evidentemente la debolezza dei quadri femminili spiega in parte, ma solo in parte, il fatto. E’ chiaro che sino a quando noi non aiuteremo questi quadri a formarsi e a svilupparsi avremo sempre a lamentare la loro mancanza. Il problema non può essere certo risolto artificialmente decidendo di nominare 5, 6, 10 donne a segretario federale. Non si tratta qui di prendere una decisione o di applicarla meccanicamente...”.
Un atteggiamento, cioè, rispetto alla questione femminile nel Partito, molto meno paternalista di quanto ne abbiamo conosciute nei partiti comunisti attuali. Un atteggiamento, invece, che rimanda la questione della valorizzazione dei quadri femminili ad un cambiamento della cultura e della prassi dell’intero Partito, che è invece chiamato alla costruzione dei quadri femminile e non ad una semplice e semplicistica “concessione” di posti. Infatti : “ Questo compito le compagne potranno assolverlo in misura sempre più ampia, se noi le aiuteremo nel loro lavoro, se noi aiuteremo i quadri femminili a formarsi e svilupparsi, se le interesseremo ad occuparsi di tutti i problemi della vita del Partito e del nostro Paese”. Era il 1946. Parole di Pietro Secchia, l’uomo considerato da alcuni un ferrigno bolscevico dogmatico.
 
Nel paragrafo “ Rafforzare i legami con la base” emerge una lezione – tutta da assumere- relativa sia alla scelta dei quadri da parte del Partito che alla democrazia interna. “ E poiché sono venuto a parlare dei quadri, della loro formazione e del loro sviluppo è necessario rilevare che facciamo ancora troppo poco in questa direzione, tanto al centro che nelle Federazioni. In molte Federazioni manca addirittura la sezione quadri ed in altre dove esiste, questa sezione si occupa esclusivamente di risolvere le inchieste, i casi disciplinari, l’aspetto negativo dei nostri quadri. Ma non è questo il compito più importante delle nostre sezioni quadri. Il compito più importante è quello di studiare i compagni, di sceglierli, di saperli bene utilizzare. Compito più importante della sezione quadri è quello di conoscere i compagni, di saperli utilizzare in base alle loro capacità, alle loro attitudini, alle loro inclinazioni...Le nostri gravi lacune nel lavoro quadri sono la causa delle nostre deficienze in molti campi di attività, nel campo sindacale, per esempio,e spiegano una serie di deficienze nelle elezioni delle cariche rivelatesi nel corso di alcuni congressi provinciali. E’ accaduto ieri l’altro un piccolo episodio caratteristico qui al nostro Congresso. Il segretario federale di una grande Federazione pranzava seduto accanto ad un altro compagno a lui sconosciuto. Egli chiese: tu di dove sei?Sei forse di Pisa? Ma no, rispose quello, io sono il segretario della cellula della tua Federazione. Si trattava di una delle più grandi cellule di fabbrica di una delle nostre città industriali e il segretario federale non lo conosceva... Né questo è un difetto solo dei nostri segretari federali, ma è un difetto anche qui al centro, è un difetto di tutti gli organismi del nostro Partito, dobbiamo tutti avvicinarci più alla base,dobbiamo avere degli organismi dirigenti il più vicino possibile ai compagni di base del Partito, più direttamente a contatto col popolo. Quando un membro del Comitato Federale va in provincia, va in una sezione, non deve limitarsi ad andare a fare un’ esposizione, un rapporto o un comizio; deve riunire il comitato di sezione, gli attivisti della sezione, deve cercare di conoscere i segretari di cellula, deve parlare con i compagni, conoscendo i compagni, formando nuovi quadri...”.
Diciamo la verità: da quanti anni non si sentono parole simili pronunciate da un dirigente nazionale di un partito comunista attuale? Vi è, in questa analisi minuta e in questa minuta e semplice proposta di lavoro ( andare alla base, conoscere i compagni) un amore per il Partito che la dice lunga sull’essenza morale di un dirigente comunista, di un intero Partito comunista. La dice lunga sulla concezione interna della democrazia, del modo di selezionare i quadri. Per diversi anni, chi scrive, è stato membro del Comitato Politico Nazionale del PRC e poi membro della Direzione Nazionale. Posso onestamente affermare di non aver mai sentito il compagno Bertinotti, allora segretario nazionale di Rifondazione Comunista, parlare in questo modo, interessarsi della vita di una Federazione, delle sue difficoltà, dei suoi problemi. Si sentiva spesso parlare di filosofia ( da Benjamin a Sartre) ma mai degli uomini e delle donne in carne ed ossa del Partito, dei problemi degli sconosciuti e lontani militanti. A fronte del distacco dalla base nasceva un nepotismo bertinottiano, volto a premiare i fedeli, che faceva assumere decine e decine di giornalisti non comunisti nella redazione di “ Liberazione” e un’intera schiera di dirigenti e funzionari di stampo bertinottiano che prendevano in mano il Partito. Degenerandolo.
E chiosa Secchia : " Giorni fa il compagno segretario federale di Campobasso ci scriveva lamentandosi che noi scriviamo poche lettere. Ma noi ne scriviamo anche troppe di lettere, troppe circolari scriviamo, vorremmo scrivere di meno e andare più frequentemente sul posto... vi sono centinaia di sezioni delle nostre provincie che non sono mai state visitate da un membro federale, da un membro della Direzione nazionale...credete a me, compagni: scriviamo qualche lettera di meno e realizziamo qualche contatto di più. Ne guadagneremo noi e il lavoro del Partito”.
 
Viviamo una fase di leaderismo totale, di populismo leaderista che non segna di sé solo i dirigenti della destra ma anche della sinistra. Siamo di fronte alla rinascita, più o meno occulta, di piccoli culti della personalità che vanno banditi, pena il prosciugamento delle intelligenze e delle qualità dei quadri comunisti. Nel paragrafo “ Problemi organizzativi” Secchia affronta così la questione: “ Vorrei raccomandare a tutti i compagni di lavorare più collettivamente e meno individualmente, di non concentrare tutte le funzioni nelle mani di pochi compagni o di uno solo,di lavorare e saper far lavorare collettivamente. Noi dobbiamo preferire il compagno che sa lavorare facendo lavorare gli altri al compagno che sa essere uno sgobbone ma che accumula tutto su di sé e non sa fare lavorare gli altri compagni”.
 
“ Tutti uniti per la vittoria del Partito”: è l’ultimo paragrafo dell’opuscolo di Secchia, dal quale conviene davvero estrapolare almeno un passaggio: “ Oggi noi siamo diventati un Partito legale che partecipa alla direzione delle pubbliche amministrazioni; noi ci apprestiamo alla grande battaglia elettorale. Ebbene, compagni, noi siamo certi che il nostro Partito e tutti i suoi quadri continueranno a dare la più alta prova di serietà, di subordinazione di ogni elemento di vanità, di ambizione, di amor proprio, a quello che è l’interesse del Partito e del popolo italiano”.
Abolire la vanità personale, l’ambizione, essere al servizio del Partito comunista e del suo progetto rivoluzionario, essere sempre, anche nello stile di vita, dalla parte del popolo, della “classe”. Parole mai come oggi utili, da assumere totalmente, mentre la vanità insita nella cultura della classe dominante dilaga e rischia di lambire, di degenerare, anche i quadri comunisti, gli interi partiti comunisti, che attraverso la vanità, l’innamoramento spropositato delle istituzioni e dei loro premi, delle carriere e la rinuncia al conflitto possono uccidere se stessi.