Ecco perché i cinesi comprano il debito italiano

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I “mercati” - cioè banche, assicurazioni, fondi d’investimento, agenzie di rating, piazzisti e truffatori d’alto bordo: in una parola, il capitalismo – stanno attaccando l’Euro e con esso gli Stati “porci” come Grecia, Spagna e, ahi noi, Italia. Ogni giorno che passa il nostro debito pubblico ci costa di più, perché un investimento più è a rischio e più deve essere profittevole. Dunque noi per spacciare i nostri Btp (Buoni del Tesoro Poliennali), ormai sempre più screditati, dobbiamo pagare tassi d’interesse sempre più alti. Così il nostro deficit aumenta e con esso il debito, generando una spirale infernale che rischia di non fermarsi più.
Gli “speculatori” (ossia i capitalisti e i loro procuratori, chiamati manager), dopo essere stati gli esecutori materiali della crisi del 2008, sono stati salvati dagli Stati (solo gli USA hanno stampato moneta per 5.000 miliardi di dollari per salvare le banche in crisi), che si sono così ritrovati con deficit pazzeschi che hanno aperto delle vere e proprie voragini nei debiti pubblici. Ora, ovviamente, dopo aver incassato, i mercati invocano il rigore, il pareggio di bilancio, la stabilità. Cioè chiedono che a pagare i loro furti siano i lavoratori e tutti coloro che non appartengono alla “casta” (ma bisognerebbe chiamarla col suo nome: classe) del capitale.
Gente che si guarda bene dal rischiare soldi cacciandoli di tasca propria, ma che fa affari sempre e solo con i soldi degli altri (succhiando miliardi agli Stati, beneficiando di una fiscalità regressiva, facendo stampare dollari, gestendo i debiti contratti con mutui e credito al consumo, manovrando i risparmi dei lavoratori e i loro fondi pensione). Non contenti di appropriarsi del plusvalore, si son presi anche i debiti e i risparmi dei lavoratori.
Dal che: dicasi capitalista colui che guadagna con i soldi degli altri.
Quando i soldi degli altri (Stato o lavoratori che siano) finiscono, l’unica vera casta (scusate, classe…), che ancora lo è in se e per se, sale in cattedra e fa partire la tiritera neoliberista delle privatizzazioni, della compressione di salari-stipendi-pensioni, del pareggio di bilancio, insomma dei “sacrifici”. Loro hanno appena incassato, ma devono garantirsi di poterlo continuare a fare. Il gioco è garantito dal centro di un Impero ormai in decadenza: gli Usa.
La periferia dell’Impero, quindi, deve pagare i costi insostenibili della superpotenza ormai in declino (e dei parassiti sparsi per il mondo che grazie ad essa si arricchiscono in modo ignobile. Ovvero, i soldi si vanno a prendere dagli sfigati: greci, spagnoli, italiani.
Ecco il lavoro degli “speculatori”: far leva sulle contraddizioni intercapitaliste, per garantire la sopravvivenza dell’imperialismo che tutti i capitalisti difende e garantisce.
La fase di transizione che si è aperta con l’ormai manifesto declino statunitense si scontra con l’ascesa della superpotenza cinese. Proprio ciò che avvenne durante il passaggio di consegne tra l’Impero di Sua Maestà la sterlina e il nuovo enfant prodige Signor presidente dollaro.
Oggi come allora l’imperialismo è pronto a difendersi con ogni mezzo per rallentare il suo declino. Oggi come allora c’è una potenza in ascesa: la Cina.
Solo che la Cina non è pronta e non vuole assumersi ora l’onere di dare il colpo di grazia al dollaro e con esso a tutto il sistema imperiale nordamericano.
Non può perché ancora il suo divario tecnologico è notevole, la sua potenza militare inadeguata, la sua egemonia culturale quasi inesistente. Non vuole perché, checché se ne dica, la logica di potenza imperialista non appartiene alla Cina comunista, ma, soprattutto, perché porsi alla guida di questo mondo e di questo sistema economico alla Cina non conviene nemmeno un po’.
La forza della Cina sta nella sua capacità di essere la fabbrica del mondo e di esportare merci in tutto il globo. Da ciò ne deriva una bilancia commerciale in forte attivo, un’oceanica riserva di valute straniere (dollari, euro e ogni altro pezzo di carta cui sia attribuito un valore di scambio internazionale), un debito pubblico praticamente inesistente.
La fabbrica del mondo abbisogna di due condizioni per continuare a funzionare: mercati ricchi in cui vendere le proprie merci (Usa ed UE); stabilità valutaria che faccia giustizia del suo peso produttivo (raggiungibile con la fine del “dollar standard” e l’avvento di un regime valutario basato su un paniere di monete: dollaro, yuan, euro, yen, sterlina…).
Se l’Europa fallisse (in conseguenza del default di uno dei paesi dell’eurozona) la Cina si troverebbe senza più un mercato enorme (per i cinesi anche più importante di quello USA) in cui vendere le proprie merci e andrebbe in recessione.
Se il dollaro fallisse (ad esempio, come conseguenza diretta e immediata di un default dell’Euro, o a causa dell’incapacità di rinegoziare la colossale quantità di Cds emessi dalle banche Usa che non sono nuovamente salvabili) le riserve valutarie della Cina perderebbero di colpo gran parte del loro valore (la Cina è la principale detentrice del debito pubblico Usa) infliggendo un colpo pesantissimo alla stabilità finanziaria della Cina stessa.
Ergo, la Cina ha tutto l’interesse a salvare la Grecia, l’Italia e la Spagna se vuole salvare se stessa (lo splendido esempio del default islandese è la classica eccezione che conferma la regola, perché l’Islanda è totalmente ininfluente negli equilibri finanziari globali).
È ovvio, dunque, che la Cina comperi titoli italiani e che lo farà con sempre maggiore forza. Solo che l’Italia è notoriamente un paese di cialtroni e, per quanto i cinesi possano rispettare la nostra millenaria storia e cultura (considerata pari alla loro…), il nostro salvataggio ce lo faranno pagare fino all’ultimo centesimo. Attenzione, non ce lo faranno pagare caro come farebbe ad esempio il FMI (imponendo ulteriori dosi di neoliberismo e di massacro sociale). I cinesi queste cose non le fanno (si veda come si comportano in Africa), ma imporrano dei costi politici ed economici.
Se comprano la cartaccia su cui sono stampati i nostri titoli, in cambio vorranno cose reali, concrete e di valore, a partire dalle nostre imprese pubbliche più importanti: per appropriarsi di tecnologia avanzata e legare il nostro paese al loro. E noi non saremo in grado di negoziare con dignità. Perché l’Italia di Berlusconi con la Cina non ha saputo costruire alcun rapporto (contrariamente ad altri paesi di destra europei a partire da Francia e Germania). Anzi, i nostri imprenditori non hanno saputo far altro che aizzare una bieca campagna anticinese nel nostro paese, dalle dichiarazioni di Tremonti (fervido censore del pericolo giallo) sino alla propaganda mediatica che quotidianamente spara ad alzo zero contro la Cina. Queste cose si pagano, tutte e fino in fondo, anche per maestri della doppiezza come noi; e nemmeno il più bravo piazzista del mondo, quale certamente è Berlusconi, riuscirà nell’impresa di rimediare i danni di anni di politiche anticinesi. Con il Partito Comunista Cinese non si può fare come con Gheddafi!
Il default dell’Italia, però, se non conviene alla Cina, tantomeno conviene all’Italia. Negli ultimi tempi c’è chi vagheggia di uscite dall’Euro e dall’Europa e chi propone esplicitamente un “default programmato” dell’Italia. Tralasciando di interloquire con retori e demagoghi del settarismo estremista che alberga nella sinistra italiana, varrà la pena, invece, di confrontarsi con gli economisti più seri che avanzano l’affascinante ipotesi di un fallimento dell’Italia per evitare le manovre di lacrime e sangue imposte dalle tecnocrazie dell’Unione Europea e della BCE. Ma il punto è proprio questo! Chissenefrega della stabilità di un sistema economico marcio fin nel profondo delle sue radici! Un default potrebbe essere una soluzione a condizione che fosse la conseguenza, e al tempo stesso la premessa, di una cesura con questo sistema economico. Che fosse cioè uno dei tasselli della trasformazione di una società che decide di tagliare i ponti con il capitalismo neoliberista e decide di avviare una fase di transizione al socialismo del terzo millennio.
In altre parole: noi dichiariamo fallimento, usciamo dall’euro e dall’UE e svalutiamo la nuova lira. Nessuno stranierò verrà più in Italia a comprare titoli di Stato, quindi potremmo fare affidamento solo sui pochi risparmi rimasti nelle tasche degli italiani per far indebitare lo Stato. Soldi per il welfare non ve ne sarebbero più e bisognerebbe andarli a prendere da quelli che continuerebbero ad averli (al riparo dei loro conti esteri…). Bisognerebbe quindi smettere di regalare soldi a fondo perduto alle imprese, nazionalizzare le banche, finirla col capitalismo delle concessioni, far pagare le tasse a tutti, azzerare le spese militari (e dunque uscire dalla Nato), in parole povere i capitalisti italiani dovrebbero finalmente fare a meno di usare i soldi degli altri (dello Stato e dei privati). Solo così vi sarebbero le risorse per garantire il lavoro, mantenere il welfare e far ripartire un paese finalmente tornato alla piena sovranità e libero dai diktat neoliberisti imposti dagli Usa e dall’UE.
Ma questo non avverrà mai! Sempre che non si faccia una rivoluzione…
Succederebbe, invece, che dopo un ipotetico default italiano, ammesso e non concesso che non salti tutta l’Unione Europea e con essa tutto il sistema capitalistico come oggi lo conosciamo (ragion per cui nessuno consentirà mai che l’Italia dichiari fallimento), la classe dominante ci spiegherebbe, con le buone (ma soprattutto con le cattive) maniere, che data la situazione drammatica soldi per pensioni, sanità, servizi pubblici e welfare non ce ne sono più. Che servono sacrifici e rigore, che bisogna privatizzare tutto, che bisogna eliminare ogni “ostacolo” (tutele, diritti e garanzie per i lavoratori). E loro così potrebbero continuare a mangiarsi quel poco che rimarrebbe del nostro paese. Bell’affare!
Il default non è la soluzione, perché non sarebbe la lezione definitiva inferta al neoliberismo.
I movimenti sociali italiani, le sinistre, i partiti e i sindacati dovrebbero invece denunciare la classe dei parassiti del capitalismo di Stato: l’unica casta che ancora non crea scandalo in un’Italia rimbecillita dall’antipolitica.
Noi dovremmo fare un gran casino non per il cretinismo del branzino a due euro venduto alla buvette di Montecitorio, ma per i 44 miliardi regalati ogni anno dallo Stato agli imprenditori, per i 120 miliardi che ci rubano con l’evasione, per i 35 miliardi di spese militari, per i 100 miliardi di economia mafiosa, per il capitalismo garantito dallo Stato e lubrificato dalla corruzione, per una politica largamente serva dei padroni, per l’enorme truffa che ci rifilano quotidianamente i “mercati” finanziari e le banche, per la dittatura della BCE e dell’élite dell’Unione Europea.
Noi dobbiamo mandare in default il capitalismo, non l’Italia!
Purtroppo, date le manifeste difficoltà attuali della sinistra italiana neanche questo è uno scenario probabile. Quindi, nel frattempo, ben vengano i cinesi (comunisti, ironia della storia…) a salvarci il posteriore: sempre che questo governo di cialtroni, ladri e servi non li faccia scappare a gambe levate.

* Responsabile Esteri PDCI