Cambiare il mondo, cambiare noi

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di Stefano Barbieri

Il compagno Stefano Barbieri partecipa al confronto aperto nel nostro sito sul ruolo e le prospettive dei comunisti in Italia

La costituente del nuovo soggetto comunista che si concretizzerà con il congresso di fine Giugno 2016 si svolge all’interno di un quadro politico, economico e sociale che credo sia necessario considerare nella sua verità oggettiva, senza inutili scorciatoie utopistiche.

Più che di declino, parola che abbiamo usato per molto tempo,  credo che si debba parlare di fine della sinistra che abbiamo conosciuto e nella quale abbiamo militato nel secolo che è passato. Dentro a questa “fine”, i comunisti ovunque collocati, stanno ancor peggio del resto della sinistra.

Lo dico chiaramente, forse brutalmente, perché sono convinto che sbaglieremmo di grosso se volessimo tentare di rianimare gli insignificanti e non incidenti (come dimostrano anche gli ultimi dati elettorali) resti dei comunisti, che sono sopravvissuti sino ad ora: non faremmo che prolungarne l’agonia. Peggio faremmo se provassimo a far nascere qualcosa che fotocopiasse, riprendendo nome e simbolo, una storia anche gloriosa che ha segnato i destini dell’Italia e non solo, ma che inevitabilmente non tornerà più; nascerebbe morta.


Il mondo è radicalmente cambiato ed una sinistra come quella, un partito comunista come il PCI che ha segnato il novecento, non è riproponibile, è superata, e forse manco servirebbe.

Al fine di evitare fraintendimenti: di un partito comunista, di una sinistra di classe c’è un disperato bisogno.

Non è infatti che le classi siano scomparse; tutt’altro; ma si sono scomposte e ricomposte altrimenti. Non è che la lotta di classe non vi sia più: è ben presente, eccome; ma è combattuta da una parte sola (con una veemenza maggiore di prima e con forme e mezzi anche nuovi). Ma non c’è l’altra parte che si contrapponga.

Ma va fondato un partito nuovo, che operi dentro una sinistra unitaria, all’altezza dei tempi, capace di “leggere” il mondo come è oggi, comprenderne le logiche e le dinamiche dominanti, individuare ed organizzare i soggetti che possono essere oggi protagonisti di cambiamenti in seno alla società; un partito in grado di escogitare forme e mezzi di lotta che possano incidere sull’attuale contesto economico e sociale. Analisi di classe e blocco sociale di riferimento, questo va fatto.

Ricordiamo l’insegnamento di Marx: studiare la realtà, le sue importanti novità: progresso tecnico e trasformazione dei processi produttivi, globalizzazione, sfruttamento della forza lavoro dei paesi dove costa pochissimo. Siamo di fronte al più massiccio attacco al valore della forza lavoro e al potere di quella che chiamavamo classe operaia (il Job Act, le delocalizzazioni, la riforma delle pensioni, tutti argomenti di cui mille volte abbiamo già parlato)  e, contemporaneamente, alla crisi dei sindacati e dei partiti che una volta potevano dirsi di sinistra.

L’attacco alla costituzione repubblicana nata dalla Resistenza, dipinge uno scenario futuro che cancella l’essenza stessa dell’antifascismo sulla quale si fondò, il combinato disposto delle riforme costituzionali e della legge elettorale denominata Italicum, sono un concentrato devastante che ridefinirà l’idea della democrazia nel suo concetto di fondo.

Sarà un altro Paese quello che nascerà, costruito sulla distruzione della Costituzione e la cancellazione dello stato di diritto, dei diritti e del lavoro.

Da questi due elementi (difesa della Costituzione e rappresentatività del mondo del lavoro salariato) occorrerà ripartire.

Ma non basterà enunciarli, come pur parzialmente fatto nelle tesi, vanno studiati, analizzati, compresi nella loro complessità.

Nuovi soggetti si sono affermati senza trovare rappresentatività: ol capitale, per meglio aderire ai cambiamenti prodottisi nella logica dell’accumulazione e nei modi di produrre, si è avvalso per esercitare il proprio comando non più esclusivamente e poi nemmeno prevalentemente del rapporto di lavoro dipendente, ma anche di altre forme contrattuali: a partire dagli anni ottanta, l’utilizzo anche per prestatori e prestatrici d’opera del “rapporto coordinato e continuativo” (inizialmente configurato solo in riferimento ai soci, amministratori e sindaci di società) dette luogo alla comparsa del “lavoro parasubordinato” e dette avvio alla stagione dei “contratti atipici”. Nacquero i “nuovi soggetti”, quasi sempre più sfruttati ed alienati dei “lavoratori dipendenti”.

Noi, i comunisti, non abbiamo compreso la natura e di conseguenza non abbiamo riconosciuto queste nuove figure di lavoratori come soggetti della cui rappresentanza e tutela dovevamo farci carico insieme a quelle dei lavoratori dipendenti. Ci è mancato il passaggio dalla “centralità operaia” alla “centralità dei lavoratori”.

La società si è evoluta ed è divenuta più complessa. Nuove contraddizioni sono emerse ed hanno dato vita a nuovi movimenti: in primo luogo la contraddizione di genere, maschio/femmina; e poi quella ambientale, produzione/ambiente; quindi quella pacifista, guerra/pace. Che si sono andate ad aggiungere, forse in “sottostruttura” a quella capitale/lavoro intorno a cui la sinistra si era originariamente formata. Si deve provare ad intrecciarle tutte per farle interagire tra loro ed ottenere nuove chiavi di lettura della società e nuovi più adeguati orizzonti di lotta ed indirizzi politici? Forse si.

La questione sindacale, il ruolo della sua rappresentanza, merita grande attenzione: capire come porsi in un contesto che ha cambiato profondamente il sindacato, fin nella sua natura, senza mettere sbrigativamente insieme federali ed extraconfederali, ma indicando il campo nel quale provare a giocare una partita, dopo averla compresa.

E poi il contesto internazionale in un mondo globalizzato non nei diritti, ma nello sfruttamento e nella povertà dei popoli. Il passaggio dal bipolarismo mondiale ad una nuova forma di imperialismo neo coloniale ci impone una scelta netta contro l’Europa e attenta ai Paesi denominati per brevità BRICS: anche questa condizione va studiata, aggiornata, capita.

Il processo costituente è, quindi, un po’ più complesso del solo ritorno a nomi e simboli di cui ho già detto.

Esso deve essere aperto, inclusivo e non esclusivo e qui, mi si permetta, sta una prima grande crepa che, quando il metodo si fa merito, rischia di essere l’unico risultato certo. Se una barca affonda in mare aperto, si chiama tutti a remare per provare a salvarsi, anche quelli che pensavano che la barca avesse mille falle.

Le tesi sulle quali si costruì il congresso precedente (non 30 anni fa) presero spunto da un libro scritto a sei mani che si chiamava Ricostruire il Partito Comunista. Oggi, seppur con diverse motivazioni, nessuno degli estensori di quel testo è partecipe del processo costituente.

Io ho riflettuto molto su questa condizione e invito tutti a fare altrettanto. Questi errori vanno sanati, qui e ora, prima che sia troppo tardi per tutti noi.

In ultimo: una nuova classe dirigente di comunisti e comuniste va costruita per essere all’altezza della sfida di questo tempo. Non certo per una ridicola ventata rottamatrice in nome della modernità, ma perché noi (quelli come me e ancor più chi anagraficamente ne ha più di me) portiamo sulla schiena decenni, ormai, di scontri, conflitti interni, rotture e, spesso, errori.

Se si apre una nuova stagione per i comunisti, giusto sarebbe dedicarci all’accompagnamento del processo, allo studio e all’analisi di quanto dicevo prima e mettere il tutto a disposizione del progetto complessivo, aiutando una nuova generazione, formata da nuovi quadri, a cimentarsi con una scommessa di per sé immensa.

Se ci proponiamo di costruire qualcosa che provi a rispondere a tutto questo, allora ha senso provarci. Altrimenti verrebbe da usare una frase vecchia di 2000 anni, ma tuttora attuale: lasciate che i morti seppelliscano i morti.