Dopo il fiasco di Rivoluzione civile

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di Spartaco A. Puttini, PdCI Milano

rivoluzione-civile-02-bandiere-volantini1Bilancio, problemi, prospettive

Il risultato delle elezioni politiche era, a grandi linee, prevedibile, anche se non proprio in queste dimensioni. Rispetto alle elezioni politiche del 2008 i voti persi si contano a milioni per tutti i principali protagonisti. Solo Grillo guadagna, ma senza annullare l’aumento dell’astensione (che a prima vista sembra particolarmente forte tra i più giovani). Ma in un’epoca in cui le vicende della politica corrono veloci, nel giro di cinque anni cambia completamente la scena e il raffronto è assai ardito. Forse sarebbe meno azzardato il paragone con la tornata elettorale immediatamente precedente, anche se caratterizzata dalle particolarità proprie del voto per le amministrative.

Il vento primaverile che aveva spazzato le comunali di Milano, Genova, Cagliari, Napoli e Palermo è stato cancellato dalla brinata dei tredici mesi del governo tecnico.


Il centrosinistra ha sciupato un’occasione d’oro rincorrendo durante tutta la campagna elettorale Monti, giurando sulla necessità di apportare correttivi minimi all’agenda del professore. Ciò ha reso a Bersani più difficile convincere il proprio elettorato potenziale ed il compito è stato ancor più duro per Vendola.

Monti ha misurato la sua impopolarità: il suo progetto di asservimento dell’Italia all’eurocrazia non ha convinto quasi nessuno, nonostante gli appoggi influenti e il pressing mediatico. L’estremista liberale è stato travolto dal proprio fallimento. Questa è la principale nota positiva di queste elezioni politiche.

Il vuoto lasciato per vocazione dai riformisti è stato occupato dall’esplosione del fenomeno qualunquista a cinque stelle, che ha catalizzato il voto di protesta e la richiesta di rottura ma non sulla base di proposte chiare, almeno per quanto riguarda i fondamentali (crisi economica, questione sociale e politica estera). Grillo si è limitato a cantare nel coro, sostenendo che il problema è costituito dal debito pubblico (che è in realtà in origine debito estero accumulato dai privati) e dagli sprechi. La conseguenza è che bisogna tagliare, dove si vedrà, ma dalla logica dei tagli non si esce, mentre, per uscire dalla crisi, sarebbe opportuno rilanciare la spesa pubblica e tracciare con nettezza un bilancio dell’integrazione del paese nella moneta unica, anziché lasciar passare il messaggio che il debito sia insostenibile e che occorra accettare un mix di liberismo, solidarismo e decrescismo.

I media sono stati abili, per giustificare la macelleria di Monti & C, a deviare la giusta e sacrosanta iracondia del popolo italiano contro un bersaglio facile: i servitor cortesi della politica che si è prestata all’adozione delle misure neoliberiste in cambio dei privilegi di palazzo e della possibilità di abusarne. Il comico genovese è stato scafato nel cavalcare la tigre, aggiungendo a casaccio aperture a tematiche di destra e aperture a tematiche di sinistra, guadagnando oltre ogni più rosea previsione in tutte le direzioni. Ora deve dimostrare dove vuole andare a parare davvero e si vedrà la compattezza o la eterogeneità del suo gruppo di eletti.

Le sue prime uscite non lasciano ben sperare e se egli ha indubbiamente intercettato l’insoddisfazione profonda degli italiani verso ciò che ha espresso la politica negli ultimi anni non ha saputo o voluto incanalare tale protesta in una direzione chiaramente ostile ai capisaldi del sistema, che sono ben sopra i servitor cortesi. In Italia, a suo dire, la contraddizione principale sarebbe quella tra generazioni (una storia già sentita) e non quella tra le classi sociali. Peccato che in questi ultimi anni si sia assistito ad un trasferimento colossale di ricchezze dai ceti medio-bassi alle oligarchie e ad un crollo del monte salari. Vi sono al momento parecchi indizi che suggeriscono prudenza a coloro che hanno identificato il voto dato ai Cinque stelle come un voto antisistema. Anche riguardo alla politica comunitaria, Grillo non ha mai sostenuto la necessità di uscire dall’euro, ha solo avanzato l’idea di tenere un referendum in proposito. Uscita sinceramente demenziale, qualsiasi cosa si pensi della moneta unica.

Berlusconi è riuscito a parlare ancora a parte del suo popolo e a convincerla della necessità di recarsi alle urne per votare a destra, cosa che nelle ultime elezioni amministrative non era avvenuta. E’ arrivato a un soffio dal beffare il Pd, che ha ottenuto il premio di maggioranza alla Camera per un irrisorio mezzo punto percentuale raccattato unicamente grazie ai suoi pur malconci alleati (quando si dice la vocazione maggioritaria!).

Ora Berlusconi può togliersi la maschera agitata in campagna elettorale, quando aveva cercato di vestire i panni del premuroso statista preoccupato per l’irresponsabile egemonismo tedesco e si era detto addirittura determinato a mollare l’euro al suo destino. Può riprendere a vestire i panni, a lui più consueti, del liberale di destra che chiede per responsabilità l’insediamento di un esecutivo di grande coalizione che non lo isoli al fine dichiarato di fare gli aggiustamenti e i tagli chiesti dall’Unione europea. Cioè, proseguire il lavoro sporco di Monti e scaricare la crisi sui ceti popolari e su un ceto medio a cui può solo far balenare l’illusorio miraggio della salvezza nell’evasione fiscale.

Ora il governo che verrà varato a Roma (se verrà varato) sarà necessariamente debole. In un contesto di crisi profonda, senza che alcuna voce critica coerentemente ostile ai diktat europei sia entrata in Parlamento e con le principali regioni del Nord del paese amministrate da una forza politica dalle pulsioni separatiste. Questo è, sommariamente, il quadro.

Ma la palma di maggior sconfitta va alla coalizione elettorale capitanata da Antonio Ingroia, Rivoluzione civile (Rc). Nelle righe che seguono ci occuperemo esclusivamente di questo fiasco.

- Il vento soffia ma mancano le vele

La netta sconfitta delle formazioni di sinistra, che pure avevano manifestato una netta contrarietà alle politiche montiane, è talmente sonora che nessuno può pensare di sfuggire alle proprie responsabilità rifugiandosi in un pessimismo cosmico o lasciandosi prendere da esistenziali sconforti. C’è la necessità di una severa autocritica leninista a partire dai dati già a disposizione.

In primo luogo va tenuto presente che la somma di sigle (partiti o movimenti) non fa mai la somma degli elettori, ma molto meno. E’ stato così nel ’48 per il Fronte democratico popolare, è stato così per il Polo laico negli anni ’80, è stato così nel 2008 con l’arcobaleno e in queste elezioni il fenomeno si è ripetuto, mietendo Rivoluzione civile. La verità è che Rivoluzione civile non ha parlato all’elettorato di riferimento dei partiti che lo costituiscono e che la così detta società civile, una volta che i partiti hanno fatto un passo indietro, non va da nessuna parte.

Chi si ostina a sostenere pulsioni antipartitiche, come continua a fare buona parte dei promotori dell’accozzaglia di “cambiare si può”, dovrebbe tenere presente che quello spazio politico è già occupato da Grillo e che non ha alcun senso proporre agli italiani una fotocopia in sedicesimi. Queste critiche ai partiti in quanto tali hanno solo avvelenato il clima e spesso hanno istillato il dubbio che dietro la richiesta del passo indietro ai partiti (ma dopo aver strappato loro la garanzia di un appoggio) vi fossero solo tentazioni personalistiche, da prime donne, da parte di alcuni “intellettuali” autoproclamatisi società civile. Sospetto rafforzato dalle nutrite schiere di questi generali di se stessi che hanno evitato di appoggiare Rc una volta fatte le liste. Ad essere onesti, per quanto malmessi, i partiti che hanno sostenuto Rc rappresentavano ancora un bacino di militanza non disprezzabile e senza di essi è assai dubbio che sarebbe stato possibile perfino presentarsi all’appuntamento elettorale.

Già la mancanza di qualsiasi riferimento ai simboli di provenienza nel logo di Rc ha reso l’esperimento irriconoscibile ai simpatizzanti dei partiti che vi hanno aderito; senza nemmeno le candidature di alcuni esponenti degli stessi probabilmente Rc non avrebbe raccolto nemmeno i voti dei loro iscritti, incassando un risultato ancor più misero. Di fronte alla sconfitta vi sono mosche cocchiere che riprendono come un disco rotto ad intonare la nenia della critica antipartitica. Vi è gente che ha una gran voglia di ribattere, ma che cosa, come, perché, e a che scopo: ecco ciò che essi ignorano, avrebbe detto Lenin.

Vi è stato un problema di forma, che attiene all’irriconoscibilità da parte del proprio elettorato di riferimento del simbolo che è stato presentato, ed un problema di sostanza, che attiene alle tematiche su cui Rc ha cercato di caratterizzarsi maggiormente. Vi è certamente, su tutto, il fatto che le forze di sinistra pagano il pedaggio di un’inesistente radicamento nei territori e nei luoghi di lavoro, oltre al fatto che i loro gruppi dirigenti hanno dimostrato in gran parte di avere perso quel dono fondamentale che Togliatti definiva “il senso delle masse”. Queste questioni sono ovviamente intrecciate, ma per comodità espositiva le tratteremo separatamente.

- La forma

La questione del simbolo con il quale ci si presenta alle elezioni non è banale. Specie per quella fetta dell’elettorato (la maggioranza) che non tiene contatti assidui con la forza politica a cui di solito dà il suo voto. Presentare un simbolo inedito che raggruppa un po’ di tutto a due mesi dalle elezioni è una mossa estremamente spericolata e, quasi sempre, infruttuosa. Specie per forze politiche numericamente esigue che non dispongono di un degno radicamento, di mezzi mediatici, di cinghie di trasmissione e di efficienti canali di comunicazione con il proprio elettorato di riferimento.

Vi è un problema di circolazione delle informazioni e delle elaborazioni, delle idee, all’interno del Pdci tra il vertice, i quadri e la base (non parliamo dei simpatizzanti) che rende difficile un rapido scambio tra le elaborazioni che, ad esempio, compie meritoriamente “Marx XXI” e il corpo del partito, oppure (per fare un altro esempio) tra ciò che registrano le sezioni del Partito che operano sul territorio e che dovrebbero essere le orecchie e gli occhi (non solo la voce) dell’insieme del partito e il vertice dello stesso. Questa è una questione che deve essere posta al centro della prossima conferenza di organizzazione o del prossimo congresso, da realizzare in tempi brevi, perché è probabile che tra meno di un anno si torni alle urne per le politiche, oltre che per le europee. Ma anche al di là delle scadenze elettorali, un lavoro di ricostruzione deve essere celermente avviato e non può restare nelle petizioni di principio.

Questi problemi di circolazione delle informazioni e uno stadio ancora arretrato del lavoro di ricostruzione del partito pongono ovviamente una forza politica in forte difficoltà nel momento in cui decide di cambiare repentinamente linea e presentarsi con un volto nuovo e irriconoscibile. Nessuno può sinceramente dire che la sagoma stilizzata del Quarto Stato rendesse chiaro che Rc non era semplicemente la lista Ingroia. L’Fds, con tutti i suoi difetti, aveva un simbolo chiaramente riconoscibile. La voglia del gruppo dirigente di Rifondazione di sbarazzarsi del fardello della storia rappresentato dal simbolo storico della sinistra di classe ha prodotto quella che è ormai definibile come l’ennesima arcobalenata. Il problema è che non serve bestemmiare dietro al massimalismo liquidazionista del vertice del Prc se poi anche i comunisti italiani si accodano allo stesso processo.

Ha senso aggregare un fronte più ampio ma senza rinunciare alla possibilità (che come si è visto è una necessità) di presentarsi con chiarezza di fronte agli elettori.

- La sostanza

Questa esigenza non riguarda solo la simbologia ma investe in modo ancor più marcato la sostanza del messaggio politico principale che si trasmette in campagna elettorale. Le proposte e i valori portati avanti da Ingroia sono indubbiamente patrimonio della sinistra. La campagna contro la mafia e per la legalità è meritoria, come anche la difesa intransigente della Costituzione.

Il problema è che nella fase che stiamo attraversando le classi popolari hanno la necessità di arrivare a fine mese e vogliono capire come uscire dalla crisi. La questione economica e sociale doveva rivestire un ruolo di primo piano, che invece non ha avuto. Nonostante l’impegno e le proposte di Giacchè tale questione è rimasta sullo sfondo. Nei pochi spazi lasciati a disposizione di Rc sui media e in televisione (che è ancora il media principale) tali proposte non sono emerse con la chiarezza e la nettezza dovute.

Né è stato toccato il tema fondamentale della difesa e del recupero della nostra sovranità nazionale a fronte del processo reazionario imposto dalla Ue (e dalla Germania tramite la Ue) ai paesi periferici e semiperiferici dell’Unione e a tutti i popoli europei. Questo nel momento in cui la crisi dell’eurozona assume una rilevanza cruciale e un aspetto prioritario dovrebbe assumere l’adozione di una chiara posizione euroscettica da parte di una forza di sinistra.

Nell’insieme la proposta è stata scarsamente attrattiva e vaga e nel momento in cui il voto di protesta era uno spazio già ampiamente presidiato dai cinque stelle ciò ha comportato un pesante pedaggio. Per tutte queste questioni non ha alcun senso perseverare lungo la strada di Rc, che ha registrato un fallimento senza appello. In quell’esperienza non vi è nulla da salvare, tanto più che alcuni tra gli sponsor principali dell’operazione l’hanno già dichiarata chiusa.

In campagna elettorale molti hanno sostenuto la differenza radicale tra l’arcobaleno e Rc, nel tentativo di esorcizzare lo spettro di un’altra débâcle, poi concretizzatasi nelle urne. Gli elettori queste differenze non le hanno viste in modo significativo. Non hanno compreso e riconosciuto l’offerta di Ingroia. Dal punto di vista di chi scrive non vi è in questa disgraziata esperienza molto da salvare, tranne gli insegnamenti da trarne.

Non è in discussione, si badi bene, la questione di correre da soli e di rinunciare ad aggregare un fronte più ampio, né tantomeno quella di farsi assorbire a qualsiasi prezzo dal centrosinistra. La questione è di impegnarsi per trovare le convergenze possibili, ma sulla base di una proposta che risponda davvero alle necessità del paese e del proprio popolo e di misurarsi a partire da lì, seminando e raccogliendo, necessariamente col tempo. E’ questo un lavoro che più viene rimandato e più toglie forze e provoca disaffezione, innanzitutto nel proprio elettorato e tra i propri militanti. Bisogna avere consapevolezza del fatto che il lavoro di ricostruzione, radicamento ed accumulo di forze implicherà tempi non brevi, ma che non esistono scorciatoie e che non può essere ulteriormente rimandato per inseguire il miraggio del risultato a qualsiasi prezzo, di elezione in elezione, di insuccesso in insuccesso.

- Il congresso che verrà

Non bisogna lasciarsi atterrire dal risultato elettorale. Occorre saper guardare oltre la superficie degli eventi, più in profondità, con la mente lucida e i nervi saldi. Così, il boom di Grillo, appare in prospettiva come un’ondata destinata comunque ad infrangersi contro lo scoglio rappresentato da scelte precise che attendono al varco: come affrontare concretamente la crisi dell’eurozona e la sofferenza sociale, ad esempio. Sarà difficile per una forza politica così eteroclita non scontentare qualcuno e riuscire nel contempo a rispondere ai bisogni delle masse popolari. Più che un nuovo elemento del sistema politico in corso di ricomposizione il movimento 5 stelle appare così come una levatrice, che dà il suo contributo alla transizione da un sistema politico ad un altro, quasi sicuramente a favore di un nuovo blocco liberale, della cui cultura il qualunquismo è, in qualche modo, figlioccio. Comunque, anche tutte le altre forze politiche dovranno passare dalle forche caudine rappresentate dai problemi di fondo, che busseranno alla porta. Occorre prepararsi per essere pronti quando ci sarà il giro di boa e si rimescoleranno le carte.

Oggi vi sono due questioni principali da affrontare: la questione nazionale e la questione economica e sociale.

Nessuna proposta politica oggi in campo si dimostra all’altezza di queste sfide. Questo porta a ritenere che uno spazio politico potenziale vi sia ancora per una forza patriottica e di classe che voglia finalmente riprendere il suo posto di combattimento.

Le poche risorse disponibili devono essere concentrate su queste battaglie, i pochi spazi mediatici a disposizione devono essere sfruttati per colpire il cuore di questi due problemi che ci stanno di fronte. Il resto è diversione.

La sovranità del paese, e con essa gli spazi democratici e la stessa possibilità di uscire dalla crisi e rilanciare la speranza degli italiani in un domani migliore, viene progressivamente liquidata da gruppi dirigenti irresponsabili, che sono espressione (Monti) degli interessi delle oligarchie del paese, che ragionano sempre più come borghesia compradora, incline a puntare all’aggancio con il processo di centralizzazione dei capitali a guida tedesca (e in prospettiva statunitense?), o di forze che di questi gruppi sono, più o meno, da troppo tempo succubi (Pd).

Si tratta dunque di attrezzarsi per tornare alla testa della lotta per la riconquista della sovranità e per l’emancipazione nazionale e popolare. Da sempre i partiti comunisti sono riusciti a conquistare un ruolo egemone o significativo nel panorama politico dei rispettivi paesi (in qualsiasi epoca e latitudine) quando hanno dimostrato di essere la forza patriottica più determinata, conseguente e affidabile.

In un contesto simile occorrerà assumere una postura chiara, basata sulla sottolineatura dei contenuti, e non accettare di ridurre il dibattito a questioni di puro e semplice schieramento elettorale, come troppo spesso è avvenuto in passato (tra l’altro sulla base di una politica pendolare disorientante).

E’ ovvio che una forza politica numericamente esigua tende a collocarsi anche a seconda delle opzioni prese dai suoi potenziali interlocutori. Ma il punto è che non può oscillare piegandosi eccessivamente al tatticismo nel momento in cui, in piena crisi, vi è anche la sentita esigenza di un po’ di nettezza.

La tattica, non neghiamo, ha una sua rilevanza. Ma essa deve essere sottoposta e subordinata a una strategia. Se è il contrario si è spinti a compiere errori che possono rivelarsi esiziali.

Questo non significa chiudere porte che invece devono restare aperte al dialogo e all’incontro, ma significa avere chiari i termini della questione per avviare un confronto senza transigere sulle problematiche che si ritengono cruciali. Occorre costruire un progetto basato su un’analisi della società italiana e definire con cura una risposta e un programma.

Con gli interlocutori occorre confrontarsi sulla base di una propria analisi della realtà e di una propria proposta per affrontare i nodi più rilevanti; bisogna farlo con chiarezza.

Il prossimo congresso del Pdci dovrebbe evitare di risolversi in un referendum a favore o contro questa o quest’altra alleanza. Nelle analisi della sinistra si parla troppo di alleanze tra forze politiche e troppo poco di alleanze e blocchi sociali, dimenticando che le stesse forze politiche sono rappresentative di interessi e gruppi sociali definiti.

Riprendere questo approccio, del resto più in linea con la tradizione dei comunisti italiani, consentirebbe di andare al fondo delle questioni che riguardano: l’analisi dei problemi del paese; la delineazione di una proposta strategica da cui far scaturire un programma; la ricostruzione organizzativa del partito; l’avvio di un processo di radicamento e di ricostruzione di legami con le masse popolari, a partire dal mondo del lavoro; la proposta più unitaria ma più definita possibile al confronto con le altre forze democratiche di sinistra e centrosinistra sulla base di alcune nostre proposte per valutare la possibile convergenza in vista delle prossime elezioni; il varo di vertenze e iniziative unitarie sui territori, a livello di base, in modo da evitare che ad un dialogo solamente verticistico non si sommino le lotte, unitarie, dal basso.

- I comunisti, il centrosinistra e la sinistra radicale

E’ attualmente utile una forza che metta al centro del proprio agire la questione nazionale, a partire da una netta battaglia contro la Ue e contro l’egemonismo tedesco e americano, e la risoluzione della questione economica e sociale, rompendo con i paradigmi mainstream e rimettendo al centro gli interessi del mondo del lavoro e delle classi popolari secondo un progetto di riforme di struttura che consenta la saldatura di un nuovo blocco sociale progressivo.

Ciò può essere fatto da una forza patriottica e internazionalista, da una sinistra di classe che riprenda il ricco patrimonio di cultura politica del migliore Pci e lo sappia adeguare alle attuali esigenze della società italiana.

Non credo che ciò possa essere fatto sommando nella stessa organizzazione Prc e Pdci, essendo gran parte del Prc su ben altre lunghezze d’onda. Può invece risultare importante rivolgersi esplicitamente alle componenti comuniste del Prc e alla diaspora. Questo dipenderà anche dalla piega che prenderà il dibattito nel Prc. Nel caso dovesse prendere quota l’ipotesi di sostanziale scioglimento di Rifondazione in una generica formazione di sinistra, una sorta di Sel massimalista (il vecchio sogno bertinottiano che ora sembra prendere corpo), deve essere chiaro che il Pdci resta invece in campo, per quanti vogliano riprendere il cammino.

Non si vuole suggerire qui la tesi della preferibilità di presentarsi orgogliosamente da soli alle prossime elezioni in modo testimoniale. Anche se, in alcuni casi estremi e in mancanza di valide alternative, (come è accaduto recentemente in Lombardia, dove, seppur in coalizione con il centrosinistra, una irriconoscibile lista “Etico” ha raccolto lo 0.9%) potrebbe non essere l’ipotesi peggiore.

Non mi sfugge che in giro per il mondo vi sono partiti comunisti che spiccano per la loro ortodossia e che partecipano alle elezioni in cartelli elettorali con altre forze patriottiche e progressiste. Lo fanno in Venezuela, dove il Pcv si presenta nel Grande polo patriottico con il Psuv di Chavez; lo fa il Pcp in Portogallo, che si presenta con i verdi e i democratici nella Coalizione democratica unitaria; lo ha fatto per un certo tempo anche il Partito comunista delle Federazione russa con altre forze nazionaliste e di sinistra, etc…

Non sfuggono però nemmeno le differenze tra queste alleanze e l’arcobaleno, Rc, o i cartelli della sinistra radicale favoleggiati dai gruppi dirigenti del Prc.

La presentazione di un cartello elettorale riconoscibile con il Prc (come avveniva con la Fds ma su una piattaforma più all’altezza delle sfide poste) è ancora praticabile? Può trasformarsi in alcuni casi in un patto di unità d’azione? Qualora Rifondazione si attardasse ad inseguire fantasiose Syriza o riedizioni dell’arcobaleno ovviamente no: è opportuno che il Pdci sfrutti la propria autonomia per presentarsi chiaramente con un proprio profilo o con altre forze sulle basi di un appello programmatico chiaro, aperto a settori della sinistra non allineata, un po’ come si faceva un tempo con la formula della sinistra indipendente.

Ciò non vuol dire chiudere a Rifondazione, ma basare il proprio rapporto con il Prc sulla chiarezza. Il Pdci dovrebbe essere indisponibile a partecipare nuovamente ad aggregati nel cui simbolo non sia presente un chiaro e non equivoco riferimento alla propria organizzazione e il cui programma non abbia al centro la questione nazionale e la questione economica e sociale.

Anche nei confronti del centrosinistra non si può rinunciare ad avere una postura unitaria, ma a partire dalla necessità del confronto sui programmi e tenendo conto che vi sono alcune questioni sulle quali non si può transigere. Nella storia dei comunisti italiani sono certamente rinvenibili svolte politiche e la ricerca di convergenze con forze anche molto distanti, ma sempre sulla base di un incontro possibile su alcuni terreni comuni, nella chiarezza e nell’intento di far fare alle classi popolari un passo avanti e non due indietro. Questo almeno fino agli anni ’60.

In particolare dobbiamo prendere atto che nelle nostre analisi di qualche mese fa abbiamo sottovalutato pesantemente le componenti liberali che agiscono nel Pd e che abbiamo sopravvalutato le forze e la lucidità delle componenti più progressiste del centrosinistra. E’ una constatazione amara quanto si vuole, ma obbligata. Certo, è auspicabile che gli errori della campagna elettorale segnino una svolta, ma non è affatto scontato, e i segnali in tal senso non sono univoci.

Chi ha seguito l’ultima direzione nazionale del Pd, quella immediatamente post-elettorale, non può non averne tratto un’impressione sconfortante. Solo in due interventi, tra i principali, sono stati toccati nodi di fondo (in quello di Fassina e in quello di Orfini). Ma anche in questi due casi vi è di che riflettere. Nel primo caso, ad una diagnosi corretta sulla crisi dell’eurozona (e sul rischio di annullamento che vi è, per una forza progressista di un paese periferico e semiperiferico della Ue, nel continuare sulla strada di questo europeismo) ha fatto seguito la proposta di continuare ancor più sulla strada già battuta. Nel secondo caso, ad una diagnosi corretta circa la perdita dei legami con le classi popolari, non ha però fatto seguito la richiesta di una necessaria inversione ad U circa le opzioni di fondo che il Pd ha perseguito da prima ancora di nascere.

La crisi farà il suo corso ed occorre avere coscienza che ben altre forze e problemi busseranno alla porta: la crisi terminale dell’eurozona e la pericolosa proposta di costituire un’area di libero scambio con gli Usa (una sorta di Alca rivolta non più ai paesi dell’America Latina, che l’hanno respinta, ma a noi). Sarà l’atteggiamento su tali questioni a disegnare nel prossimo futuro l’articolazione dello spazio politico e la collocazione delle varie forze.

In Italia si tende paradossalmente a sottovalutare la dimensione internazionale dei problemi politici. Eppure, se si fosse allargato lo sguardo e concentrato la propria attenzione sui fondamentali, si sarebbe notato che riguardo a politica estera, politica europea, politica economica e questione sociale i punti di contatto con il centrosinistra sono oggi, disgraziatamente, assai pochi. Quello delle relazioni con il centrosinistra è un nodo che deve essere affrontato cogliendone tutta la problematicità e non in modo ondivago o tranciante, né in un senso, né nell’altro.

Non può essere sottovalutato l’appello che tornerà ad avere il voto utile al prossimo giro, specie in considerazione della consistenza della destra e del movimento qualunquista di Grillo. Ma non può nemmeno essere sottovalutato il rischio dell’irrilevanza qualora si converga elettoralmente con una forza da cui si diverge profondamente per l’impostazione dei problemi e per la loro risoluzione, con tutte le imbarazzanti complicazioni del caso. L’esperienza dell’ultimo governo Prodi ebbe un impatto tutt’altro che secondario per le forze di sinistra che lo appoggiarono e nel 2008 se ne pagò lo scotto. La sinistra aveva finito per votarne tutti i provvedimenti, senza tentare mai seriamente di far sentire la propria voce. Era cioè apparsa irrilevante. Pertanto era apparso al proprio elettorato irrilevante votarla. Come, a questo giro, a molti è parso irrilevante votare Sel. E’ una lezione che occorre tenere presente.

- “…scarpe rotte, eppur bisogna andar…”

Non vi sono scorciatoie. E’ opportuno rimettere in piedi la baracca. Forse non servirebbe nemmeno un congresso straordinario, il problema non è la linea stabilita al VI Congresso, ma come declinarla. Basterebbe una conferenza di organizzazione a questo scopo. Ma dovrebbe essere messa in campo in fretta e dovrebbe essere partecipata. In ogni caso tra gli obiettivi devono figurare l’avvio di una non più rimandabile scuola-quadri (perché formazione teorica e azione pratica non sono in contraddizione ma si tengono e la prima facilita la coesione del partito all’interno e la sua più efficace proiezione all’esterno).

Credo debba inoltre figurare all’ordine del giorno anche l’avvio di un processo di transizione che punti ad un ricambio ai vertici del partito con l’assunzione di responsabilità da parte di un nuovo gruppo dirigente collettivo. Chi lo guida attualmente è chiamato a rendere un grande servizio nel favorire questo processo, anche per evitare il pericolo di scossoni laceranti e quello costituito dal possibile emergere di biechi personalismi, l’ultima cosa della quale c’è bisogno.

Non ci attende un percorso facile. L’esito non è scontato. Ma non vi sono forze che possono surrogare il ruolo proprio di una sinistra patriottica e di classe in Italia in questo momento. Non possono farlo né il centrosinistra, né Grillo e nemmeno una sinistra unita sulla base di vaghe sensibilità anziché di una lettura dei blocchi di interessi in cui si divide il paese, cioè non può farlo una specie di Sel massimalista, per capirci. Non vi sono molte alternative alla ricostruzione di un partito comunista come cuore di un polo di sinistra patriottico e di classe. A mio personale giudizio per avere ancora un ruolo, prima che cali il sipario, i comunisti dovrebbero riprendere ad essere quello che sono sempre stati e che da ormai 30 anni (ad essere generosi) non sono più.