Giuliano Prasca, un maestro che ci mancherà.

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prascaRiceviamo da Norberto Natali e volentieri pubblichiamo

GIULIANO E’ GIULIANO.

Ci siamo scambiati questa frase, poche ore dopo la sua scomparsa, con la vedova del compagno Prasca, parlando delle ultime settimane di malattia.

È vero: per tanti di noi è stato un maestro ed un esempio di forza, di saldezza e anche di saggezza. Sei o sette anni fa, organizzammo una visita di una folta comitiva di giovani e meno giovani alle Fosse Ardeatine. Lui ci fece da guida, ci raccontò di chi aveva disegnato il monumento, quale fosse il suo significato (ossia dare il senso fisico dell’oppressione che vivevano i romani), ci parlò di molti di quei martiri e delle vicende che precedettero e seguirono quella strage, l’unica del genere compiuta dai nazisti in una capitale europea.


Era nato a Roma nel 1932 e, come la sua famiglia, era molto radicato nell’antifascismo romano. Mi raccontò che quando era giovane, nel dopoguerra, vicino casa sua, era stata istituita una nuova linea tranviaria: tutte le mattine, molto presto, si svegliava di colpo spaventato, perché lo sferragliare del tram era uguale al rumore che facevano i cingolati tedeschi.

L’Unità fu il primo giornale (tra quelli non sportivi) ad avere una pagina dedicata allo sport: a quei tempi, altrimenti, si dovevano comprare due quotidiani. Giuliano cominciò ben presto a lavorare come cronista sportivo dell’organo del PCI, in particolare si interessava di pugilato.

Il giornalismo è stata -secondo me- la vera vocazione di Giuliano perché era un modo per conoscere a fondo la vita della gente, indagare la società anche nelle sue parti più recondite e seguirne, nel tempo, l’evoluzione. Nel fare ciò, a sua volta, contribuiva a modificare, in senso progressivo, la stessa realtà che raccontava, per esempio aiutando i suoi interlocutori a vedere i propri problemi in un contesto più generale, a capire come essi fossero comuni a molti altri, a cercare il modo per risolverli collettivamente.

Insomma, un mestiere fatto apposta per un comunista! Se lo si faceva come intendeva lui, consumandosi le scarpe (diceva così) a girare per le periferie e parlare con la gente, non stando chiusi negli uffici, tra note di agenzia e computer.

Decenni dopo, finita l’esperienza di consigliere comunale, riprese a tempo pieno quella vecchia vocazione. Prima divenendo presidente della cooperativa di giornalisti (ve ne erano molti che furono nei decenni successivi punti di riferimento per l’opinione democratica e progressista) che cercò di rilanciare la vecchia, gloriosa testata di sinistra romana, il Paese Sera, e dopo il competente redattore del TG3 del Lazio. In questa veste, fino all’età della pensione, continuò a raccontare la periferia di Roma in modo sapiente. Non c’era bisogno di essere faziosi o di parte, lui sapeva far parlare i fatti e da ciò gli spettatori potevano liberamente trarre i propri giudizi. In seguito, continuò ad alimentare questa sua vocazione collaborando con alcune radio private.

Anche lo sport fu un’altra grande passione di Giuliano, vissuta a modo suo, ossia da comunista. Nel dopoguerra, il pugilato era uno sport più praticato e soprattutto seguito rispetto ad oggi, era la disciplina delle zone e delle categorie più povere della città e Giuliano seppe intrecciare la sua attività con questo mondo, un rapporto che durò nel tempo, fin quando -tra l’altro- scrisse il soggetto di un film: “Pugni di rabbia”.

Fu girato nel 1990 a Casal Bruciato (delle riprese furono fatte anche dal balcone di casa mia) e credo fu il primo film che lanciò l’attore Ricky Memphis al cinema. In quel caso, si combinarono tra loro l’anima sportiva e quella di giornalista.

Alla fine degli anni ‘60 divenne presidente della UISP (Unione Italiana Sport Popolare) di Roma e con tale compito continuò il suo impegno nella periferia, nelle borgate, promuovendo l’attività sportiva a favore delle famiglie proletarie, dei figli dei lavoratori e facendo dello sport una leva della lotta per l’elevazione della qualità della vita e per lo sviluppo della socialità in queste parti di Roma.

Fu lui ad inventare “Corri per il verde”, all’epoca un’iniziativa nuovissima, originale, che coniugava l’esperienza sportiva con le lotte sociali e la sensibilità ambientale (ecologisti e “verdi” erano ancora molto lontani, all’epoca). Questa battaglia dilagò e fu duratura: in tutti gli angoli della periferia, anche più volte all’anno si promuovevano edizioni di “Corri per il verde”, per lo più legate a specifiche rivendicazioni locali, quasi sempre per la realizzazione di parchi e giardini, per l’espansione del verde pubblico la cui superficie procapite vedeva Roma ultima tra le città europee. La passione che oggi hanno tanti romani per le corse e le maratone di massa, l’attuale fiorire di tante di queste, hanno le loro radici in “Corri per il verde”.

Come si è già capito, Giuliano Prasca era -prima di tutto- un comunista. Fu sempre militante (e dirigente) esemplare del Partito, negli anni ‘60, per fare un solo esempio, fu responsabile della Tiburtina (la parte più rossa ed operaia della capitale) e da quel momento centinaia di compagni di quella zona (come altri di tutta Roma) lo hanno considerato -e lo considerano- un maestro, sempre.

Egli, pur con il suo carattere riservato e schivo, disciplinato, sprezzante della boria, del narcisismo, del carrierismo, si conquistò continuamente e crescentemente la stima e la fiducia di una massa sempre più numerosa non solo di militanti comunisti ma di donne e uomini della periferia, edili, lavoratori di ogni categoria, famiglie difficili, realtà che ritroviamo anche nelle opere di Pasolini, di poco precedenti.

Il suo prestigio, il radicamento tra le masse, era tale che, quando serviva, veniva spontaneamente difeso e sostenuto dal popolo. Ci furono anni molto difficili per il Partito, come quando egli fu assessore alla casa della capitale, c’erano gruppi che lo minacciavano, che erano soliti provocare o aggredire le manifestazioni o le sedi dei comunisti. Per fare un solo esempio, mi ricordo a Casal Bruciato, in situazioni particolarmente tese e conflittuali, quando arrivava Prasca (oltre ai soliti compagni) lo circondavano almeno altre 40 o 50 persone del quartiere la cui presenza suggeriva anche agli anticomunisti più accaniti di stare molto alla larga e ciò capitava un po’ in tutti i quartieri proletari.

Ancora recentemente mi ha raccontato con lucidità vicende riguardanti famiglie di Tiburtino III o San Basilio e lo stesso vale per tante altre zone, anche per Nuova Ostia!

Nel 1971 fu eletto consigliere comunale di Roma con diverse migliaia di preferenze. La quantità di queste ultime, però, non restituisce la dimensione della popolarità e del prestigio del compagno Prasca. Nel PCI il personalismo e l’elettoralismo erano visti come il fumo negli occhi, addirittura -oggi si stenta a crederlo- era proibita la campagna elettorale personale. Alcuni candidati, nel corso del tempo, subirono sanzioni disciplinari per il sospetto di essersi fatti propaganda da soli, era addirittura molto grave stamparsi i bigliettini con l’indicazione del proprio nome da votare. Gli organismi del Partito, democraticamente, dopo diverse riunioni ed assemblee capillari (per fortuna non c’erano i “referendum” su internet) che coinvolgevano tutti gli iscritti, stabiliva per ogni candidato un certo numero di sezioni le quali, nello svolgere la propria campagna elettorale, dovevano anche sostenere il voto di preferenza per la compagna o il compagno indicati.

Sotto il profilo della disciplina di Partito, del disinteresse personale, della correttezza dei costumi, la parola che più di ogni altra mi viene in mente (pensando a lui) è che Prasca è sempre stato un “vero signore”, tanto esemplare e sobria è sempre stata la sua condotta, anche in momenti molto difficili o imprevedibili. Pertanto, da candidato non fece mai nulla per procurarsi più voti di preferenza, si affidava alle sezioni (di quartiere o di fabbrica) che dovevano sostenere la sua candidatura.

Ciò non toglie che nelle zone nelle quali era indicato, riceveva legittimamente molte più preferenze di quante ne avrebbe prese un altro compagno al suo posto.

Capitava che molti lavoratori o anche “baraccati” (all’epoca c’era questa categoria tra il proletariato e il sottoproletariato romano) votavano per il Partito proprio perché lui era candidato: Prasca i voti li “portava” diversamente da candidati e dirigenti di epoca più recente!

Fu rieletto consigliere nel 1976 e lo incontrai verso le 2 di notte del 22 giugno sulla piazza del Campidoglio. Fu la notte della grande vittoria elettorale. Roma era tutta invasa da una folla di vecchi, di lavoratori, di donne, di giovani e ragazzini che festeggiavano: piazza Navona era piena, come piazza Venezia e san Lorenzo e Trastevere e le zone adiacenti. C’era molta più gente di quanti fossero gli iscritti al PCI della capitale (circa 35.000).

Salimmo la scalinata che portava alla sede del comune in migliaia, cantilenando tutti insieme: “senza pasta e senza ojo, semo arivati ar Campidojo”. Ce lo aveva suggerito Pajetta, che guidava quel corteo ed era una scanzonata allusione alle miserabili regalie che i democristiani (e altri) distribuivano agli elettori più poveri nell’inutile tentativo di evitare la sconfitta.

Così nacque la giunta rossa guidata prima dal professor Giulio Carlo Argan e poi dal compagno Petroselli. Fu una vera giunta del “cambiamento” che ebbe riscontro in tante piccole cose.

Prasca ebbe il compito delicatissimo di assessore alla casa, questione cruciale all’epoca, direi uno dei punti più alti della lotta di classe a Roma. Si trattava di combattere la tracotanza e l’impressionante potenza dei “palazzinari”, di contrastare la speculazione e l’abusivismo che avevano devastato la capitale d’Italia provocando scandali a ripetizione, bisognava porre fine all’ingiustizia e alla miseria di decine di migliaia di famiglie che vivevano nelle baraccopoli e di un numero ancor maggiore che viveva in condizione di emarginazione e degrado nelle tipiche borgate che cinturavano la città. Ci voleva la fermezza, la determinazione e l’incorruttibile affidabilità -nonchè la competenza e la maturità politica- di un compagno come Prasca per sostenere vittoriosamente una sfida del genere.

Fu subito scontro con i palazzinari, a cominciare dal “capondranghete” (come si dice a Roma) che era il vecchio Caltagirone. Si credeva (in un certo senso a ragione) il padrone di Roma, andava in Campidoglio quando gli pareva, entrava dove voleva per dire o fare quanto gli serviva. Dopo l’insediamento dell’assessore Prasca, per la forza dell’abitudine, fece lo stesso e si recò nel suo ufficio ma lui lo fece allontanare da un vigile e lo costrinse a fare la fila in anticamera: Prasca, prima, ricevette tre o quattro baraccati e borgatari che erano andati lì per parlargli.

Durante la gestione di Giuliano non fu certo questo il guaio peggiore che capitò al patriarca dei palazzinari! Prasca ripeteva spesso che la differenza tra un campionato di calcio e la capitale era che Roma, oltre al girone di andata e di ritorno, aveva anche il Caltagirone che stava sempre in mezzo.

Ripensare a questa storia mi provoca un’onda di amarezza e di tristezza nell’apprendere che un mio vecchio amico, un caro compagno della FGCI, ora assessore, è stato “pizzicato” da un’inchiesta giudiziaria (spero infondatamente) quando si è recato, recentemente, da un altro grande costruttore delinquente a chiedere un posto di lavoro per il figlio.

L’amarezza diventa rabbia, però, quando sento qualcuno pretendere che questi qui siano una sorta di prosecuzione (se non di filiazione) del compagno Prasca e del suo Partito!

In ogni caso, la sua giunta fu quella che eliminò da Roma le baracche, assegnò decine di migliaia di case popolari, combattè ogni tipo di speculazione distruggendo le baraccopoli e facendo sorgere al loro posto -come al borghetto Prenestino- dei grandi parchi. Fu in questo quadro che nacque anche Nuova Ostia, oggi così famigerata. Contemporaneamente, le grandi masse emarginate nelle borgate cominciarono ad avere servizi ed interventi finalizzati alla qualità della vita.

Prasca era appassionato di urbanistica -ancora oggi era molto competente e ha fatto pubblicamente delle proposte molto sagge anche sulla stucchevole questione del nuovo stadio- ma da comunista: cioè la intendeva (se così posso dire) come “scienza” dell’organizzazione civile della socialità, della partecipazione di massa e della costante elevazione della qualità della vita. Furono quelle giunte, per esempio, che stabilirono una convenzione per cui i privati, se volevano aprire dei centri o degli impianti sportivi, dovevano concederne l’uso gratuito, in alcune fasce orarie, a scuole e polisportive locali.

Scaduto il secondo mandato consiliare, nel 1981, il compagno Prasca non volle più alcuna candidatura (avrebbe potuto divenire anche parlamentare senza difficoltà) né incarichi specifici di Partito. Ciononostante, continuò ad essere militante assiduo e -siccome veniva molto richiesto- continuò sporadicamente a fare comizi o interventi in manifestazioni pubbliche del PCI.

Nei decenni successivi, toccando sempre di sfuggita l’argomento (non ci piaceva parlarne), ho avuto l’impressione che quella specie di “raffreddamento” fosse dovuta a ragioni che comprendevo benissimo (era capitato anche a me come a tanti altri): cominciava ad esserci qualcosa -nella vita del Partito- che lui sentiva estranea, non conseguente con la sua storia e la sua natura, precursore di danni e guai di cui, però, si era purtroppo ben lontani dal prevederne la reale e sconvolgente portata.

La parte (assai ampia, ventotto anni) della vita di Giuliano Prasca successiva allo scioglimento (se vogliamo chiamarlo così) del suo Partito è stata simile -in buona sostanza- a quella della vera, grande maggioranza dei militanti e dei quadri storici del PCI: non abbiamo riconosciuto la sua continuità in alcuna delle varie organizzazioni che si sono succedute dopo.

In altri termini, solo una minoranza di “noi” ha realmente aderito e partecipato attivamente alle formazioni politiche sorte in seguito a quello scioglimento. Tale minoranza si è ulteriormente ridotta nel tempo man mano che alle prime si succedevano altre formazioni o evoluzioni (o involuzioni, secondo i punti di vista) di esse.

La passione politica di Giuliano non si è “trasferita” verso alcun’altra forza successiva al PCI, tuttavia ciò non significa che egli si sia disinteressato della lotta politica né delle turbolente vicende sociali e storiche che ci hanno accompagnato fin qui. Partecipando comunque -sostanzialmente da “senza partito”- a tali vicende, egli (come tanti di noi) ha sostenuto questa o quella battaglia programmatica, avvicinandosi perciò, sia pur temporaneamente e per motivi specifici, a questa o quella forza di sinistra: generalmente questo avvicinamento e le esperienze che ne scaturivano, provocavano più delusione e scetticismo di prima.

Mi limito ad un solo episodio. Una domenica mattina di ventidue anni fa uscii da casa ed ebbi il piacere di incontrare Giuliano nella piazza vicina: ci salutammo cordialmente come al solito e chiacchierammo qualche minuto; siccome dovevo andare da qualche parte, fui costretto a lasciarlo presto. Solo tempo dopo mi resi conto che lui era candidato indipendente per un partito di sinistra, per le elezioni comunali che si sarebbero svolte di lì a poco: neanche me lo aveva detto!

Per questo particolare ed eccentrico rapporto tra i vecchi militanti comunisti e le forze di sinistra dell’ultimo quarto di secolo, molti potrebbero dare tante diverse spiegazioni, anche interessanti, in ordine a motivi di carattere ideologico, politico, tattico e di altro genere ma -per quanto sia difficile spiegarlo per chi non lo vive- in ultima analisi la ragione più profonda è un’altra e l’ho già accennata poco sopra. Per essere sbrigativo potrei dire che è etica e morale, nel senso della celebre “questione morale” dispiegata in tutte le sue possibili declinazioni. Potremmo anche essere d’accordo sul piano ideologico o su quello programmatico o sulla collocazione parlamentare con una delle attuali forze di sinistra ma c’è qualcosa nel loro modo di essere (un intellettuale direbbe che c’è una ragione ontologica), c’è qualcosa nella personalità dei dirigenti, nella vita interna, nella composizione e nella natura di classe di esse che a “noi” le rende estranee, ci allontana, suscita la nostra diffidenza, non ci risultano credibili.

Potremmo anche appoggiarle o votarle qualche volta, tuttavia non faremmo mai per loro quel che abbiamo fatto per il PCI e tanto meno quel che saremmo stati disposti a fare per esso, in caso di necessità.

È in questo quadro che Giuliano ha finito per “fiancheggiare” (il termine è volutamente provocatorio ed ironico) Iniziativa Comunista, pur continuando a coltivare -e lo fece bene- rapporti con altre forze di sinistra e con tante compagne e compagni. Questo relazione con IC era un’assoluta novità per la formazione e l’esperienza storica di Giuliano: per la sua cultura politica noi potevamo apparirgli, in primo luogo, “gruppettari” ed estremisti.

Le prime volte accettò di incontrarci o partecipare a nostre manifestazioni soltanto perché glielo chiedevamo io, Leone, il figlio del “Pennellone” di Tiburtino III, ecc. Inizialmente, con la franchezza fraterna e trasparente che ha sempre contraddistinto i nostri rapporti da compagni, ci disse chiaramente (con la sua irriducibile onestà) che non condivideva certe nostre scelte o indicazioni: ma a noi ciò non interessava, perché i suoi meriti, il valore del suo apporto andavano ben aldilà della condivisione di singole decisioni pro tempore. Poi, piano piano, conoscendoci meglio al nostro interno, seguendo le nostre posizioni ed iniziative -soprattutto osservando come andavano degradandosi altre componenti della sinistra- si “sciolse”, partecipò con maggiore disponibilità ed assiduità, accettando tutti i nostri inviti, sempre.

Per ragioni ideologiche, politiche, strategiche? Forse ci sarà stata qualcuna di queste o qualche altra ma soprattutto, almeno così credo, per le motivazioni che ho già accennato sopra, per semplicità quelle etiche e morali (o ontologiche, come continuerebbe a dire un intellettuale). Quello che certamente lo “convinceva”, piuttosto che eventuali ragioni politiche, ideologiche, ecc. era il nostro modo di essere e di fare, l’origine e la natura di classe della nostra piccola compagine. Egli vedeva in noi un certo riverbero dei valori e della vita interna che fu del PCI, diversamente da quanto gli appariva in altre forze. Più di una volta arrivò a confidarmelo, gli capitò di dire quasi casualmente, sommessamente, frasi come “se non ci foste voi...” oppure “se non fosse per voi...”.

Fu per questo che quando si scatenò la vergognosa montatura dei ROS contro Iniziativa Comunista, quando il 3 maggio 2001, fin dall’alba, la stampa e la radio tv lanciarono in modo martellante (come si è fatto per la cattura di Riina e Provenzano o per certi gravi attentati terroristici islamici) il linciaggio mediatico contro i “terroristi” di Iniziativa Comunista, Giuliano non ebbe esitazioni, non attese un solo attimo. Anche perché era un esperto giornalista nonché un dirigente politico di antica data.

I pochi compagni non arrestati, non fermati, non sottoposti ad interrogatorio che erano rimasti nella sede del Quarticciolo (messa sottosopra dalle perquisizioni) lo videro con sorpresa -io non mi meravigliai, però, quando in seguito lo seppi- arrivare da solo, con la sua consueta calma e fermezza, nella nostra sede. Quel giorno molti si dimenticarono di noi, esponendosi al ridicolo se oggi raccontassi chi e come. Ma Giuliano è Giuliano, come mi ha detto la vedova.

Egli ci “salvò”: i nostri compagni, inesperti -di fronte ad una bolgia di giornalisti (anche di grande fama ed esperienza) che si accalcavano nella nostra sede, disorientati dalle bugie spacciate dai ROS e alcuni prevenuti ed intenzionati a metterci “in trappola” (mediaticamente)- non sarebbero riusciti ad affrontare quella sfida, considerando anche la grande tensione cui erano sottoposti e la difficoltà e la complessità dei compiti che li aspettavano.

Giuliano, quasi fosse un modesto gregario, diede i consigli giusti ed intervenne egli stesso nella conferenza stampa e così ci permise di superare quella prova. Lo stesso fece in tante altre occasioni. Nessuno sa, per esempio, che egli mi aiutò molto nei sei mesi precedenti quell’arresto quando ero impegnato come candidato nell’imprevedibile e straordinaria campagna elettorale per le politiche nel crotonese. Mi diede i consigli giornalistici più appropriati (a volte perfino gli indirizzi e i recapiti) per denunciare alla stampa e alla tv lo sfruttamento e l’oppressione di quella parte della Calabria, le ingiustizie che venivano consumate, da quelle a danno degli operai della Pertusola fino al mancato pagamento dei salari degli operai idraulico-forestali della Sila.

Così come pochi sanno che Giuliano è stato il “suggeritore” di alcune delle parole d’ordine o delle manifestazioni più originali di Iniziativa Comunista.

Per me è stato un maestro per quasi mezzo secolo. In primo luogo, con il suo esempio. Sempre rigoroso, direi professionale nel senso che ogni impegno (senza alcuna differenza o gerarchia) andava affrontato con la massima preparazione, per ottenere il miglior risultato come se la credibilità e il prestigio della nostra stessa causa dipendesse da quello. Presentarsi impreparati, abbandonarsi all’improvvisazione, alla cialtroneria in una qualsiasi prova non era solo una brutta figura personale ma soprattutto una sorta di svilimento, di screditamento dei nostri ideali, della nostra storia.

Non è mai stato fazioso ma sempre preciso e coerente, profondo. Ha dimostrato che è inutile ottenere il consenso degli altri perdendo il proprio in se stesso. Bisogna sapersi applaudire da soli, ossia essere convinti della propria coerenza tra fatti e parole, tra pensiero ed azione, perché abbia un valore la ricerca, e la conquista, del plauso degli altri. Se si scende a compromessi con la propria coscienza, se si tradisce moralmente la propria causa e la propria identità per conseguire l’apprezzamento altrui, si sbaglia vita. Perciò è inutile il carrierismo, la furbizia del politicantismo e del personalismo, tanto dilaganti oggi, se poi per esempio in tarda età non possiamo dirci, di fronte alla nostra coscienza e alla memoria, che siamo stati veramente quello che abbiamo fatto credere alla gente di essere, quello per cui siamo stati applauditi e dal quale, magari, abbiamo tratto benefici e vantaggi.

Giuliano ha sempre saputo di essere quello che gli altri pensavano che egli fosse, di aver sempre fatto quel che ha detto. Questo allora da un valore profondo ed incrollabile alla stima e al prestigio di cui gode e al cordoglio che così largamente si manifesta in questi giorni.

È stato un maestro, però, anche direttamente, parlandomi e “occupandosi” di me e della mia formazione. È stato lui che mi ha spiegato il centralismo democratico, dicendo semplicemente che la vera democrazia si realizza nell’autodisciplina, che quando si parla (per esempio nel Partito) bisogna “sapersi pesare”, un modo molto originale e creativo per evocare l’autocritica. Questo concetto mi suscita un’irresistibile, amara ironia pensando a certi dirigenti della sinistra o dei movimenti attuali: si “pesano”?

Mi ha fatto capire che progresso e sviluppo (oggi sarebbe più appropriato dire “crescita”) non sono affatto sinonimi, anzi, in quest’epoca possono essere in contraddizione.

Soprattutto ha saputo sempre spiegarmi bene l’analisi della città, capire come interpretare i movimenti ed i processi che la riguardano, individuare le manovre degli speculatori e dei politicanti corrotti ed elaborare obiettivi e rivendicazioni nel modo più conforme alla sua personalità, ossia con rigore e con organica coscienza di classe. Per non proseguire oltre, penso che in futuro bisognerà ritornare su quanto egli ha contribuito alla nostra consapevolezza e crescita politica.

Una volta -mentre parlavamo di temi di fondo- mi disse “non ho ancora sentito nessuno dire che Roosevelt era un imbecille e che Churchill era un cretino… Allora qualcuno dovrebbe spiegarmi perché hanno voluto allearsi con Stalin!” Aveva questa capacità, direi artistica, di spiegare in modo succinto e con tagliente ironia da che parte era schierato e perché.

In conclusione, Giuliano è stato un comunista, sempre. A suo modo, è stato coerente con il principio che i comunisti devono esortare tutte le persone semplici a non togliersi il cappello quando passa il padrone. Ha sempre parlato male dei palazzinari, dei capitalisti, degli speculatori e dei politicanti corrotti che ne sono servi. Non mi ha mai parlato male della gente del popolo, non è stato mai sprezzante nei suoi confronti, non l’ha mai sentita nemica: degli operai, dei disoccupati, dei piccoli artigiani si interessava solo per metterne in luce i meriti e i diritti e per denunciare le ingiustizie e le oppressioni che subiscono.

C’è un aneddoto che racchiude la sua storia e la sua personalità: è quello per cui scrisse -forse quarant’anni fa- un articolo titolato “la vita orizzontale”. Nel periodo più “incandescente” del suo assessorato, nel pieno dell’abbattimento delle baracche e dell’assegnazione delle case popolari, lui andava di persona a trovare la gente che cominciava una nuova vita, a parlare con le famiglie e verificare come andavano le cose.

Una mattina presto, in una via dove erano stati consegnati centinaia di appartamenti, vide un suo conoscente che dormiva nella propria auto parcheggiata sotto casa. Rimase molto sorpreso, gli bussò sui vetri e lo svegliò, chiedendogli preoccupato “perchè stai qui? Che è successo?”; e quello gli rispose che tutta la vita l’aveva passata nelle baracche: ora siccome l’appartamento dove viveva la sua famiglia era al sesto piano, lui si trovava a disagio, forse aveva paura, perciò la notte lasciava i suoi e dormiva in auto. Prasca, senza riflettori né grancasse, completava veramente così il suo ruolo di assessore e di comunista (la sua popolarità non era casuale) mentre oggi, una cosa del genere, sarebbe una pura ipocrisia scenica del teatrino politico, fatta “una tantum” dai più noti politicanti per sembrare quello che non sono… e non mi riferisco solo a Salvini!

Tra noi, con naturalezza e spontaneità, ci siamo sempre comportati da comunisti, non in senso ideale ma quasi come se il Partito ci fosse ancora. Appena l’altro anno mi ha parlato di chi sospettasse fosse una spia e nel corso degli ultimi anni mi ha confidato -con molto rincrescimento- qualcosa sui politicanti corrotti che hanno fatto carriera e soldi prostituendosi ai costruttori e ad altre fazioni della grande borghesia.

Ancora l’anno scorso, il 21 gennaio, è stato (per l’ennesima volta) oratore alla manifestazione che abbiamo organizzato per l’anniversario della fondazione del PCI. Non ha perso l’occasione per darci la “linea”, ossia indicare con concreta e sintetica semplicità la battaglia da svolgere: quella contro l’indifferenza e la rassegnazione, ha detto. Comunque la vogliamo mettere, da qualsiasi angolazione vogliamo partire, non c’è alternativa: è proprio quella la lotta di oggi.

Ha concluso il suo discorso con la seguente metafora. Se vi avvicinate a due edili che stanno lavorando ad un muro e chiedete cosa stanno facendo, uno risponderà “stiamo alzando un muro” ma l’altro dirà “stiamo costruendo una città”: questo è il comunista!

Giuliano vivrà, anche perché in molti, ancora a lungo, faremo come lui e quello che lui ci ha trasmesso.

Alla fine, si uscirà dalla triste spirale che stiamo vivendo di aridità e squallore solo riprendendo la prospettiva, la causa e il Partito che vengono resi credibili da tante vite come quella di Giuliano. Allora, avendo anche lui come “muro”, sarà costruita la città futura!