Un partito comunista legato alla classe

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di Fosco Giannini

 

fincantieri corteoDa oltre vent’anni si pone, in Italia, la questione comunista.


Essa si pone a partire da due consapevolezze: da una parte quella che un Partito comunista capace di sostenere e organizzare il conflitto sociale e politico e capace nel contempo di tenere aperta la strategia per il socialismo, è un’oggettiva necessità sociale e storica; d’altra parte, la consapevolezza della debolezza soggettiva dell’attuale movimento comunista italiano, che ereditando le macerie di quel nefasto e lungo processo di decomunistizzazione apertosi nell’ultima fase del PCI e protrattosi – come una lunga marcia funebre - attraverso l’occhettismo e il bertinottismo, si trova oggi nella non facile condizione di lavorare, contemporaneamente, sia alla delineazione di un profilo politico e teorico all’altezza dei tempi e dello scontro di classe, che alla costruzione di una più forte organizzazione, ad un più profondo radicamento nei luoghi di lavoro, nei territori e nella società, ad una più incisiva ed estesa capacità di trasformazione sociale.


Mai come oggi, peraltro e di fronte all’ormai evidente e fragoroso fallimento del progetto politico e teorico della rifondazione comunista ( parliamo, appunto, del fallimento del “progetto”, quello che tutti ci accomunò dopo la fine del Pci, non parliamo del PRC, anch’esso – d’altra parte – in grandi difficoltà), la questione della ridefinizione di un profilo teorico, analitico e programmatico del partito comunista, è questione decisiva e centrale.
Tornano in mente, a partire da questa esigenza, da questa consapevolezza, le aspre battaglie condotte da Lenin –a partire dal “ Che fare ? ” – per imporre la centralità della questione teorica ( “ non vi è movimento rivoluzionario senza pensiero rivoluzionario” ), obiettivo – quello di Lenin – fortemente osteggiato, anche nei primi anni del ‘900 ( il “ Che fare?” è del 1902-1903) e in nome “ del movimento è tutto”, anche da forze tra le più avanzate di allora. Basti pensare a quanto lottò, contro l’assunto leninista, un giornale importante come il “Rabocee Delo” ( a dimostrazione di quanto quasi nulla sia nuovo sotto il cielo, anche la sottovalutazione, e persino lo sprezzo, per il lavoro politico – teorico).


Vogliamo subito asserire – rispetto a tutto ciò – che il Documento per il VI Congresso del nostro Partito, indipendentemente persino dal livello politico e teorico raggiunto, indipendentemente dai punti critici che potranno essere messi in luce, è essenzialmente e inequivocabilmente segnato da una volontà, scientemente e chiaramente perseguita dai suoi estensori: la volontà di contribuire – come già aveva fatto e fa il libro “ Ricostruire il Partito comunista” – alla ridefinizione del profilo politico e teorico mancante.
Non un Documento di routine, dunque, ma un lavoro che per la sua organicità e voluta complessità e pregnanza opera un cesura con molti lavori del passato, candidandosi a svolgere il ruolo di secondo mattone ( dopo il libro di Diliberto, Giacchè e Sorini) per un’aggiornata edificazione di un pensiero comunista forte, che naturalmente non liquidi ma metta a valore – seppur, quando serve, criticamente - la grande cultura e la grande storia del movimento comunista del ‘900.


Già nell’Introduzione al Documento si evince con chiarezza che nulla vi è di consueto o routinario: E’ scritto: “ Con questo Congresso scegliamo autonomamente di essere “ superabili” e, pertanto, ci mettiamo a disposizione della ricostruzione di un nuovo e più forte Partito comunista, a partire dall’unificazione con il Partito della Rifondazione Comunista...”.
E’ la conferma della proposta dell’unità dei comunisti e del progetto della ricostruzione e del rilancio di un Partito comunista, sì unitario ma completamente autonomo dal punto di vista teorico, ideologico, organizzativo, strategico dalla costellazione delle “sinistre”, che pur vanno unite nella battaglia contro questo inquietante e corrotto regime berlusconiano.
Una scelta, una linea, non da poco, certo non estemporanee, poiché messe meritoriamente a fuoco e praticate dal gruppo dirigente del PdCI sin dall’adesione all’Appello per l’unità dei comunisti dell’aprile 2008 e nello stesso Congresso di Salsomaggiore. Una scelta controcorrente, che sfugge alla spinta omologatrice dei tempi, sfugge alla sirena della “sinistra vaga”, delle “sinistre vaghe” – con tutti gli aggettivi possibili, ma vaghi – dotando oltretutto questo PdCI che punta chiaramente al non facile progetto della “ricostruzione del Partito comunista” - di una linea politica netta, capace di costruire unità interna, capace di suscitare l’interesse di aree comuniste esterne e senso strategico. E diciamo questo con cognizione di causa, poiché purtroppo vediamo come la mancanza di una linea chiara, ad esempio, crei molti problemi e gravi contraddizioni all’interno del PRC, ancora incerto su quale strada percorrere: rilancio del progetto di Rifondazione? Di una rifondazione bertinottiana ? Post- bertinottiana ( quale, poi...)? Di una Die Linke italiana ?


Ed è anche nel primo capitolo ( Capitalismo e Socialismo) che si tocca con mano lo sforzo costruttivo, anche creativo, degli estensori, che sfuggono sia alle sirene liquidazioniste che alle deleterie apologie della storia comunista :
“ Affrontare con serietà la questione del socialismo nel XXI secolo significa fare i conti rigorosamente con l’esperienza complessiva del socialismo e del movimento comunista del ‘900”. Ma anche : “ Il crollo dell’URSS non rappresenta né la fine della storia, né la fine del movimento comunista”. Si invita a studiare ciò che è stato per mettere a valore i meriti e i molti punti positivi delle esperienze che nascono dalla Rivoluzione d’Ottobre e non a cancellare una storia per ammainare una bandiera. Nel contempo non si vincola la storia attuale e futura del movimento comunista al crollo sovietico; non ci si consegna ad un filosovietismo di maniera secondo il quale – scomparsa l’URSS e il campo socialista – verrebbe meno la possibilità della ricostruzione di una forza comunista in Italia. Ricollegandosi con ciò al Gramsci segnato dal connubio oggettività delle cose – azione soggettiva, riconsegnando ai comunisti il loro ruolo soggettivo, da svolgere – ora e domani – sul piano nazionale e sul piano mondiale. E lo stesso socialismo non viene riproposto come una mera “coazione a ripetere”, ma come la risposta razionale alla crisi e al fallimento storico del capitalismo: “ L’esigenza di riproporre, alle soglie del terzo millennio, la questione del socialismo, nasce non dall’utopia, ma dalle contraddizioni vecchie e nuove che il capitalismo in quanto tale è incapace di risolvere”. Il rifiuto del progetto socialista, del senso del Partito comunista come “coazioni a ripetere”, come inclinazioni teologiche non è cosa da poco. E la riproposizione del socialismo (e del Partito comunista) come risposte razionali ai processi di spoliazione su scala mondiale dell’imperialismo, come risposte al suo sistema di guerra, è l’anticipazione di un atteggiamento antidogmatico e materialista che potrà essere applicato sia verso la definizione analitica del presente che in relazione al lavoro progettuale.


Uno dei capitoli più pregnanti ( e in netta controtendenza rispetto a certa inclinazione di stampo idealista, politicista e tutta appiattita sul contingente nazionale di molti documenti congressuali dell’esperienza comunista successiva al PCI) è quello intitolato “La crisi dell’economia reale”. Qui viene analizzata l’ultima, trentennale, fase capitalistica, sino a giungere alla crisi mondiale del 2007. Qui viene recuperata appieno, in forma dinamica, analitica e non accademica, la categoria dell’imperialismo e delle contraddizioni interimperialistiche, anche come griglia di lettura delle dinamiche e delle contraddizioni dell’attuale capitalismo mondiale. Una scelta non da poco, se si pensa ai tentativi possenti di derubricare la categoria leninista dell’imperialismo non solo “ a sinistra”, ma all’interno stesso del PRC. Ed è con la riassunzione piena della “questione imperialista” che si volta pagina, puntando anche ad uscire da quell’ambiguità teorica – che ha segnato una parte non secondaria dell’ esperienza comunista italiana, tendente a subordinare la scienza alla sovrastruttura – in cui alto è stato il rischio di invischiarsi in un idealismo umanista tendente a rimuovere l’ impostazione marxista e materialista.
Il recupero pieno, nel Documento politico, di un linguaggio e di uno stile analitico che finalmente sono più accostabili alla lezione di un Antonio Pesenti, di uno Sraffa, invece che a quella di un militante “toninegrista”, riconsegna ai comunisti una base materiale di lettura della realtà macroeconomica di cui si sentiva davvero e da tempo la mancanza.


Con la stessa impostazione neomaterialista, peraltro, si affrontano nel Documento anche le questioni dell’Unione europea e della natura del capitalismo italiano. L’Unione europea non più interpretata solo come eventuale contraltare dell’imperialismo USA, ma come soggetto dal carattere “neoimperialista”, carattere peraltro del tutto guadagnato sul campo e sulla pelle dei popoli europei. E la definizione del capitalismo italiano come “nano capitalismo” non è certo accademica, ma tendente a configurare un capitalismo per molti versi ancora straccione, incapace di concorrere sul piano internazionale con i poli capitalistici forti e volto dunque, per mantenere il proprio saggio di profitto, ad un supersfruttamento operaio, all’abbattimento dei salari, dei diritti e dello stato sociale. Un nano capitalismo che non evoca certo una possibilità immediata di compromessi neokeynesiani e chiede piuttosto – per l’asprezza particolare del conflitto di classe che suscita – che sia in campo un Partito comunista dal carattere conseguentemente antimperialista, anticapitalista, votato essenzialmente al conflitto sociale. Contro l’egemonia Usa e della Nato; contro le politiche iperliberiste dell’Unione europea; contro il potere capitalista italiano.


Fortemente innovativo, dal punto di vista dell’analisi complessiva proposta, è il capitolo “ L’ascesa della Cina”.
“Si può ancora dire che il comunismo è stato sconfitto dalla storia?
In molti continuano a rispondere in modo affermativo a questa domanda. Poiché pensano che la poderosa ascesa della Cina sia dovuta ad una presunta conversione al neoliberismo.
Domandiamoci allora: perché mentre la nostra economia è in crisi, la Cina cresce a ritmi vertiginosi?
Alcuni rispondono che ciò avviene per una sorta di concorrenza sleale che consente alla Cina di attrarre capitali stranieri grazie alla sua enorme riserva di manodopera a costi notevolmente inferiori a quelli dei Paesi sviluppati. È fin troppo facile controbattere che nel mondo vi sono tantissimi altri Stati che hanno a disposizione infiniti eserciti industriali di riserva, ma che nessuno di essi riesce ad esercitare la stessa forza attrattiva della Cina.
La risposta, dunque, è che la Cina non è come questi Paesi, ma un paese ad orientamento socialista e con una economia mista in cui convivono piano e mercato, e con un ruolo centrale del pubblico nelle scelte strategiche dello sviluppo”.


Sarà forse un po’ pleonastico, ma credo valga davvero la pena citare questo incipit del capitolo sulla questione cinese, un incipit denso che ha già in sé la forza di rovesciare assunti deboli, pigri e fondamentalmente subordinati alla cultura dominante, che sulla Cina dilagano anche a sinistra e in non marginali aree comuniste italiane.
Il punto di vista di chi scrive è che anche in relazione alla questione cinese il Documento congressuale recuperi un approccio materialista, una visione concreta del quadro mondiale ( capire il ruolo che la Cina svolge, con tutto il Brics, nei positivi cambiamenti dei rapporti di forza mondiali, in senso antimperialista) che un approccio idealista non permetterebbe e non permette di scorgere.
E anche il modo, lo stile, col quale il capitolo si chiude è fortemente apprezzabile, poiché spinge i comunisti del XXI secolo a non subordinare la propria azione soggettiva ad altri e nuovi “ fari”. E anche qui conviene la citazione:
“Una riflessione, questa, che mettiamo a disposizione senza dogmi, con la volontà di aprire un confronto. Non spetta a noi, infatti, dare attestati di comunismo alla Cina, né dire ai cinesi come dovrebbero realizzare il socialismo in un Paese da un miliardo e trecento milioni di persone, né attribuire alla Cina e al suo Partito Comunista il ruolo di modello per il mondo, per altro non replicabile nell’Europa e nell’occidente del capitalismo avanzato. Non esistono Stati o partiti guida né sono oggi pensabili forme di organizzazione come quelle che in altri contesti storici caratterizzarono l'esperienza della Terza Internazionale. Spetta a noi, invece, riconoscere che la Cina sta dando un contributo decisivo a rimettere in moto la dialettica della storia contro chi la voleva finita”.


L’offensiva unitaria verso il PRC – per l’unità dei comunisti – è rilanciata con nettezza d’intenti nella parte conclusiva della prima parte del Documento politico. Un’offensiva unitaria alla quale segue – dialetticamente – il progetto ( centrale) della costruzione del Partito comunista.
La categoria del Partito come “intellettuale collettivo” (sulla quale e a lungo si è incentrata la carica distruttiva del bertinottismo e del vendolismo); la democrazia interna al Partito comunista; il rapporto ineludibile del Partito con le forze e con le spinte sociali “orizzontali” e con i movimenti di lotta; il ruolo da vivificare, sul piano dell’azione sociale e di lotta, delle sezioni territoriali; la centralità dell’organizzazione del Partito nei luoghi di lavoro e nel cuore del conflitto capitale-lavoro ( le forme d’organizzazione leniniste e gramsciane da troppo tempo dismesse nel movimento comunista italiano, dal PCI degli anni 70 in poi, alle successive organizzazioni comuniste del nostro Paese); la questione – determinante – di una scuola quadri, cioè dell’elevazione della coscienza ( una coscienza critica, volta sia ad aumentare il livello culturale dei militanti e dei quadri ma volta anche a sconfiggere i deleteri fenomeni di conformismo interno e subordinazione ai capi di Partito: ci ricordiamo come il 70% dei delegati al Congresso di scioglimento del PCI, quello del 3 febbraio del 1991, si sottomise un po’ miseramente alla volontà del capo, di Achille Occhetto?) ; la necessità estrema della messa a valore dei quadri femminili nel partito; la stessa questione di genere: tutto ciò per costruire un Partito che aderisca il più possibile alle pieghe del reale e non faccia della presenza istituzionale l’unico totem politico, ma per costruire un Partito che individui essenzialmente nelle lotte, nella capacità di stare in piazza, di fronte e dentro le fabbriche e nei luoghi di lavoro e di studio, nella lotta antimperialista, contro le guerre e la NATO il terreno privilegiato dell’organizzazione del proprio consenso sociale e politico.


D’altra parte la fase che si preannuncia, anche a breve termine, non è delle più semplici: la nostra giusta posizione volta a contribuire – in una vasta alleanza democratica, comunista e di sinistra – a battere le destre ( senza per questo, oggi, scegliere la strada del governo con le forze dell’attuale e ultramoderato centro sinistra) viene in questa fase messa in discussione da una poderosa ala del PD e da parti non secondarie del centro sinistra, che vorrebbero tenerci fuori da questa alleanza ( linea Veltroni, quella della sconfitta e della vittoria delle destre).
E certo i comunisti –oltreché insistere per svolgere, da comunisti, con le loro idee e le loro proposte, il proprio ruolo nell’alleanza anti Berlusconi – non possono non demordere dal proprio compito centrale: ricostruire il Partito essenzialmente nella lotta sociale, nel conflitto di classe, legandolo alla classe e al movimento operaio complessivo. Come essenziale e primaria garanzia del loro rilancio e del loro ruolo futuro. Come primaria garanzia di riallacciare gli ormai consunti legami di massa, divenire il punto di riferimento dei lavoratori, degli emarginati, degli immigrati e delle nuove generazioni.