Sulla nascita del PRC: l’esperienza del PCd’I

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di Fulvio Rossi | da www.cominciadesso.it

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Il novantatreesimo anniversario della fondazione del Partito comunista d’Italia cade in una fase di profondissima crisi del movimento comunista italiano. Ragionare delle modalità storico-politiche attraverso cui nel 1921 è nato il PCd’I e nel 1991 il Partito della Rifondazione comunista, può costituire un utile spunto per la riflessione politico-organizzativa dei comunisti del XXI° secolo. Permangono, infatti, nel movimento comunista punti di vista assai differenti circa le modalità di ri-costruzione, o di adeguamento, di una moderna organizzazione partitica comunista. Nel 2011, Oliviero Diliberto, Vladimiro Giacché e Fausto Sorini, con la pubblicazione del volume: Ricostruire il partito comunista. Appunti per una discussione, hanno offerto a tal proposito un importante contributo teorico-politico. Alla storia, ai “limiti” e agli errori del PRC, gli autori hanno dedicato un’articolata riflessione (prgg. 176-180), su cui è bene soffermarsi. [1]


1. Più che «un partito comunista» il PRC, viene osservato, è stato (è?) una «federazione eclettica di componenti eterogenee», nata, non «sulla base di un progetto, di un programma, di un profilo politico-ideologico solido e propositivo», quanto sul «”no” allo scioglimento del Pci». (prg. 176) In un siffatto partito, al cui «interno conviveva un po’ di tutto» (prg. 179), le differenze profonde che esistevano non potevano però «essere rimosse a lungo». (prg. 180). Ragione per cui in queste condizioni l’esito finale non poteva che vedere una «progressiva perdita di peso, di ruolo politico, di incidenza sulla realtà sociale e istituzionale» da parte del PRC (prg. 180). «A vent’anni di distanza – scrivono gli autori – si conferma in tutta la sua esattezza la previsione che fece allora un esponente del Pci poi approdato a lidi assai diversi da quelli originari»: Aldo Tortorella.

Interpellato sul perché non intendesse aderire al Prc nel 1991, egli rispose che non credeva al progetto di Rifondazione per la fragilità ed eterogeneità delle basi politico-ideologiche su cui esso nasceva. Un progetto cioè, disse Tortorella, che avrebbe anche potuto avere, per un periodo non breve, dei successi elettorali residuali, perché lo spazio che lasciava scoperto a sinistra la svolta della Bolognina era grande. Ma prima o poi, la fragilità e l’eterogeneità della basi strategiche e ideologiche originarie avrebbero prodotto una miriade di fratture e scissioni di quell’assemblaggio eclettico. E l’assenza di un pensiero forte condiviso, di un collante politico, ideologico, teorico, strategico, sufficientemente solido per reggere alle pressioni determinate dai grandi tornanti dell’esperienza storico-politica, avrebbe messo in crisi l’esperienza di Rifondazione. (prg. 177) [2]

La tesi qui riportata convince solo in parte. Se è indubbio che Rifondazione abbia beneficiato per un lungo periodo dello spostamento a destra del baricentro politico seguito alla nascita del Pds, «il trionfo dell’eclettismo politico-culturale», cui gli autori fanno riferimento, sembra essere l’inevitabile risultante di un preciso contesto storico-politico prima, di una serie di errori soggettivi poi.

2. In proposito giova soffermarsi sulla vicenda storico-politica che determinò la nascita del Partito comunista d’Italia nel 1921. Con la rinuncia di Bordiga alla pregiudiziale astensionistica si unifica nell’ottobre 1920 la «frazione comunista» del Partito socialista. Il manifesto-programma, per cui Gramsci e Misiano si erano adoperati, formalizzato nel corso della riunione di Milano del 15 ottobre, costituisce l’atto ufficiale di «costituzione della frazione».[3] La violenta polemica mossa dalle diverse anime del Partito socialista contro la frazione comunista segna il processo d’origine del Partito. All’«adeguarsi all’imperativo dell’Internazionale», le famose ventuno condizioni cui bisognava sottostare, si somma infatti una netta «discriminante ideologica». «Si potrebbe anche sostenere – osserva Spriano – che tanta intransigenza dottrinaria è una forma di quell’estremismo, di quella malattia infantile, che proprio a Bordiga rimproverava Lenin».[4]

Il 28 novembre 1920 a Imola si svolge il convegno della frazione in preparazione del successivo congresso di Livorno. Due anni dopo quel fatidico congresso, per la cui ricostruzione si rinvia alle pagine di Spriano, Gramsci sottopone a ripensamento critico «la leadership di Bordiga», «il tipo di indirizzo che questa dette al giovanissimo partito», «il modo con cui si preparò la scissione, la sua effettuazione, se non il suo approdo».[5] Nota Spriano:

il primo gruppo dirigente comunista «si presenta (e non è) omogeneo, raccolto attorno alla figura di maggiore prestigio e maggiore forza, mentre l’«esercito» (che pur s’assottiglierà) è non meno coeso: un partito i cui caratteri di classe sono nettissimi, un partito fatto in gran parte di giovani alcuni dei quali ancora militano nella Federazione giovanile, un partito che non intende volgersi indietro. [6]

Alla disomogeneità del gruppo dirigente corrisponde dunque la coesione del suo giovane «esercito»: la spinta della Rivoluzione d’Ottobre ed il programma della III Internazionale sono, in questa fase, sufficienti.

3. Il Comitato Centrale eletto a Livorno nel 1921, scrive Togliatti in La formazione del gruppo dirigente del Pci nel 1923-24, era dunque composto da compagni di tre diverse sensibilità, si direbbe oggi: «i compagni già aderenti alla frazione astensionista, diretta da Amadeo Bordiga e il cui organo era stato il settimanaleIl Soviet», «venivano poi i massimalisti» e «due compagni (Gramsci e Terracini) del gruppo torinese dell’Ordine Nuovo». [7]

Dissensi profondi erano esistiti tra questi compagni nel corso degli anni precedenti. Uno dei bersagli preferiti della propaganda massimalista nel corso del congresso di Livorno fu proprio Antonio Gramsci, cui si rimproverava un articolo apparso su Il Grido del Popolo del 31 ottobre 1914. Gramsci nell’articolo aveva infatti perorato il passaggio dalla neutralità assoluta alla neutralità attiva ed operante, per poi tacere, «tormentato dai dubbi», per più di un anno. [8] Altri dissensi, osserva Togliatti, si erano pubblicamente manifestati a proposito del problema della trasformazione delle Commissioni interne di officina in Consigli di fabbrica, della funzione di questi Consigli nella lotta della classe operaia per il potere, del movimento sorto attorno ad essi e delle serie lotte cui era arrivato, con la ispirazione e la guida dei redattori dell’Ordine Nuovo, il proletariato torinese. Né i massimalisti né gli astensionisti avevano compreso e condiviso le posizioni difese da questo gruppo, il quale, da parte sua, era assai critico verso la condotta dei dirigenti massimalisti anche di sinistra (Gennari, Bombacci, ecc.), respingeva l’astensionismo parlamentare dei seguaci di Amadeo Bordiga e col gruppo diretto da Bordiga non era mai riuscito a raggiungere una piena intesa per l’azione da svolgersi in seno al partito socialista e tra le masse su scala nazionale, quantunque, sul terreno locale torinese, nel movimento sindacale e di fabbrica, astensionisti e ordinovisti collaborassero molto strettamente. [9]

Cionondimeno nel giro di pochissimi anni, com’è noto, attorno alla sezione italiana della Terza Internazionale si coagulò un non meno «eclettico» gruppo di giovani quadri; si pensi a tre futuri dirigenti di primissimo piano del futuro PCI: Giuseppe Di Vittorio, già sindacalista rivoluzionario, Girolamo Li Causi, esponente della frazione terzinternazionalista del PSI – entrata nel PCd’I nell’ottobre 1922, e Ilio Barontini, la cui formazione era addirittura anarchica.

Per quanto, scrive ancora Togliatti, «fossero apparse profonde […] divergenze nell’orientamento politico delle tre diverse correnti (massimalisti, ordinovisti e astensionisti NdA)» prevaleva non soltanto nei semplici aderenti al partito, ma nei suoi quadri dirigenti, qualunque fosse la frazione da cui provenivano, un senso nuovo e una concezione nuova della disciplina ideale e pratica che si voleva fossero proprie dell’avanguardia comunista. Le precedenti differenziazioni dovevano considerarsi cose del passato, il semplice richiamo ad esse presentandosi come una violazione dei nuovi principi politici e di organizzazione, per affermare i quali il partito era sorto e che dovevano reggere anche la sua vita interiore. [10]

Una coesione, una motivazione, che non poteva che derivare, da un lato dalla profonda impressione che destò nel panorama politico mondiale la Rivoluzione d’Ottobre, dall’altro dal corpus politico-teorico, tradotto in «posizioni programmatiche e politiche», dai congressi dell’Internazionale. Vi era infine pieno accordo «nel proposito di rompere decisamente con la vecchia pratica del partito socialista e dare al partito comunista una struttura completamente nuova, fondata essenzialmente sulla disciplina politica e sulla unità».[11]

4. Se dunque il primo gruppo dirigente del PCd’I aveva compiuto negli anni precedenti scelte diverse, ispirate a principi ideali non omogenei, da cui erano discesi programmi d’azione difformi, era sicuramente vero che la spinta propulsiva della Rivoluzione e l’azione metodica dell’Internazionale, nel breve, avevano consentito di dar luogo al Partito. Dopo nemmeno due anni dalla sua fondazione il Partito, purtuttavia, era giunto a una profondissima crisi della direzione, di cui dà conto Togliatti:

La crisi non fu allora evidente, in tutta la sua ampiezza e profondità, né agli iscritti al partito né a tutti i suoi quadri dirigenti.[…] La gravità della crisi che il centro attraversa viene però alla luce non appena si considerino obiettivamente le circostanze di fatto di quel momento. In sostanza, si può affermare che alla fine del 1922 il partito si trovò ad essere praticamente decapitato, e non soltanto per l’offensiva poliziesca che portò all’arresto e al processo dei suoi dirigenti più noti, ma per motivi di natura politica, che traevano origine dal suo interno. La sua direzione era stata l’espressione di una politica determinata; ma dopo soli due anni questa rivelava di non essere più rispondente né ai compiti immediati concreti né alle prospettive lontane della situazione. Si erano creati nel movimento operaio nuovi rapporti di forza, era sorta una nuova situazione nazionale e si annunciava l’inizio di una nuova situazione internazionale. Per far fronte a queste nuove realtà tutto un nuovo orientamento ideale e pratico era necessario, che il vecchio gruppo dirigente per la sua stessa natura non era in grado di dare. A meno che il partito non accettasse di trasformarsi in una setta rinsecchita di talmudisti tagliati fuori da qualsiasi sviluppo reale degli avvenimenti, il mutamento di direzione era la prima cosa da farsi. E per fortuna venne fatto, e fatto a tempo. [12]

Subentra qui l’elemento soggettivo, ciò che Gramsci definirà la «bolscevizzazione» del Partito. [13] A partire dal 1924 si innesca infatti un processo, «lento e faticoso», di costituzione di un nuovo gruppo dirigente. Viene a compiersi in quegli anni, tra i compagni guidati da Antonio Gramsci, «un effettivo progresso qualitativo nella capacità sia di comprendere le situazioni oggettive, nazionali e internazionali, sia di adeguare ad esse non solamente una propaganda e un’agitazione, ma una vera azione politica». Un avanzamento qualitativo raggiunto, pur tra «difficoltà non lievi», «attraverso una elaborazione collettiva». Se quindi le basi politiche vennero gettate nel 1923-24, la conquista della maggioranza del partito «venne condotta a termine da questo gruppo, di fatto, soltanto al III Congresso del partito, che si tenne a Lione nel gennaio 1926». Il Partito comunista, nota ancora Togliatti, «non sarebbe riuscito ad acquistare la fisionomia, la forza e il prestigio che oggi possiede» se, non avesse avuto alla sua testa un gruppo dirigente in grado di compiere quest’avanzamento.[14]

5. Nella profonda diversità di culture politiche che in questa prima fase coesistevano, il PCd’I si formò attorno ad un programma ben definito, le famose ventuno condizioni, una contingenza unica, figlia per l’appunto della spinta propulsiva della Rivoluzione dell’Ottobre 1917. Rifondazione Comunista, di converso, non nasce attorno ad un programma ben definito ed è soprattutto figlia di quella che potrebbe essere definita la spinta regressiva della reazione del novembre 1989. Una contingenza storica altrettanto unica che impose ai comunisti dell’epoca di approntare un’organizzazione alla bell’e meglio: una scialuppa per sopravvivere nella tempesta liquidazionista nel frattempo abbattutasi; a questa organizzazione, com’è noto, approdarono quadri, dirigenti e militanti, di altre piccole formazioni politiche parimenti travolte dalla tempesta. Unico obiettivo comune, e non negoziabile, per questi comunisti: non annegare.

Prescindere dalle peculiari contingenze storico-politiche del post ‘89, nel giudizio sulle modalità con cui nacque il PRC, può pertanto indurre a semplificazioni: la mancanza di un programma condiviso e la scarsa coesione culturale erano infatti da considerarsi condizioni date. L’errore soggettivo attiene alla fase successiva: quella in cui, pur continuando a navigare in alto mare, la tempesta poteva considerarsi superata. Consolidatasi organizzativamente, conquistato un presidio nelle istituzioni – nelle elezioni politiche del 1992 il PRC aveva raccolto oltre due milioni di voti, pari al 5.6% – tra l’estate ’93 e il gennaio ’94 matura l’ipotesi di designare ed eleggere alla segreteria del PRC Fausto Bertinotti. Una scelta che avrà un peso importante per la storia successiva del Partito.

6. I dibattiti maturati in questi fatidici sette mesi, le dimissioni di Sergio Garavini da segretario nazionale erano giunte il 27 giugno 1993, possono ricostruirsi, quasi esclusivamente, attraverso le memorie di alcuni protagonisti dell’epoca. Giova quindi provare ad esaminare, ed interpretare, questo preciso tornante della storia politica del PRC con moltissima cautela.

Parte importante del peso della scelta di Bertinotti sembra indiscutibilmente ricadere, in primo luogo, su Armando Cossutta. Sembra potersi dire che la logica politica che presiede la sua azione in questa fase sia ispirata dalla necessità, in primo luogo, di dare uno slancio ad un Partito attraversato da tensioni e contraddizioni fortissime. Nel dirigente politico vi era inoltre consapevolezza del “peso” pubblico della sua figura, della versione caricaturale delle posizioni politiche espresse nella lunga battaglia politica interna al PCI dalla stampa, del rischio quindi di poter impedire un pieno dispiegamento delle straordinarie potenzialità del corpo attivo del Partito, all’indomani di una sconfitta piena quale il 1989.

Si considerino quindi alcuni importanti dati di contesto. Il primo PRC aveva visto transitare al suo interno, dopo la Bolognina, la quasi totalità degli ex dirigenti cosiddetti cossuttiani e solo un numero ristretto dei dirigenti, che semplificando si potrebbero definire, berlingueriani e ingraiani. [15] Un analogo movimento si era registrato tra i quadri intermedi. Ad essi andavano inoltre aggiunti i dirigenti e i quadri di Democrazia Proletaria e gli ex PdUP usciti dal Pds nel maggio 1991. Di non secondario rilievo è l’intreccio tra i processi politico-culturali che investirono la società italiana negli anni Ottanta e due macro-fenomeni – attinenti alla composizione sociale dell’organizzazione e alla sua concezione non ideologica – che interessarono il PCI fin dalla metà degli anni Settanta. Le implicazioni di tale combinazione, cui si accenna soltanto schematicamente, verranno pienamente alla luce nella vicenda politica del PRC.

Estromesso Garavini, la primazia della guida del Partito ricadde, in prima istanza, sui cossuttiani. L’organismo politico direttivo che guida il Partito dall’estate ’93 al secondo congresso del gennaio ’94 è composto da: Guido Cappelloni, Armando Cossutta, Antonino Cuffaro, Lucio Libertini, Lucio Magri, Ersilia Salvato e Rino Serri. Nella peculiare dialettica tra ex PCI, cui si intrecciava a sovrapponeva una trama politica con gli ex DP, si iscrisse la scelta di Bertinotti segretario, punto di mediazione, non a caso, tra Cossutta e Magri. Una scelta che portò allo scontro, prima, e alla rottura, poi, tra Cossutta e Cappelloni. Quest’ultimo non condividendo la proposta Bertinotti, avendone con ogni probabilità intravisto la “disinvoltura” teorico-politica, vi contrappose infatti la candidatura dell’ex berlingueriano Antonino Cuffaro. A tal riguardo occorrerebbe quindi riflettere sul grado di “omogeneità culturale” della componente cossuttiana e se in ogni caso questa circostanza, presunta, fosse sufficiente a garantirne la coesione. Vennero quindi poste le premesse, in questa fase, per una rottura tra i cossuttiani che venne a maturazione con la nascita del Partito dei Comunisti Italiani nel 1998: ultima e decisiva tappa del processo di divisione e indebolimento degli ex PCI.

7. La Rifondazione del 1994 beneficiò, innegabilmente, del carattere innovativo e dinamico del nuovo leader. Quella strutturazione correntizia, eterodossa, e plurale del partito, che in una prima fase, agevolati come anzidetto dalla nascita del Pds, aveva rappresentato una straordinaria forza, permettendo il raggiungimento di buoni risultati organizzativi ed elettorali, nel momento in cui viene a cristallizzarsi divenne tuttavia uno straordinario limite. Probabilmente il più grande limite. Si badi: non si sostiene qui che culture e sensibilità politiche diverse avrebbero dovuto essere azzerate nell’ambito di un percorso politico, si ritiene però dirimente la capacità di saperle coniugare e sintetizzare ad un punto più avanzato nel medio-lungo periodo. L’impressione, in questo caso, è che da questo momento in poi il PRC abbia proceduto attraverso mediazioni, o costanti negoziazioni, tra esponenti di culture politiche che erano diverse in partenza e che tali resteranno ancora a lungo. A ragione ancora oggi, dopo vent’anni, è possibile discutere dell’esistenza o meno di un corpus, in qualche misura organico, di pensiero politico di Rifondazione. Semplificando si potrebbe dunque dire che sia mancato l’elemento soggettivo: l’intellettuale collettivo, quell’«effettivo progresso qualitativo nella capacità sia di comprendere le situazioni oggettive, nazionali e internazionali, sia di adeguare ad esse non solamente una propaganda e un’agitazione, ma una vera azione politica». Quel grado di «maturità politica» che Gramsci riassunse col concetto di «bolscevizzazione» del Partito.

I gruppi dirigenti che, con un po’ troppa prosopopea, dichiaravano di ispirarsi alle pagine migliori del PCI non sono stati in grado, né subito dopo né nel corso degli anni successivi, di compiere quell’avanzamento qualitativo indispensabile per poter combattere e vincere la fondamentale battaglia politica interna. Da un lato, infatti, non si è stati in grado di ricalibrare il nesso fondamentale tattica-strategia rispetto ad un contesto politico interno, e ancor più internazionale, profondamente mutato; dall’altro non si è riusciti ad esercitare quell’egemonia politico-culturale che avrebbe consentito al Partito di dotarsi dei principi politico-organizzativi idonei ad un’organizzazione comunista. L’ubriacatura istituzionale, derivante dall’importante consenso elettorale costruito da Bertinotti, ha quindi dato il colpo di grazia a chi, privo di una strategia, ha confuso la cultura di governo del PCI togliattiano con ilgovernismo. Un intero gruppo dirigente veniva sconfitto.

8. I limiti e le manchevolezze emersi nella vita del PRC tra il 1991 il 1998 sembrano persistere ancora oggi nel panorama del movimento comunista italiano. Stenta ad affermarsi ogni benché minimo tentativo di porre su basi nuove la questione dell’organizzazione partitica dei comunisti del XXI secolo

Alla luce della vicenda storico-politica a noi temporalmente più vicina, quella del PRC, e memori della lezione gramsciana, può essere utile provare a trarre insegnamento da quanto accaduto. Più che su un’astrazione teorica, secondo cui allinearsi necessariamente ad una lettura univoca della storia recente e dell’attualità nella sua interezza, sembra dunque opportuno ragionare sulla ricomposizione prospettica dei comunisti. La stesura di un programma politico comune di fase, una volta definiti i principi essenziali e innegoziabili del percorso ricompositivo, potrebbe in questo senso contribuire a porre le basi di una futura sintesi politico-organizzativa che veda protagonista una nuova generazione di dirigenti.

di Fulvio Rossi

NOTE:

[1] O. Diliberto, V. Giacché, F. Sorini, Ricostruire il partito comunista. Appunti per una discussione, Macerata, Edizioni Simple, 2011.

[2] Ibidem, pp. 269-275.
[3] P. Spriano, Storia del Partito comunista italiano. Vol. 1. Da Bordiga a Gramsci (Parte prima), Torino, Einaudi, 1990, pp. 84-85.
[4] Ibidem, p. 88.
[5] Ibidem, p. 108. Osserva Spriano: «Gramsci giungerà nel 1923 a collegare la vittoria fascista con il modo della scissione, ad annotare che non essere riusciti nel 1920-1921 a portare l’Internazionale comunista la maggioranza del proletariato italiano è stato «senza dubbio il più grande trionfo della reazione»»; p. 120.
[6] Ibidem, p. 117.
[7] P. Togliatti, La formazione del gruppo dirigente del Partito comunista italiano nel 1923-1924, Roma, Editori riuniti, 1962, p.14. Si veda anche: A. Gramsci, Relazione al C.C. dell’11-12 Maggio 1925; P. Spriano,Storia del Partito comunista italiano. Vol. 1, cit., pp. 89-90, 117. Sulla dialettica interna all’Ordine Nuovo, e sul relativo grado di omogeneità politico-culturale, si veda: Ibidem, pp. 101, 180.
[8] P. Spriano, Storia del Partito comunista italiano. Vol. 1, cit., pp. 14-15, 118.
[9] P. Togliatti, La formazione del gruppo dirigente del Partito comunista italiano, cit. pp. 15-16.
[10] Ibidem, p. 15. Nel corso del congresso del Partito socialista, a Livorno nel 1921, è Giacinto Menotti Serrati a compiacersi «di notare nel suo intervento l’eterogeneità di ispirazione teorica tra Bordiga e Gramsci»; P. Spriano, Storia del Partito comunista italiano. Vol. 1, cit., p. 118.
[11] Ibidem, pp.16-17.
[12] P. Togliatti, La formazione del gruppo dirigente del Partito comunista italiano, cit. pp. 12-13.
[13] Nella relazione al Comitato Centrale dell’11-12 Maggio 1925 Gramsci rileva che il Partito «non ha raggiunto il grado di maturità politica rivoluzionario che riassumiamo nella parola “bolscevizzazione”», e «che non ha raggiunto neanche la completa unificazione delle varie parti che influirono alla sua composizione. A ciò ha contribuito l’assenza di ogni largo dibattito che purtroppo ha caratterizzato il partito fin dalla sua fondazione». Osserva ancora Gramsci: «Nel periodo che abbiamo attraversato dalle ultime elezioni parlamentari, il partito ha condotto un’azione politica reale che è stata condivisa dalla grande maggioranza dei nostri compagni. Sulla base di questa azione, il partito ha triplicato il numero dei suoi soci, ha sviluppato in modo notevole la sua influenza nel proletariato, tanto che si può dire essere il nostro partito il più forte tra i partiti che hanno una base nella Confederazione generale del lavoro.
Si è riusciti in questo periodo a porre concretamente il problema fondamentale della nostra rivoluzione: quello dell’alleanza tra operai e contadini. Il nostro partito, in una parola, è diventato un fattore essenziale della situazione italiana. Su questo terreno dell’azione politica reale si è creata una certa omogeneità tra i nostri compagni. Questo elemento deve continuare a svilupparsi nella discussione del congresso e deve essere una delle determinanti essenziali della bolscevizzazione.
Ciò significa che il congresso non deve essere concepito solo come un momento della nostra politica generale, del processo attraverso il quale noi ci leghiamo alle masse e suscitiamo nuove forze per la rivoluzione. Il nucleo principale dell’attività del congresso deve essere perciò visto nelle discussioni che si faranno per stabilire quale fase della vita italiana e internazionale noi attraversiamo, cioè quali sono i rapporti attuali delle forze sociali italiane, quali sono le forze motrici della situazione, quale fase della lotta delle classi è l’attuale. Da questo esame nascono due problemi fondamentali:
1) come noi possiamo sviluppare il nostro partito in modo che esso diventi una unità capace di condurre il proletariato alla lotta, capace di vincere e di vincere permanentemente. E’ questo il problema della bolscevizzazione;
2) quale azione reale politica il nostro partito debba continuare a svolgere per determinare la coalizione di tutte le forze anticapitalistiche guidate dal proletariato (rivoluzionario) nella situazione data per rovesciare il regime capitalistico in un primo tempo e per costituire la base dello Stato operaio rivoluzionario in un secondo tempo.
Cioè, noi dobbiamo esaminare quali sono i problemi essenziali della vita italiana e quale loro soluzione favorisce e determina l’alleanza rivoluzionaria del proletariato coi contadini e realizza l’egemonia del proletariato. Il congresso quindi dovrà almeno preparare lo schema generale del nostro programma di governo. E’ questa una fase essenziale della nostra vita di partito. Perfezionare lo strumento necessario per la rivoluzione proletaria in Italia: ecco il compito maggiore del nostro congresso; ecco il lavoro al quale invitiamo tutti i compagni di buona volontà che antepongono gli interessi unitari della loro classe alle meschini e sterili lotte di frazioni». A. Gramsci, Relazione al C.C. dell’11-12 Maggio 1925.
[14] P. Togliatti, La formazione del gruppo dirigente del Partito comunista italiano, cit., p. 11.
[15] Diverse anime, assai diverse tra loro per provenienza e affinità al PCI togliattiano, convivevano nella particolarissima galassia dei cosiddetti cossuttiani. Si rinvia in proposito alla memorialistica dei protagonisti dell’epoca.
[16] Si veda nota 13.