Recensione a Giorgio Borrelli, Ferruccio Rossi-Landi: Semiotica, economia e pratica sociale, Bari, Edizioni del sud, 2020

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borrellidi Francesco Galofaro

L’ottimo libro di
Giorgio Borrelli rilegge un grande semiotico e marxista italiano: Ferruccio Rossi-Landi (1921-1985). La sua opera accostò la tradizione di pensiero inaugurata dal filosofo di Treviri con la filosofia del linguaggio di Wittgenstein e con la semiotica nascente, prendendo a prestito, in particolare, il pragmatismo di Charles Morris. Il principale ambito delle ricerche di Rossi-Landi consiste nell’essersi fatto carico dello studio dei sistemi di segni in relazione ai modi di produzione e alle ideologie: senza il primo non è possibile rendere conto fino in fondo di come avvenga la riproduzione della società. Nella teoria marxista vi è una sorta di “casa vuota”, tra struttura economica e sovrastruttura culturale. Si tratta di una lacuna, senz’altro, ma anche, secondo Dileep Edara (2016), della “lettera rubata” che mette in moto il meccanismo dell’indagine marxista. Questa lacuna è colmata, secondo Rossi-Landi, dalla lingua. 


Stalin e la semiotica

Tra la struttura economica, fatta di modi, rapporti, fattori della produzione e così via, e la sovrastruttura, composta da una variabile fantasmagoria di forme giuridico-politiche, vi è un vuoto, una mancanza: è precisamente il linguaggio che si candida a colmarla, mediando tra i due livelli. Il linguaggio gode infatti di una propria autonomia rispetto a struttura e sovrastruttura, cosa già notata nientemeno che da Iosif Stalin (1968). Sottraendo il linguaggio dalla relazione struttura-sovrastruttura, Stalin sottrae la coscienza dal dominio dell’ideologia. Questa mossa rende dinamico il rapporto tra le due: estremizzando, se l’ideologia fosse deterministicamente prodotta dalla struttura economica e la coscienza collettiva risultasse da questa determinazione, non sarebbe possibile nessuna critica all’ideologia e nessuna emancipazione politica, perché saremmo tutti necessariamente schiavi di teorie politiche appositamente inventate per giustificare il potere vigente come naturale e necessario, la soluzione attuale come l’unica possibile, il governo tecnico di turno come espressione del volere di Dio. 

Rispetto alla lettura di Stalin offerta da Edara, Borrelli aggiunge molto opportunamente che la funzione svolta dal linguaggio è quella di mediare tra struttura e sovrastruttura: con Rossi-Landi, infatti, non solo la sovrastruttura non coincide con la totalità delle forme della coscienza sociale, ma cessa di essere un mero riflesso della struttura economica per farsi luogo della programmazione sociale, dove si regolano le relazioni tra soggetti. Il mercato è – da questo punto di vista – un sistema segnico oggettuale altamente istituzionalizzato e dotato di regole costrittive: un programma regola la conversazione tra venditore e acquirente; un programma regola lo scambio effettivo delle merci sul mercato. Questi programmi di comportamento sono squisitamente istituzionalizzati e intrinsecamente ideologici. Della programmazione si occupano le istituzioni egemoniche che, con Gramsci, fanno parte dello “Stato integrale” (espressione senz’altro preferibile a quella di Deep State, che ultimamente si va diffondendo). Il macro-programma delle istituzioni mira alla riproduzione sociale: acculturamento degli individui, addestramento, qualificazione, socializzazione ... La riproduzione sociale diviene dunque, per Rossi-Landi, la matrice di tutte le categorie possibili.

Piano dell’opera

Ci siamo dilungati tanto sulla relazione struttura/sovrastruttura perché essa è centrale non solo per la ricostruzione del pensiero di Rossi-Landi, ma anche per comprendere il rapporto tra economia, lingua e società. Altri temi toccati da Borrelli sono: il metodo di Rossi-Landi, ovvero il concetto di “omologia”; il rapporto tra lavoro e semiosi, che porta Rossi-Landi a ipotizzare la possibilità di una produzione specificamente segnica, centrale anche nella semiotica di Umberto Eco (1975). Borrelli non si limita a mostrare le radici teoriche della nozione di semiosi nel pragmatismo americano, ma suggerisce consonanze con l’opera di Ernst Bloch. Presenta la rilettura semiotica della “teoria del valore-lavoro”, che secondo Borrelli è insieme un pregio e un limite del lavoro di Rossi-Landi. Sebbene sia innegabile che l’analisi semiotica della forma-merce proposta da Rossi-Landi abbia aperto un campo di indagine interessante, Borrelli prova ad aggiungere elementi a partire da sviluppi semiotici relativamente più recenti, rappresentati dalla scuola parigina di Algirdas Greimas. Infine, il volume si chiude con un interessante approfondimento del rapporto tra ideologia e alienazione: per Rossi-Landi la seconda è il risultato di un processo semiosico.

La merce come segno

Difficile, tra tanti temi, selezionarne alcuni da approfondire nel breve contesto di una recensione. Mi concentro allora sul capitolo 7, dedicato alla merce come segno, in cui Borrelli tenta un superamento di Rossi-Landi attraverso Greimas. Scelgo questo capitolo soprattutto per sottolineare come Borrelli non vada considerato come un mero biografo di Rossi-Landi, ma tenti, attraverso questo volume, di presentare molti contributi originali al problema del rapporto tra valore linguistico ed economico.

Che la merce sia un segno (Zeichen) lo scrive lo stesso Marx, al termine del primo libro del Capitale: “Ogni merce sarebbe un segno perché come valore esse sono involucri cosali del lavoro umano speso in esse”. La definizione marxiana è molto avanzata sotto un profilo semiotico, perché descrive la trasformazione attraverso cui il prodotto del lavoro diventa merce come un processo di significazione non verbale. D’altro canto, mentre il linguaggio scientifico del linguista è costruito appositamente per descrivere la lingua e a partire dalla lingua, il linguaggio che Marx impiega per descrivere il senso non è un linguaggio tecnico appositamente costruito a partire dal proprio oggetto. Dunque, non è compito facile rendere conto della descrizione marxiana nei termini della semiotica contemporanea. Aggiungerei che un secondo problema del linguaggio tecnico marxista è quello di non aver sviluppato un vocabolario di termini tecnici interdefiniti, che minimizzino l’imprecisione nel proprio uso e gli inevitabili conflitti tra studiosi sull’interpretazione dei termini impiegati – vedi Paolo Fabbri (2018). Per quesro, il marxismo si è troppo spesso trasformato nell’esegesi dei testi sacri di Marx, qui genuit Lenin, qui genuit Trotzkij, allo scopo di giustificare scelte politiche contingenti e talvolta catastrofiche. 

Tuttavia, è possibile, secondo Borrelli, individuare in Marx un metodo espositivo di natura algoritmicaun algoritmo dialettico, descritto da Greimas e Courtés (1986), che può essere rappresentato su un quadrato semiotico (fig. 1: quadrato semiotico della merce). Riassumendo molto il ragionamento di Borrelli, ogni merce è opposta a tutte le altre merci quanto a valore d’uso, perché da questo punto di vista il valore d’uso – diciamo – di un computer non è commensurabile al valore d’uso di una zappa. D’altro canto, la negazione dell’incommensurabilità (ovvero la commensurabilità) contraddistingue il valore di scambio, per cui un computer del valore di 349 euro può essere paragonato a 8, 75 zappe del valore di 39,90 euro. Dunque, in termini dialettici, il valore di scambio è la negazione del valore d’uso. Questo è il primo passo dell’algoritmo dialettico. Il secondo passo è l’individuazione di una merce 2 il cui valore d’uso è fare da equivalente per una qulunque merce 1, passando così dalla negazione del valore di scambio all’individuazione di un valore d’uso formaleCosì, ai tempi di Marx, l’oro - che materialmente servirebbe solo a otturare i denti cariati – incarnava la forma di valore, ovvero era merce-denaro. Ai tempi nostri forse l’oro è stato sostituito dal tempo che una macchina impiega a risolvere un problema difficile generando così criptovaluta; tuttavia, la forma dialettica dell’algoritmo non pare per nulla cambiata. Borrelli mostra come questo algoritmo formale possa essere utilmente impiegato per estendere il ragionamento al rapporto tra lavoro vivo e lavoro morto e tra lavoratori e capitalisti.

Per concludere

Mi permetto ora qualche nota a margine. La nozione di “lettera rubata” evoca il fantasma di Jaques Lacan. Non è solo il problema attorno al quale ruota l’indagine; la sua soluzione è – come nel raccondo di Edgar Allan Poe – sotto gli occhi di tutti: niente di meglio che nascondere la lettera rubata mettendola in bella vista. Nessuno la noterà. La lettera rubata è il linguaggio, o – per essere più precisi e meno logocentrici – la semiotica. 

Si deve al filosofo (profondamente anticomunista, sia detto) Gilles Deleuze, l’equiparazione della lettera rubata di Lacan alla “casella” vuota di André Martinet, linguista, strutturalista, interessato al problema di come i sistemi linguistici si ristrutturano, nel tempo, a partire dalle asimmetrie, dalle mancanze, dai difetti, attraverso catene di trazione e di propulsione. La semiotica è allora la casella vuota del marxismo: la sua assenza permette al sistema composto da struttura e sovrastruttura di ristrutturarsi. 

Si può fare a meno della semiotica? Il pane si può mangiare anche senza lievito, come dimostra il libro dell’Esodo. Ma come il lievito fa sì che il pane aumenti di volume, così la semiotica estende il marxismo a spazi inediti. Ad esempio: non è poi così strano che gli algoritmi dialettici di Greimas spieghino il rapporto tra valore d’uso, valore di scambio e prezzo in denaro. Borrelli ne è consapevole. Ironicamente, scrive: “Penso che sia possibile illustrare come il metodo di esposizione marxiano si basi – inutile dirlo! – su ciò che Greimas e Courtés chiamano algoritmo dialettico”. Gli algoritmi dialettici di Greimas sono stati ricavati per spiegare il funzionamento semantico della dialettica servo-padrone di Hegel. Ed ecco qual è a parer mio il loro interesse principale.

Una vecchia polemica riguarda la dialettica, accusata da alcuni critici del marxismo e perfino da alcuni marxisti francesi (vedi Althusser) di illogicità. Abolendo la contraddizione, attraverso la sintesi dialettica si potrebbe dimostrare qualunque cosa, il che equivale a non dimostrare alcunché. Ma la formalizzazione algoritmica della dialettica da parte di Greimas dimostra che in realtà la dialettica è uno dei più profondi meccanismi di funzionamento del senso in quanto “trasformazione” del valore. Non è l’unico, sia chiaro, ma ha il pregio di esprimere un rapporto tra sistema e processo, e quindi tra un insieme di possibilità virtuali e le loro concatenazioni sul piano del reale.

Quindi, se un filosofo marxista – uno dei pochi – si chiedesse cosa aggiunge la semiotica al marxismo, si può rispondere così. Il marxismo è stato senz’altro il modello di tutte le scienze sociali, perché non si limita a descrivere i processi sociali ma tenta di spiegarli nei termini di strutture immanenti da essi presupposte (Fabbri 2018). D’altro canto, privato di una teoria del senso e del linguaggio, e senza riconoscerne i prodromi nel pensiero dello stesso Marx, il marxismo si riduce al rango di pensiero ottocentesco, pensiero del soggetto “muto” o del linguaggio “trasparente”, azzoppato nel tentativo di spiegare il rapporto tra l’uomo e il reale. Opere come quelle di Borrelli sono quindi utilissime per mostrarci come la relazione tra marxismo e filosofia del linguaggio sia stata fertile in passato – ma ricordiamo soltanto Ludovico Geymonat, a questo proposito – e possa essere tuttora fertile per quel che riguarda un’efficace comprensione del nostro presente.

Riferimenti:

Eco, Umberto, 1975, Trattato di semiotica generaleMilano, Bompiani.

Edara, Dileep, 2016, Biography of a blunder: base and superstructure in Marx and later, Newcastle, Cambridge Scholars Publishing. 

Fabbri, Paolo, 2018[1973], Le comunicazioni di massa in Italia: sguardo semiotico e malocchio della sociologiaRoma, Luca Sossella editore.

Greimas, Algirdas J. e Courtés, Joseph, 1986, Semiotica. Dizionario ragionato della teoria del linguaggioFirenze, La casa Usher.

Marx, Karl, 1964, Il Capitale, libro I, Roma, Editori Riuniti.

Stalin, Iosif, 1968, Il marxismo e la linguistica, Milano, Feltrinelli.