Intervento di Domenico Losurdo al 6° Congresso Nazionale del PdCI

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di Domenico Losurdo | dal suo blog

 

losurdo congressoSono lieto di prender parte a quello che potrebbe essere un rilancio e persino un nuovo inizio della presenza comunista nel nostro paese. Allorché vent’anni fa si dette vita a Rifondazione Comunista, il clima ideologico era ben diverso da quello odierno. Vent’anni fa a Washington gli ideologi più enfatici proclamavano che la storia era finita: in ogni caso il capitalismo aveva trionfato e i comunisti avevano avuto il torto di stare dalla parte sbagliata, anzi dalla parte criminale della storia. Oggi sappiamo che queste certezze e queste mitologie avevano fatto breccia anche nel gruppo dirigente di Rifondazione Comunista. Si è così assistito allo spettacolo grottesco per cui un leader di primissimo piano ha dispiegato tutto il suo talento oratorio per dimostrare che i comunisti avevano sempre avuto torto e avevano sempre provocato catastrofi in Russia come in Italia; e continuavano ad aver torto in Cina come in Vietnam e, in ultima analisi nella stessa Cuba. Ben si comprende l’entusiasmo della stampa borghese per questo profeta, per questo dono venuto dal Cielo. Ma il risultato finale lo conosciamo tutti.

 

E’ stato un disastro: per la prima volta nella storia della nostra repubblica i comunisti sono senza rappresentanza parlamentare. C’è di peggio. Privare le classi lavoratrici della loro storia significa privarle anche della loro capacità di orientarsi nel presente. Le classi lavoratrici stentano oggi a organizzare un’efficace resistenza in un momento in cui la Repubblica fondata sul lavoro si trasforma nella repubblica fondata sul licenziamento arbitrario, sul privilegio della ricchezza, sulla corruzione, sulla venalità delle cariche pubbliche. E, purtroppo pressoché inesistente è stata sinora la resistenza opposta al processo in base al quale la Repubblica che ripudia la guerra si trasforma nella repubblica che partecipa alle più infami guerre coloniali. E’ avendo questo disastro alle spalle che oggi ci impegniamo nel rilancio del progetto comunista.

 

Di ciò c’è un bisogno urgente. E non è un bisogno avvertito solo dai comunisti. Vediamo cosa avviene oggi nel paese che poco più di 20 anni fa aveva visto la proclamazione della fine della storia. Le strade sono piene di manifestanti che gridano la loro indignazione contro Wall Street. I cartelli non si limitano a denunciare le conseguenze della crisi, e cioè la disoccupazione, la precarietà, la fame, la crescente polarizzazione di ricchezza e povertà. Quei cartelli vanno oltre: denunciano il peso decisivo della ricchezza nella vita politica statunitense, di fatto smascherano il mito della democrazia americana. A dettar legge nella repubblica nord-americana è in realtà la grande finanza, è Wall Street: questo gridano i manifestanti. E alcuni cartelli vanno oltre, urlano la loro rabbia non solo contro Wall Street ma anche contro War Street. E cioè, il quartiere dell’alta finanza viene identificato come il quartiere al tempo stesso della guerra e dello scatenamento della guerra. Emerge o comincia a emergere la consapevolezza del rapporto tra capitalismo e imperialismo.

 

Sì, il capitalismo è gravido al tempo stesso di devastanti crisi economiche e di guerre infami. Ancora una volta le masse popolari e i comunisti si trovano a dover fronteggiare la crisi del capitalismo e la sua politica di guerra. Per ragioni di tempo mi soffermo solo su questo secondo punto. La fine dell’impegno della Nato in Libia non è la fine della guerra in Medio Oriente. Sono già in preparazione le guerre contro la Siria e contro l’Iran. Anzi, queste guerre sono di fatto già iniziate. La potenza di fuoco multimediale con cui l’Occidente cerca di isolare, criminalizzare, strangolare e destabilizzare questi due paesi è pronta a trasformarsi in una potenza di fuoco vera e propria, a base di missili e di bombe. E noi comunisti dobbiamo far sentire sin d’ora la nostra voce. Se attendessimo lo scoppio delle ostilità non saremmo all’altezza né del movimento comunista né del movimento antimilitarista, non saremmo eredi né di Lenin né di Liebknecht. Sin d’ora dobbiamo organizzare manifestazioni contro la guerra e i preparativi di guerra; sin d’ora dobbiamo chiarire che la posizione nei confronti della guerra è un criterio essenziale per definire il discrimine tra potenziali alleati e avversari irriducibili.

 

Per quanto riguarda la Cina, Washington sì trasferisce in Asia il grosso del suo dispositivo militare, ma in modo esplicito agita per ora solo la minaccia della guerra commerciale. Ma, com’è noto, le guerre commerciali si sa come iniziano ma non come finiscono. Su questo punto farebbero bene a riflettere coloro che anche a sinistra si accodano alla campagna anticinese: essi volgono così alle spalle alla lotta per la pace.

 

E’ un atteggiamento tanto più sconcertante per il fatto che la Cina, un quinto dell’umanità, è stata protagonista di una delle più grandi rivoluzioni della storia universale. Ovviamente, occorre tener ben presenti i problemi, le sfide, le contraddizioni anche gravi che caratterizzano il grande paese asiatico. Ma intanto chiariamo il quadro storico. Agli inizi del Novecento la Cina era parte integrante del mondo coloniale che ha potuto spezzare le sue catene grazie alla gigantesca ondata della rivoluzione anticolonialista scaturita dall’ottobre 1917. Vediamo come si è ulteriormente sviluppata la storia. In Italia, in Germania, in Giappone, il fascismo e il nazismo sono stati il tentativo di rivitalizzare il colonialismo. In particolare la guerra scatenata dall’imperialismo hitleriano e dall’imperialismo giapponese rispettivamente contro l’Unione sovietica e contro la Cina sono state le più grandi guerre coloniali della storia. E dunque Stalingrado nell’Unione sovietica e la Lunga Marcia e la guerra di resistenza anti-giapponese in Cina sono state due grandiose lotte di classe, quelle che hanno impedito all’imperialismo più barbaro di realizzare una divisione del lavoro fondata sulla riduzione di grandi popoli a una massa di schiavi o semi-schiavi al servizio delle presunte razze dei signori.

 

Ma cosa succede ai giorni nostri? Come ho già detto, gli Usa stanno trasferendo in Asia il grosso del loro dispositivo militare. Sull’agenzia Reuter di ieri leggo che una delle accuse rivolte ai dirigenti di Pechino è quella di promuovere o di imporre il trasferimento di tecnologia dall’Occidente in Cina. Gli Usa avrebbero voluto mantenere il monopolio della tecnologia anche al fine di continuare a esercitare un dominio neo-coloniale; la lotta per l’indipendenza si manifesta anche sul piano economico. E dunque: rivoluzionaria non è soltanto la lunga lotta con cui il popolo cinese ha posto fine al secolo delle umiliazioni e ha fondato la repubblica popolare; non è soltanto l’edificazione economica e sociale con cui il Partito comunista cinese ha liberato dalla fame centinaia di milioni di uomini; anche la lotta per rompere il monopolio imperialista della tecnologia è una lotta rivoluzionaria. C’è l’ha insegnato Marx. Sì, la lotta per modificare la divisione internazionale del lavoro imposta dal capitalismo e dall’imperialismo è essa stessa una lotta di classe. Dal punto di vista di Marx è una lotta di emancipazione già la lotta per superare nell’ambito della famiglia la divisione patriarcale del lavoro; sarebbe ben strano se non fosse una lotta di emancipazione la lotta per porre fine a livello internazionale alla divisione del lavoro imposta dal capitalismo e dall’imperialismo, la lotta per liquidare definitivamente quel monopolio occidentale della tecnologia che non è un dato naturale ma il risultato di secoli di dominio e di oppressione!

 

Concludo. Ai giorni nostri vediamo il paese-guida del capitalismo immerso sì in una profonda crisi economica e sempre più screditato a livello internazionale; al tempo stesso esso continua ad aggrapparsi alla pretesa di essere il popolo eletto da Dio e ad accrescere febbrilmente il suo già mostruoso apparato di guerra e a estendere la sua rete di basi militari in ogni angolo del mondo. Tutto ciò non promette nulla di buono. E’ la compresenza di prospettive promettenti e di minacce terribili a rendere urgente la costruzione e il rafforzamento dei partiti comunisti. Io spero caldamente che il partito che oggi ricostruiamo sarà all’altezza dei suoi compiti.

 

Rimini, 29 ottobre 2011