“Dobbiamo collegare l’uscita dal conflitto nazionale della Catalogna con una proposta repubblicana e federale”

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Edu NavarroIntervista di Gema Delgado a Eduard Navarro, Segretario generale del PSUC VIU

Traduzione di Giusi Greta Di Cristina* per Marx21.it

In “Mundo Obrero”, testata storica dei comunisti spagnoli, l'intervista al Segretario generale del Partito Socialista Unificato di Catalogna, rilasciata poco prima che precipitassero gli avvenimenti a Barcellona, con la dichiarazione unilaterale di indipendenza.

“Andremo avanti combattendo per agganciare il discorso nazionale con quello sociale, come storicamente abbiamo sempre fatto, avanzando verso un processo costituente di tutti i popoli della Spagna”.


M.O.: Come definiresti la situazione che sta vivendo attualmente la Catalogna oggi?

E.N.: La dinamica attuale sta contribuendo ad approfondire la frattura sociale e facilita il risorgere dell’estrema destra e del fascismo, al quale ha contribuito l’intervento del re Felipe VI ponendosi con chiarezza al lato della posizione più autoritaria del conflitto.

In questo momento dobbiamo considerare che le forze progressiste e di sinistra hanno l’obbligo di progettare e lottare per una uscita politica dalla situazione attuale per il bene della classe lavoratrice e degli strati popolari della Catalogna e del resto della Spagna. In questo senso, ed essendo coscienti della complessità, dobbiamo spingere affinché i due presidenti riconoscano la realtà.

Questo deve succedere affinché il presidente Puigdemont ammetta che il 1 di Ottobre non può essere legittimata una Dichiarazione Unilaterale di Indipendenza (DUI) come se ci si trovasse dinnanzi a un Referendum celebrato in condizioni normali.

Dall’altro lato, il presidente Rajoy deve abbandonare la politica di repressione e risposta giudiziaria al problema, e ammettere che è necessario cambiare la cornice costituzionale per dar risposta alla necessità di garantire attraverso la legge i diritti sociali e democratici, e permettere che si possa avere un nuovo   collegamento territoriale tra i differenti popoli della Spagna che non neghi, ma che al contrario rispetti, la sovranità e i diritti nazionali di ognuno.

In questo senso, continuiamo a riaffermare che l’uscita da questa situazione non può essere né la DUI né l’applicazione dell’articolo 155 della Costituzione Spagnola, ma essa può passare unicamente attraverso il dialogo e la negoziazione fra le due parti.

M.O.: Che significato ha l’approvazione dell’articolo 155 della Costituzione e quali conseguenze può avere per la Catalogna?

E.N.: L’approvazione dell’articolo 155 della Costituzione è la constatazione della pessima gestione che in questo conflitto è stata tenuta tanto da parte della Generalitat quanto dal governo del Partido Popular. È il peggiore degli esiti possibili, poiché cristallizza il fantasma della scomparsa dell’autogoverno della Catalogna, per il quale tanto si è lottato a suo tempo, come parte di quello che rappresentava il ripristino della Generalitat repubblicana durante l’esilio, instaurata con la Seconda Repubblica.

L’applicazione dell’articolo 155 presuppone il successo del Partido Popular nel suo incessante intento di interferire nella sovranità della Catalogna, che sia approvando una LOMCE (Ley Orgánica para la Mejoria de la Calidad Educativa, Legge organica per il miglioramento della qualità dell’educazione, legge approvata il 9 dicembre del 2013, NdT) che attacca direttamente alcuni dei progressi in materia linguistica ed educativa o facendo ricorso a leggi come la 24/2015 contro gli sfratti e la povertà energetica.

M.O.: La detenzione di Sánchez e Cuixart rappresenta un salto qualitativo nello stato di tensione crescente. Quale messaggio si intende dare e qual è il significato di questi arresti?

E.N.: L’arresto di Sánchez e Cuixart, si inscrive nell’insieme di azioni che sono andate scatenandosi prima, durante e dopo l’1 di Ottobre come parte della  risposta giudiziaria a un conflitto che è unicamente di carattere politico. Se è certo che dal Governo del PP arriva un avviso al governo della Generalitat, e all’insieme delle organizzazione ed entità che fanno parte del movimento indipendentista, di quelle che sono le sue intenzioni, dall’altro lato esso si trasforma anche in un grave precedente di quello che potrebbe  essere il comportamento dello Stato nel momento in cui ci fosse un altro conflitto di carattere sociale od occupazionale in qualsiasi altra parte della Spagna.

È proprio per questo che rifiutiamo questi atti e riteniamo che, oltre a non rendere facile il dialogo fra le due parti, costituisca un ulteriore passo indietro per quanto riguarda e libertà e i diritti civili rispetto a quandovenne approvata la cosìddetta Ley Mordaza.

M.O.: Il PSUC e il PCE fanno un appello al dialogo, ma che possibilità ci sono oggi di cominciare questo dialogo fra il governo dello Stato spagnolo e quello della Generalitat?

E.N.: Per il PSUC e il PCE il dialogo è l’unica soluzione al conflitto nel quale si trova immersa la società catalana, e se così non fosse potrebbero esserci delle conseguenze di carattere imprevedebile e irreversibili. Essendo coscienti del fatto che la situazione nella quale si trovano i differenti attori pone enormemente in difficoltà il dialogo e una uscita negoziata da ambo le parti, e per responsabilità dobbiamo continuare a lavorare affinché lo si possa conseguire.

In questo senso, vi sono differenti iniziative, come la Commissione Indipendente per il Dialogo, la mediazione e la Conciliazione guidata da CCOO, UGT, il Collegio degli Avvocati di Barcelona, Università ed entità sociali, o la Mesa de Partidos (Tavolo dei Partiti) guidata da Podemos per trovare una soluzione concordata e democratica. Il nostro lavoro continuerà a consistere nel sostenere queste iniziative perché qualsiasi altra via che proponga l’imposizione di una o dell’altra posizione porterà esclusivamente ad ancor più contrapposizione, tensione e frattura sociale.

M.O.: È questo il momento di approfondire il dibattito circa un processo costituente di rottura democratica attraverso una repubblica federale, solidale e plurinazionale per lo Stato spagnolo?

E.N.: Il PSUC e il PCE hanno ben chiaro che la soluzione per trovare un incastro delle differenti realtà nazionali che formano il popolo spagnolo passa attraverso un processo costituente che porti a una Repubblica federale, solidale e plurinazionale, ove entro la sua cornice possa esercitarsi il diritto all’autodeterminazione. E con il ruolo che sta assumendo la monarchia borbonica in merito a questi fatti, con ancor più ragione dobbiamo collegare l’uscita dal conflitto nazionale della Catalogna con una uscita repubblicana e federale, dove oltre alle aspirazioni nazionali si assicurino i diritti civili, sociali e lavorativi, in un nuovo contesto giuridico proprio di una democrazia avanzata, come transizione al socialismo nel segno dell'azione concreta.

M.O.: Come e con chi si va a lavorare nel processo costituente per una rottura democratica?

E.N.: Si dovrà lavorare con tutte quelle forze ed organizzazioni con le quali si può trovare un minimo comune rispetto all’analisi della necessità di superare l’attuale Stato nato dalla Transizione e dalla Costituzione del 1978. Ma soprattutto deve nascere e fondarsi sulla più ampia partecipazione della classe lavoratrice e della maggioranza sociale di questo Paese, se desideriamo che realmente sia un processo che garantisca la protezione dei diritti più essenziali ed il rispetto dei diritti nazionali e delle distinte realtà dello Stato.

M.O.: A che gioco stanno giocando le banche e le grandi imprese con le minacce di destabilizzazione economica qualora la Catalogna dichiarasse unilateralmente l’indipendenza?

E.N.: Storicamente la grande borghesia catalana è stata contraria all’indipendenza. È stata partecipe assieme alla borghesia del resto dello Stato dei grandi accordi politici che sono iniziati fin dalla fine del XIX secolo. Prima attraverso la LLiga Regionalista e poi con Convergencia i Unió, la borghesia catalana proprietaria delle banche e delle grandi imprese ha tenuto una perfetta sintonia con la borghesia spagnola. Tanto che, per esempio, la riforma del lavoro più regressiva della storia recente di questo Paese fu approvata dal PP con il voto favorevole di CiU, che non aveva alcuna necessità di votarla dato che si sarebbe approvata con la maggioranza assoluta del PP.

M.O.: Come si sta utilizzando la giustizia in questo scontro fra titani?

E.N.: Partendo dal fatto che la giustizia non è neutrale, ma un apparato che serve gli interessi della classe dominante dello Stato, possiamo constatare come, in questo processo, il sistema giudiziario sia stato utilizzato per imporre la posizione centralista. Non dimentichiamoci che questo conflitto nella sua fase più recente, esplode con la riduzione dell’Estatut d’Autonomia da parte del Tribunale Costituzionale nell’anno 2010, nonostante esso fosse stato approvato dalle istituzioni e convalidato e votato dal popolo della Catalogna.

M.O.: Che ruolo sta giocando il re distruggendo ponti (di dialogo, ndt)?

E.N.: Possiamo affermare che se in qualche momento del conflitto politico il re Felipe VI ha avuto qualche possibilità di giocare un ruolo da mediatore per arrivare a un nuovo consenso costituzionale (allo stesso modo che Juan Carlos I per l’episodio  23-F), ora e dopo il suo comunicato pubblico, non è più possibile, essendosi collocato da una precisa parte, e ponendo fine al suo ruolo costituzionale. A parte la distanza, ha avuto un ruolo simile a quello di Alfonso XIII durante l’avvio della dittatura di Primo de Rivera.

M.O.: Quel che è certo è che si sta producendo una frattura sociale fuori e dentro la Catalogna. Come si stanno vivendo questi giorni in Catalogna e come è stata l’evoluzione nella società plurinazionale catalana durante l’ultimo mese di aumento della tensione da ambo le parti e le repressioni del governo di Rajoy?

E.N.: Il PSUC ha sempre valorizzato il ruolo storico che giocò il nostro Partito durante la lunga notte della  dittatura franchista, come grande protagonista della lotta antifranchista e al tempo stesso come baluardo dell’integrazione di tutte quelle persone, soprattutto della classe lavoratrice, che emigrarono in Catalogna provenienti da altri posti della Spagna, plasmandosi nelle parole d’ordine “Catalogna un solo popolo” e “è catalano colui il quale vive e lavora in Catalogna” per ottenere che la società catalana fosse inclusiva e fosse socialmente coesa.

Durante gli ultimi anni, e soprattutto negli ultimi mesi del “processo” abbiamo constatato come questa realtà è andata frantumandosi fino ad arrivare a uno scenario di polarizzazione dove tra vicini, tra amici, e persone della stessa famiglia che finora hanno avuto una convivenza nonostante le differenze culturali o linguistiche, il conflitto si è trascinato da un terreno politico a uno sociale e personale, con le conseguenze che può comportare a breve e medio termine per la nostra società. Siamo coscienti del fatto che ancora questa lacerazione non è irreversibile, ma il lavoro delle comuniste e dei comunisti passa inevitabilmente dall’evitare che diventi più profonda fino a creare la frattura sociale alla quale ci sta portando l’irresponsabilità di ambo i governi.

M.O.: Gli eventi si sono sviluppati molto rapidamente. Ma oggi come vedi il futuro della Catalogna a breve termine?

E.N.: Quel che è certo è che la rapidità con la quale accadono tutti gli aventi fa sì che sia decisamente difficile sapere quel che accadrà la prossima settimana, od anche domani, perché siamo dentro a una evoluzione politica parecchio mutevole.

Oggi possiamo affermare che politicamente sarà un futuro complesso dinnanzi al più che probabile scenario di elezioni autonomiste anticipate, che potrebbero essere indette dalla Generalitat o dal Governo centrale posteriormente rispetto all’applicazione dell’articolo 155. E dipenderà da quale posizione assumeranno le organizzazioni indipendentiste, e da quale sarà la nuova composizione del Parlament.

Dall’altro lato, ci dirigiamo, per lo meno a breve e a medio termine, verso uno scenario socialmente frantumato nel quale dobbiamo tornare a porre in primo piano il lavoro per la coesione sociale nei quartieri della classe lavoratrice, specialmente dell’Area Metropolitana di Barcellona e zone limitrofe.

M.O.: Qual è il ruolo che giocheranno il PCE e il PSUC nei prossimi mesi?

E.N.: Seguendo la linea del nostro progetto, e i posizionamenti politici  che abbiamo pubblicato, continueremo a combattere per allacciare il discorso nazionale con quello sociale, come storicamente abbiamo fatto, andando verso un processo costituente di tutti i popoli della Spagna, per arrivare a una Repubblica Federale e solidale dove si garantisca il diritto all’autodeterminazione e, al tempo stesso, si approfondiscano gli aspetti di carattere sociale, come unica uscita di carattere duraturo che si può trovare al problema nazionale della Catalogna.

*del Comitato Centrale PCI e responsabile per l’America Latina nel Dipartimento Esteri