Empoli, 5 giugno 2012 - C'è sempre una luce in fondo al tunnel

E-mail Stampa PDF

empoli 050612

 
LE RELAZIONI DEL DIBATTITO DEL 5 GIUGNO

Martedì 5 giugno si è svolta a Empoli un’interessante iniziativa, promossa dalla locale Sezione “Abdon Mori” del PdCI, per discutere della crisi, delle misure antipopolari del Governo Monti e delle conseguenze che queste hanno sui lavoratori, sulla vita quotidiana e le prospettive future di giovani e meno giovani. Il titolo, volutamente provocatorio, era lapidario: “C’è sempre una luce in fondo al tunnel, speriamo non sia un treno”. Naturalmente il treno è lo sconvolgimento delle nostre vite per mancanza non solo di lavoro, ma di qualità e sicurezza del lavoro ed è anche l’impoverimento e mercificazione sempre maggiore della scuola, della cultura e della ricerca, l’estirpazione della possibilità di un miglioramento dell’esistenza individuale e collettiva dalla coscienza delle persone.

Ne abbiamo parlato insieme in questo riuscito appuntamento, tra compagni e cittadini non rassegnati, riflettendo su come dare il nostro contributo all’avvicinamento e al rilancio unitario, non semplice ma possibile e indispensabile, delle esperienze comuniste e di sinistra che, soprattutto a livello giovanile, stanno registrando una insufficiente ma promettente ripresa.

Le relazioni sono state esposte da Ambra Roncucci (coordinatore provinciale di Firenze della FGCI), Diletta Gasparo (coordinatore provinciale di Firenze dei GC), Maurizio Brotini (della CGIL fiorentina) e Lucia Mango (segretario regionale toscano del PdCI).

RELAZIONE DI AMBRA RONCUCCI (COORDINATORE PROVINCIALE DI FIRENZE DELLA FEDERAZIONE GIOVANILE COMUNISTI ITALIANI, FGCI)*

ha messo in risalto la mobilitazione condotta dalla Federazione della Sinistra (soprattutto con la petizione per la difesa ed estensione dell’art. 18 e la manifestazione nazionale del 12 maggio). Ha sottolineato come, con la manomissione dell’art. 18, si ritorni alla situazione precedente all’entrata in vigore dello Statuto dei Lavoratori. Inoltre, i 46 profili contrattuali attualmente esistenti mirano a spezzare ogni possibile unità del mondo del lavoro. In questo quadro la sinistra non deve limitarsi a difendere il reddito ma deve rilanciare la lotta per il lavoro come fattore di dignità della persona.

La CGIL, continua Ambra, ha sempre cercato di combattere il precariato, ma è rimasta indietro rispetto all’evolversi della situazione. Nonostante tutto quel che sta accadendo non ha ancora proclamato uno sciopero generale. Solo il segretario della FIOM Landini lo ha chiesto fin dal principio.

L’entusiasmo generato dalla nostra manifestazione del 12 maggio e dalle altre iniziative, sostiene, calerà se riproporremo i soliti vecchi schemi di alleanza con chi è corresponsabile delle leggi che hanno aperto la strada alla precarizzazione.

Il Governo Monti, che segue le direttive della BCE, si regge sull’appoggio del PD.

Noi dobbiamo puntare a rientrare in Parlamento, ma costruendo un fronte rivoluzionario con chiari obiettivi di trasformazione sociale, che ci permetta di riconquistare la forza perduta negli anni. “La barbarie c’è già, adesso ci vuole il socialismo”, conclude la compagna Ambra Roncucci.

RELAZIONE DI DILETTA GASPARO (COORDINATORE PROVINCIALE DI FIRENZE DEI GIOVANI COMUNISTI, PRC)

Sottolinea che le questioni relative alla flessibilità e alla precarizzazione del rapporto di lavoro sono centrali. La prospettiva, per un giovane, di emanciparsi dalla famiglia, sta diventando sempre più un’utopia.

Stiamo vivendo una situazione politica molto delicata. La frattura tra capitale e lavoro sta tornando alla ribalta. Dobbiamo rilanciare il principio che il lavoro deve essere un mezzo di realizzazione del cittadino.

Specialmente negli ultimi anni stiamo assistendo ad una ripresa di attivismo politico da parte di avanguardie giovanili, ma la maggioranza dei ventenni di oggi non è consapevole dei propri diritti. Dobbiamo estendere questa consapevolezza, sottolinea la compagna Diletta.

Sbaglieremmo, continua, se pensassimo di dover rincorrere tutti i movimenti, che nascono come funghi. Non è accodandosi a tutto quel che si muove che riusciremo a proporre un’alternativa. Una realtà come il Movimento 5 Stelle si sta affermando perché intercetta le varie forme di malcontento diffuse (anche condivisibili, come l’opposizione alla TAV), ma quando si tratta di fare proposte per uscire dalla crisi arriva a volte ad un liberismo sfrenato.

Si parla molto di “antipolitica”. Questa è alimentata dalla sensazione che tutti i Partiti siano uguali, che tutti rubino, che non ci si possa fidare di nessuno. Potremo combattere questa tendenza se, a sinistra, ricominceremo a fare un discorso non solo economico ma anche culturale, sui principi e rilanceremo la funzione dello Stato, del pubblico. Come Federazione della Sinistra occorre ripartire dall’individuazione di grandi questioni (lavoro, cultura, beni comuni, ecc.) e su queste lanciare campagne di massa che diano il senso della prospettiva verso la quale ci muoviamo, conclude Gasparo.

RELAZIONE DI MAURIZIO BROTINI (CGIL FIRENZE)

La portata delle manovre governative rende necessario lo sciopero generale come momento di mobilitazione nazionale da inserire nel “pacchetto” di 16 ore di astensione dal lavoro già decise dalla CGIL.

Quando l'atteggiamento della tua controparte, in questo caso il Governo, nega il tuo ruolo negoziale e di rappresentanza generale, la tua risposta deve essere adeguata.

Quando, oltretutto, i provvedimenti decisi sono iniqui, classisti e recessivi, la tua risposta deve essere adeguata.

Quando, di fronte all'emergenza sociale di precari, cassintegrati, disoccupati, scoraggiati, esodati, si pone la fiducia su un provvedimento che indebolisce l'articolo 18 rendendo più facili i licenziamenti arbitrari, riduce le protezioni sociali dentro una fase recessiva e nulla fa sostanzialmente per ridurre la precarietà, lo sprezzo per la dialettica democratica e il mancato riconoscimento del tuo ruolo sociale raggiunge vette inimmaginabili.

Quando accade tutto questo, la risposta possibile, necessaria, non è che lo sciopero generale, che sancisce una tappa del lungo percorso di mobilitazione che la CGIL ha costruito e praticato contro le politiche economiche e sociali del Governo Monti-Fornero.

Come area programmatica “Lavoro Società” sosteniamo questa posizione, afferma con forza Brotini, consapevoli che uno sciopero generale sarebbe di fatto contro il Governo Monti, che sta ridisegnando gli stili di vita degli italiani a colpi di fiducia. Non sarà più possibile fare un progetto di vita concreto, perchè penderà sempre sulle nostre teste la spada di Damocle del licenziamento. Nei prossimi 10-15 anni ci saranno generazioni di pensionati con una pensione da fame, chiarisce il sindacalista della CGIL.

Brotini espone la sua analisi sulla situazione economico-politica interna e internazionale, affermando che il Governo Monti ci fa male, ma gli assetti che propone non hanno prospettive. Il precipitare della crisi rende sempre più impraticabili soluzioni tecnocratiche centriste.

La borghesia europea è attualmente incapace di trovare una via d’uscita alla sua crisi. Non solo: se le classi dirigenti della UE continueranno a praticare le attuali politiche recessive si trascineranno dietro anche l’economia degli USA e lo stesso Barack Obama non ha mancato di farlo notare.

I poli economici del mondo si stanno progressivamente spostando e paesi come Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica (i cosiddetti BRICS) stanno acquisendo un potere economico mondiale sempre maggiore, al quale gli Stati Uniti (sempre più indebitati soprattutto con la Cina), possono efficacemente contrapporre la loro preponderanza militare, ma non più quella economica. In questo quadro, secondo Maurizio Brotini, non è escluso che l’Europa si stia avviando a diventare una periferia rispetto ai grandi poli mondiali e l’Italia una periferia della periferia.

La grande crisi del ’29 innescò sconvolgimenti economici e politici in Europa e negli USA, dove il Presidente Roosevelt reagì con il “New Deal”, un’insieme di misure comprendenti il controllo federale delle banche, l’assicurazione dei depositi bancari fino a 2.500 dollari, la svalutazione del dollaro per favorire le esportazioni, l’impiego dei disoccupati in un vasto piano di opere pubbliche e anche il riconoscimento di importanti diritti, come il diritto allo sciopero e alla contrattazione collettiva, l’istituzione di un minimo salariale e sanzioni contro il lavoro nero e minorile. Si rispose quindi alla crisi con una scelta, con tutte le sue contraddizioni, progressista. In Europa, al contrario, la risposta prevalente fu una radicalizzazione a destra degli equilibri politici. Il nazismo tedesco, che ebbe accesso al potere per via elettorale, favorì la ripresa dell’economia tedesca tramite la produzione militare in preparazione della guerra e con le sue prime conquiste territoriali.

Il fascismo italiano creò l’IRI (Istituto per la Ricostruzione Industriale), avviando la lunga stagione, durata fino agli anni ’80, di intervento diretto dello Stato nell’economia, anche tramite la partecipazione diretta. Negli anni ’30 venne applicato una sorta di keynesismo di destra, affiancato dall’avventura coloniale etiopica la quale, più che a risolvere la crisi, servì a distogliere l’opinione pubblica italiana.

Fatte le dovute distinzioni ci troviamo in un’epoca simile: l’acutizzarsi della crisi e l’incapacità della classe dominante di risolverla con strumenti ordinari e con il consenso “democratico”, fa si che dalla crisi o se ne esce da sinistra, riconnettendo questione sociale e politica e proponendo politiche alternative praticabili o da destra, in delle forme sempre più autoritarie o addirittura fascistoidi.

La situazione greca è esemplificativa: a destra i neonazisti sono entrati in forze nel Parlamento; a sinistra c’è stato un clamoroso successo elettorale, che rende possibile una vera alternativa democratica e popolare; nel mezzo ci sono il Pasok e Nuova Democrazia (i vecchi centrosinistra e centrodestra), sonoramente sconfitti, soprattutto il Pasok che governava con il 44% ed è stato spazzato via, ridotto al 14% dei voti. Le nuove Elezioni che si svolgeranno il 17 giugno saranno decisive e quel che succederà in Grecia potrà essere un’anticipazione degli avvenimenti in altri paesi della UE, fra i quali il nostro.

Per quanto riguarda l’Italia il capitalismo dello Stivale, secondo Maurizio Brotini, non ha i mezzi per pensare nuovi prodotti, nuove tipologie di consumo. Il fatto è che il mercato ha raggiunto la saturazione e l’industria deve pensare anche a prodotti diversi da quelli attuali. La cura delle infrastrutture, dei beni culturali, dell’assetto idrogeologico sono possibili sbocchi di un’attività imprenditoriale programmata dallo Stato.

Dal momento che ci troviamo di fronte ad una crisi verticale, non sono possibili mediazioni politiche durature. Dobbiamo quindi mettere al centro l’elaborazione di proposte credibili e praticabili sorrette, per usare un’espressione gramsciana, da un blocco sociale e politico della trasformazione, che parli alla maggioranza pur nella consapevolezza di essere oggi in minoranza.

In conseguenza della situazione descritta, stiamo attraversando una fase nella quale le formazioni politiche sono transitorie. Ripetiamo quindi che oggi il problema essenziale non è la mediazione ma dotarci di un programma credibile e praticabile, che possa parlare ad un’area vasta, comprendente SEL, IdV e quella parte del PD che non si riconosce nelle politiche del Governo Monti. Dobbiamo cercare di attrarre la detta area in un polo di governo e trasformazione che punti ad essere maggioritario.

Se l’area di centro-sinistra non si pone il problema del ruolo pubblico nell’economia non invertiremo la rotta e il PD rischia di finire come il PASOK. La Grecia dimostra che una proposta chiara, realistica e praticabile può riscuotere un consenso di massa e ambire a governare il paese per trasformarlo. Quando si incide negli interessi reali e si contrastano, questi reagiscono. Le nostre idee dovranno essere supportate da un blocco sociale e politico strutturato, che abbia la forza di attuarle.

RELAZIONE DI LUCIA MANGO (SEGRETARIO REGIONALE TOSCANO DEL PARTITO DEI COMUNISTI ITALIANI)

Constata che la generazione precedente alla sua è divenuta comunista per migliorare le proprie condizioni di vita e la società, per conquistare diritti per coloro che lavorano mentre chi lo diventa oggi fa una scelta di resistenza, perchè oggi viviamo una fase di contrazione drastica dei diritti.

30 anni di televisione, berlusconismo e ‘rinuncia alle ideologie’ e con esse al pensiero critico hanno cambiato il sistema di valori della nostra gente. Per noi il lavoro rende dignitosa la vita delle persone, ma non è facile far passare questo concetto tra gli “educati” dalla TV.

Con la manifestazione nazionale del 12 maggio abbiamo dato una prova di forza, ma non scordiamoci che qualche anno fa eravamo riusciti a portare in piazza quasi un milione di persone. Abbiamo, dunque, disperso una grande forza anche a causa di scelte sbagliate nostre ma anche di coloro che hanno predicato l’autosufficienza. Regalando il paese alla destra peggiore dal dopoguerra. Nelle nostre attuali condizioni di debolezza la CGIL è l’unico legame che abbiamo con i lavoratori e ce lo dobbiamo tenere ben stretto. La CGIL è un baluardo, indipendentemente dal fatto che non sia quella che vorremmo e che al suo interno noi comunisti siamo in minoranza. E’, dunque, attraverso la politica e la proposta sul lavoro che dobbiamo riconquistarci la fiducia di coloro che in noi l’hanno persa.

Dobbiamo evidenziare agli iscritti di questa organizzazione sindacale che fanno riferimento al PD la contraddizione oggettiva tra il loro Partito, che sostiene il Governo e il più grande sindacato italiano, che cerca di difendere i lavoratori dagli attacchi di Monti e della Fornero. Fra l’altro il sostegno del PD all’Esecutivo è illogico anche dal punto di vista imprenditoriale, dal momento che non ha liberato l’accesso al credito e non porta avanti una politica rivolta allo sviluppo produttivo, nè alla salvaguardia della classe datoriale, che si trova oggi in seria dificoltà.

E’ necessario che la CGIL indica uno sciopero generale nazionale contro le misure del Governo Monti, che contribuirebbe fortemente ad una sua possibile caduta e sarebbe nei fatti rivolto anche contro la scelta del PD di far parte della maggioranza parlamentare sulla quale si regge.

Ho molti dubbi che il Partito Democratico possa reggere alla crisi economica, sociale e politica in atto. In ogni caso noi dobbiamo cercare e approfondire un rapporto con la parte del detto Partito coinvolgibile in un progetto di uscita progressiva dalla crisi, che ci sia una scissione o no. Il nostro obiettivo di breve periodo dev’esser quello, appunto, di far cadere questo governo il prima possibile, tornare alle urne e riconquistare il governo del paese, per dare risposte ai lavoratori, tamponando i guai di una crisi che non è stata da loro provocata, in modo da crescere nella fiducia e nei consensi per riuscire poi a cambiare il modello di sviluppo e di società ed avere, finalmente una società più equa, solidale, che veda la parità di ciascuno nei punti di partenza.

I rapporti di forza, continua Mango, ci consentono al momento soltanto di puntare a rientrare in Parlamento e a usare la nostra presenza nelle istituzioni per contribuire ad una politica di cambiamento che tenga conto dei rapporti di forza, della praticabilità concreta e che ogni ipotesi di “fare la rivoluzione” è oggi una pura astrazione. Accontentiamoci (e sarebbe già molto), di rafforzarci  come comunisti e sinistra, aumentando il nostro potere contrattuale. Sono i lavoratori che ci chiedono di avere un ruolo nelle istituzioni ed è ovvio che questo non può essere il nostro fine ma dobbiamo essere ben consapevoli che per i comunisti le istituzioni sono un mezzo di cambiamento.

In una repubblica parlamentare, del resto, i cambiamenti passano attraverso le urne, l’astensione, che pure è un grave segno di malcontento non reca alcun danno al ‘sistema’ bensì accresce il potere di chi già lo detiene. Dobbiamo, quindi, moltiplicare gli sforzi perché a sinistra ci si riappropri della consapevolezza che la partecipazione è l’unico mezzo per cambiare le cose in questa fase così difficile e che non è tramite il movimentismo che si potranno dare risposte agli interessi generali del paese.

Muoviamoci con determinazione e intelligenza, utilizzando al meglio i pochi mezzi a nostra disposizione, compresa la rete che è oggi a portata di una gran parte dell’elettorato al quale vogliamo fare riferimento e non ci impantaniamo di nuovo in una “pozzanghera colorata” come nel 2008 (la “Sinistra l’Arcobaleno”), che non ci ha fatto eleggere nemmeno un parlamentare, per la prima volta dalla fine del fascismo.

Per quanto riguarda la questione ambientale, conclude Lucia Mango in risposta a una domanda dal pubblico, va detto che è un duro lavoro far passare tra i nostri compagni e compagne l’idea che la difesa dell’ambiente è oggi una delle più importanti questioni di classe, dietro alla quale si muovono interessi contrapposti. Basti pensare al fatto che, con le tecnologie odierne, ogni condominio potrebbe essere autonomo utilizzando le energie alternative ma che ciò viene ostacolato in ogni modo per difendere gli interessi di ENI ed ENEL.

(Relazioni verbalizzate dal coordinatore del dibattito Sandro Scardigli, riviste e corrette dai relatori, tranne quella di Ambra Roncucci)