Una grande pagina di storia: la lotta degli elettromeccanici

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Luciano Lama, allora segretario generale della Fiom, la definì «la lotta più avanzata e moderna del dopoguerra». Nel pieno del conflitto, in un'Italia ancora in lutto per i morti di Reggio Emilia e Palermo, giunsero alla Fiom di Milano, che dirigeva la lotta, messaggi di solidarietà dai sindacati di tutto il mondo, non solo dall'Urss, anche dagli Stati Uniti, dalla Francia, dall'Inghilterra. La chiamarono «la lotta delle quattro stagioni» perché lo scontro duro, a colpi di scioperi e picchetti e manifestazioni di piazza e cariche della polizia (che picchiava, schedava, arrestava), cominciò in estate (nel settembre del 1960) e terminò, con una straordinaria vittoria operaia, con la primavera successiva (nel marzo del '61). Fu la prima scintilla del caldo autunno del '69. E fu la premessa della lotta dei 70mila che, nel '63, conquistarono il contratto più avanzato della storia dei meccanici italiani, che sancì il diritto di contrattare tutti gli aspetti del rapporto di lavoro. Stiamo parlando di quella grande pagina della storia del movimento operaio italiano che fu la lotta degli elettromeccanici milanesi: una pagina non abbastanza conosciuta a dispetto della sua importanza, che ora viene rivisitata - con testimonianze di prima mano di chi ne fu protagonista - da un libro prezioso (Giuseppe Sacchi, Una lotta storica. 1960-1961, gli elettromeccanici, Aurora, Milano 2007), davvero troppo ricco per renderne adeguatamente conto nel breve spazio di una recensione.
Fu una lotta durissima. A chi oggi non perde occasione per teorizzare ad ogni piè sospinto «mutamenti radicali», questo libro ricorda che invece l'essenziale permane. Non solo - come dovrebbe essere ovvio - lo sfruttamento del lavoro, ma anche il connotato speculativo e parassitario del padronato italiano. «Gretto ed egoista» lo definì Sacchi aprendo il convegno della Fiom che nel giugno del '60 diede il la alla lotta: un padronato ieri come oggi privo di qualsiasi senso di responsabilità nazionale. Dal 1948 al '56 gli elettromeccanici non erano riusciti a rinnovare il contratto. A fronte di continui aumenti della produttività e dei fatturati, i padroni licenziavano le avanguardie. Minacciavano, aggredivano. Istituivano reparti di confino. Distribuivano premi antisciopero. E la polizia non si faceva scrupoli nella difesa dell'«ordine costituito». La rabbia operaia cresceva, insieme alla fame. In breve lo scontro si impose su ogni cautela.
Una prima prova generale si ha nell'ottobre del '58. Comincia la sola Fiom nelle Leghe dei quartieri operai di Porta Romana, Gorla e Precotto, ma non è una solitudine cercata. Al contrario: si apre la battaglia per conquistare l'unità operaia e sindacale di tutto il settore. In novembre un nuovo sciopero unitario conferma che la via è giusta e la lotta è matura. Ma i padroni non cedono, anzi tirano la corda. La produttività cresce, i salari (soprattutto per le donne e per i giovani) restano al palo. E peggiorano i ritmi, i cottimi, le mansioni. C'è, in entrambe le parti, la consapevolezza che la posta in gioco è altissima: al di là del contratto, le sorti del conflitto di classe per un lungo periodo in tutto il Paese. Non lo sa la sola Confindustria né la sola Dc. Lo sanno anche sindacati e lavoratori. C'è la chiara coscienza di bisogni e diritti. E delle concrete possibilità.
La Fiom di Sacchi a Milano compie con tenacia un serrato esercizio di democrazia operaia. Forme e tempi della lotta e piattaforme rivendicative sono decisi nelle assemblee della Camera del Lavoro (l'«Università della classe operaia», come scrive Bruno Casati). Ne fanno fede la giocosità e la creatività che - a dispetto della violenza padronale - segnano le fasi più dure dello scontro. Si coniano slogan destinati a durare. Si escogitano i fischietti per gli scioperi ma si scopre anche la potenza del silenzio in una imponente marcia che sfila muta per il centro di Milano conquistando agli operai il rispetto e il sostegno della città. Si arriva ad occupare festosamente piazza Duomo nel giorno di Natale, contro i veti del prefetto e le remore del sindacato. E l'arcivescovo Montini benedice.
Per questo gli operai vincono: per questa sintesi di partecipazione e unità. Di conflitto e democrazia, come osserva Pierfranco Arrigoni. Vincono una lotta non soltanto sindacale (per l'orario, il salario, la parità retributiva tra uomini e donne, l'indennità di malattia e di infortunio) ma anche sociale, quindi politica. Borletti, capo degli industriali metalmeccanici, lo sa bene. «Le lotte in corso - scrive allarmato - si propongono obiettivi che toccano la struttura stessa del rapporto di lavoro, in quanto tendono a togliere al datore di lavoro la responsabilità della gestione dell'azienda». Come dire che è posta la questione del potere operaio. Né più né meno.
Si vinse, e si dischiuse la via per una lunga sequenza di battaglie che avrebbe portato al nuovo biennio rosso della fine degli anni Sessanta, allo Statuto dei Lavoratori, a una nuova stagione di lotte di popolo per il riscatto del lavoro e la democrazia. Dello sviluppo della lotta, delle sue difficoltà, del suo entusiasmante montare, ci parlano, in dettaglio, le testimonianze raccolte nel libro: non solo la relazione di Sacchi al convegno Fiom di Milano, ma anche i ricordi di molti dirigenti sindacali (Luciano Lama e Piero Boni, Pierfranco Arrigoni, Jone Bagnoli, Bruno Casati e Antonio Costa), i racconti degli operai coinvolti nella lotta (scritti tra il '63 e il '64 per il Metallurgico dei meccanici milanesi) e i testi di Dario Fo e Ivan Della Mea che quella lotta accompagnarono. Ma perché oggi ce ne ricordiamo?
Tra tanti nuovismi e revisionismi, in tanta smania di abiure, la domanda è seria e chiede risposte serie. Sacchi ne offre due. «È un gravissimo errore - scrive - archiviare il '900 e le sue gloriose lotte come qualche cosa di ingombrante». Quindi: «Ho voluto soffermarmi sulla situazione di allora per rimarcare che non esiste una situazione senza possibilità di sblocco». C'è poco da aggiungere. Se non che lamentarsi delle difficoltà che oggi ci stanno dinanzi e farsene scudo per giustificare la propria inefficacia è poco decente. Neppure ieri era facile lottare e vincere. Se si riuscì è perché si seppe saldare un circolo virtuoso tra direzione e spontaneità, tra volontà delle avanguardie di fabbrica e organizzazione unitaria del conflitto. Oggi non è diverso. Si tratta ancora di stare in mezzo ai lavoratori, di ascoltarli, di frequentare la loro «Università». Se imparasse questa lezione di modestia e di responsabilità, la sinistra italiana risolverebbe buona parte dei propri problemi.